La penna d’oro ha novantun anni accertati. Funziona benissimo e svolge un ruolo esclusivo. Non pratica bozze e stesure designate al cestino: sancisce progetti pronti al domani.
Custodisco e impiego questo lascito ereditario senza che venga consegnato alla polvere dell’abbandono. Scavo nel mezzo di una pila di documenti ordinati in un angolo dell’ufficio e agguanto una chiave occultata tra il fascicolo blu e la cartellina trasparente 100% PP riciclato. Due passi e sono alla scrivania in legno biondo. Introduco la chiave nel nottolino della cassettiera metallica grigia, la ruoto e il meccanismo scatta. Apro il cassetto centrale dei tre disponibili e recupero l’astuccio rigido in pelle marrone dal motivo elicoidale giallo oro lungo i margini superiori. Sta in una mano. Apro il gancio di chiusura e lo scrigno rivela un bagliore tenue, s’infila nelle pupille lì dove si scaglia una piccola esplosione di luce. La penna riposa nel suo letto di velluto ocra in un soffice anfratto. La recupero e ne soppeso i venti grammi bilanciati in quindici centimetri. La stilo non ha marca e modello, forse è stata realizzata su commissione da un artigiano.
Espone una trama, a piccoli rombi, solcata lungo il fusto da rilievi lineari visibili dal cappuccio al fondello. È un disegno necessario, destinato a coniugare la pelle all’oro offrendo una presa salda. Provvedo a ruotare il cappuccio svitando il fissaggio insolito, difficile da trovare in comuni penne contemporanee. Lo smontaggio espone una parte in celluloide nera di tre centimetri. All’interno è nascosto il pennino. Funziona come un periscopio: sale e scende al comando rotatorio del fondello.Il pennino emerge dalla celluloide quando serro indice e pollice sinistro tra fusto e fondello e ruoto con indice e pollice destro la piccola manopola terminale della penna. Acuminato, il pennino emerge puntuto. Decreto la produzione d’inchiostro spingendo su carta la lamina che richiama inchiostro dal serbatoio.
La penna d’oro è articolo reclutato per discendenza. La cronaca narra del suo ingresso in famiglia, per donazione, nel 1934. Quell’anno era nato un figlio maschio, neanche l’ultimo, altri ne sarebbero seguiti, ma la contessa Sissa Rešin – diventata nobile per coniugio, quindi titolare di un cognome in prestito – dalla sua nuova dimora milanese aveva omaggiato il ramo misero della famiglia con una strenna che invocava indulgenza per quell’abbondanza di fortuna ricevuta tutta insieme. La penna d’oro era arrivata dentro quattro mura occupate da una nidiata troppo numerosa per stare comoda pure durante il sonno. Era dentro quel tugurio, nascosta nel muro, dietro un blocco di tufo ammezzato, il portagioie più prezioso dei beni di famiglia.
Giunto il momento opportuno, qualche anno dopo, il destinatario della stilografica ricevette una sobria ma significativa spiegazione.
«Sai perché tengo questa penna nascosta nel muro?».
«Perché vogliono rubarcela!».
«A qualcuno potrebbe venire lo schiribizzo, ma non credo».
«Perché abbiamo il fucile?».
«Sì Tino, quello è uno spauracchio utile, ma nessuno sa che abbiamo una penna d’oro in casa».
«Giusto!».
«E non ce ne andremo in giro a raccontarlo».
«Sicuro babbo! Piuttosto ingoio la lingua».
«Ascoltami, quella penna non è importante perché è d’oro».
«Non capisco, è un bidone? Zia Sissa c’ha fatto avere una penna d’ottone e non d’oro?».
«No Tino, è vera, ma non deve trasformarsi in un giocattolo per te. Non potrai usarla per ora. Voglio che arrivi intatta fino a quando non avrai finito la scuola dell’obbligo».
«La devo usare dopo le scuole elementari, al lavoro?».
«No, farai le scuole alte tu. Quella penna deve scrivere parole e numeri, perché poi deve contenere tutto quello che ha preso. Ti accompagnerà fino al diploma. Quando la userai dovrai comprendere che vale oro, e non che è d’oro, perché ti aiuterà a scrivere più cose di quante ne indovino io. E quando la regalerai a tuo figlio sarà già carica di un potere che gli avrai dato tu».
Quando mi portano gli ordinari documenti da firmare uso sempre penne di mia progettazione. Sono socio di una piccola cooperativa messa in piedi da dirigenti e dipendenti rimasti senza lavoro dopo la chiusura della succursale italiana della Thin(k) Pen. Abbiamo iniziato a realizzare penne a sfera in cartone riciclato e plastica biodegradabile. Pratiche, ecologiche, tredici centimetri incluso il meccanismo a scatto. Peso inesistente, scrittura scorrevole. Ma nelle riunioni determinanti, sfodero la stilo. Adagio sul tavolo il cofanetto in pelle marrone, lo apro liberando lampi aurei. Prendo la mia penna e inizio il rituale di prestidigitazione. Ruoto il cappuccio, lo poggio sul tavolo mentre una nota metallica suona ammorbidita dall’ospitalità del legno. Fermo la penna a mezz’aria davanti al cuore, ruoto la manopola della spirale e lascio sbucare il pennino tra piccole bolle d’inchiostro nero che spesso emettono un lapillo.
Carlo Rossi è incostante e irrequieto, ma ha pazientemente scritto per «Neutopia», «L’Appeso», «Nido di Gazza», «Accoppiamenti giudiziosi», «Scomoda» e altri ancora. Quando non bada al suo lavoro, bada a un fazzoletto di terra. Altrimenti fotografa.
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