Un romanzo di madri e di figlie, di partenze e ritorni, dove la terra diventa specchio dell’anima.
Ci sono romanzi che parlano piano, eppure restano a lungo nella mente, come un suono che continua anche quando la musica è finita. Volevo sognarmi lontana, di Clizia Fornasier (HarperCollins, 2024), è uno di questi. È un libro che non corre, non grida, ma scava.
E nel suo scavo — lento, necessario — trova la verità delle relazioni familiari, quella che non ha bisogno di grandi gesti per farsi riconoscere. Siamo nel Veneto, tra le campagne e un autogrill che taglia l’orizzonte come una cicatrice lucente. È qui che vivono Nives e le sue due figlie, Laura e Romina. Nives è una madre dura, severa, abituata al lavoro e alla fatica. Una donna che non si lascia attraversare dalle emozioni, come se niente potesse davvero toccarla.
Eppure, dietro quella scorza, si intravedono incrinature leggere, piccoli gesti che la tradiscono: il modo in cui si pettina, con cura, come per ricordarsi di essere ancora una donna; gli stivali lucidi che indossa per sentirsi bella, anche solo per sé; la precisione con cui sceglie i regali, attenta ai dettagli che gli altri ignorano. È una madre che non bacia, ma si fa baciare. Una madre che ama senza dirlo, che non consola, ma accoglie.
Fornasier la ritrae senza giudizio, restituendole la sua complessità: la durezza come forma di difesa, il silenzio come linguaggio alternativo all’affetto. La vicenda prende corpo quando Laura, la figlia maggiore, decide di andarsene. Lascia due lettere — una per la madre, una per la sorella — e scompare. Da quel momento, la casa si riempie di un’assenza che pesa come una presenza. È in quel vuoto che il romanzo trova il suo ritmo più profondo: quello dell’attesa. Romina osserva, cresce, prova a capire. Nives, invece, resta ferma, apparentemente immutabile. Ma sotto la superficie, qualcosa si incrina.
La madre che sembrava impenetrabile comincia a rivelarsi, a poco a poco, nei dettagli più piccoli e nel suo dialetto. Fornasier costruisce la sua figura con una tenerezza trattenuta, mai sentimentale. È una donna che porta il mondo e la sua fatica sulle spalle.
La scrittura di Fornasier è sobria, ma luminosa. Ogni frase ha il peso di una stagione, ogni pausa racconta ciò che le parole non possono dire. La campagna veneta, i filari, la terra umida dopo la pioggia: tutto diventa specchio interiore dei personaggi. È una lingua che respira con la terra, che si prende il tempo di osservare. Non c’è fretta in questo romanzo. Eppure, sotto la calma apparente, si muove un’inquietudine continua: il desiderio di partire, di sognarsi altrove, di immaginare un mondo che non sia solo quello ereditato.
Laura rappresenta la fuga, Romina la contemplazione, Nives la resistenza. Insieme, disegnano la mappa di un amore che non sa dire il proprio nome. Ho amato soprattutto la capacità dell’autrice di far parlare il silenzio. Nessuna scena è gridata, nessun dolore esibito. Tutto avviene nel non detto, in ciò che resta sospeso. È un romanzo che chiede ascolto, più che attenzione: un invito a entrare nei ritmi lenti della terra, nei respiri trattenuti, nelle parole che non arrivano ma restano nell’aria. Quando ho chiuso. Volevo sognarmi lontana, ho pensato che la bellezza di questo libro sta proprio nel suo pudore.
È un romanzo che parla d’amore senza mai nominarlo, che racconta la maternità senza idealizzarla, che restituisce dignità ai silenzi delle donne.
Anna Chiara Stellato
Com’era prevedibile, non è stato affatto facile riprendersi dal 2024, che in termini musicali ha…
Che cosa vuol dire “comico” nel 2025, in un’Italia in cui girano ancora le barzellette…
Lasciar andare, liberarsi con un sorriso della zavorra che abbiamo permesso di accumularsi sulle nostre…
Estratti da Ljuba di Alessia Cusenza, Lamantica Edizioni. Ringraziamo l'editore e l'autrice per i testi.…
Ci sono romanzi che non urlano, che non seducono con la trama o con l’invenzione.…
Anatomia della battaglia racconta la guerra privata di un figlio contro un padre fascista e…