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Andrea Bajani e ‘L’anniversario’

Ci sono romanzi che non urlano, che non seducono con la trama o con l’invenzione. Ci sono romanzi che sanno stare sul bordo del silenzio e che, proprio per questo, riescono a dire molto più di quanto sembrerebbe. L’anniversario di Andrea Bajani (Feltrinelli), vincitore del Premio Strega 2025, appartiene a questa categoria: un libro breve, apparentemente discreto, eppure capace di incidere.

Il racconto prende avvio da un tempo preciso: dieci anni dall’ultima volta che un figlio ha visto la madre. Dieci anni di assenza, dieci anni di silenzi mantenuti come un esilio volontario. Su quell’anniversario si costruisce la voce narrante, che ritorna, interroga, tenta di colmare i vuoti della memoria. Non c’è però alcuna linearità: il romanzo procede per frammenti, per immagini che riaffiorano, per domande che non trovano risposta. È il ritmo stesso della memoria, con le sue ossessioni e i suoi salti.

Il cuore familiare: potere e sottomissione

La famiglia che Bajani mette in scena è un microcosmo di squilibri. Il padre appare come figura autoritaria, sempre presente anche quando non agisce, capace di imprimere un ordine silenzioso che schiaccia chi gli sta intorno. La madre, invece, sembra ritirarsi progressivamente, farsi più tenue, quasi dissolversi. È nel gioco di queste due presenze che il figlio impara a sottrarsi: fuggendo, spezzando i legami, scegliendo il silenzio come difesa.
Ma ogni fuga porta con sé un prezzo. L’anniversario mette in tensione due poli inconciliabili: la necessità di liberarsi e il senso di colpa che inevitabilmente accompagna quell’atto. Non c’è una soluzione: il romanzo si nutre di questa ambivalenza, che non si risolve ma si radicalizza.

Una scrittura trattenuta

Bajani scrive come se ogni parola fosse pesata, come se un eccesso di linguaggio potesse tradire la sostanza stessa del dolore. Le frasi sono brevi, essenziali. L’effetto non è di freddezza, ma di intensità. Il non detto diventa parte integrante della narrazione: i silenzi parlano più delle dichiarazioni, e al lettore resta il compito di ascoltarli.
Non c’è mai compiacimento retorico, non c’è indulgenza melodrammatica. La forza emotiva del romanzo nasce proprio da questa disciplina: nel trattenere, l’autore restituisce autenticità.

Il tempo come frattura

Se la trama si riduce all’essenziale, è il tempo a diventare il vero protagonista. Dieci anni di silenzio non sono solo una misura cronologica, ma una frattura esistenziale. Ogni ricordo è un tentativo di colmare quel vuoto, ogni frase è un gesto di avvicinamento che però non riesce mai davvero a ricongiungere. Il lettore percepisce questa distanza, la vive sulla propria pelle. Il romanzo si legge in poche ore, ma lascia addosso un’eco che non si esaurisce. È come se la voce narrante continuasse a tornare, a chiedere, a insistere: cosa significa davvero separarsi? E soprattutto: è possibile farlo senza sentirsi colpevoli?

L’anniversario non offre consolazioni. Non promette catarsi, non regala lieti fini. È un testo che mette a nudo la complessità dei legami familiari, la difficoltà di sopravvivere a un amore che pesa come un vincolo. È un romanzo che chiede di essere abitato più che letto, che costringe a sostare dentro il silenzio e dentro la mancanza.
Forse non tutti i lettori accetteranno questa sfida: chi cerca una trama distesa o un epilogo risolutivo potrà restare spiazzato. Ma per chi accetta di sostare nell’inquietudine, il libro di Bajani diventa un compagno prezioso.

Un confronto necessario: Franchini e Bajani

Il lavoro di Bajani trova un interessante contrappunto in un altro romanzo recente, Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini. Anche lì siamo dentro una famiglia, anche lì la narrazione esplora il rapporto tra generazioni, la fragilità dei legami, la difficoltà di comprendere chi ci è più vicino. Ma le strade sono molto diverse.

Franchini sceglie una scrittura più espansa, che si muove con una certa ampiezza narrativa e con un’attenzione più dichiarata al contesto. La famiglia diventa teatro di conflitti e di passioni che si manifestano in superficie, con un linguaggio che non teme il calore dell’emozione. Bajani, invece, procede in senso opposto: restringe, sottrae, affida tutto al vuoto e al non detto. Dove Franchini lavora sulla combustione — quel “fuoco” che arde e che ti porti dentro come marchio — Bajani lavora sulla cenere, sul residuo che resta dopo lo spegnimento.

Il risultato è che Il fuoco che ti porti dentro cerca di nominare la fiamma, di esplorare il legame familiare nella sua forza distruttiva e vitale, mentre L’anniversario racconta cosa resta quando la fiamma si è consumata e rimangono soltanto le tracce di ciò che è stato. In un certo senso, i due romanzi dialogano in controluce: Franchini ci mostra la combustione, Bajani l’eco silenziosa che sopravvive dopo l’incendio.

Ci sono libri che non chiudono, ma aprono. L’anniversario appartiene a questa categoria. Con la sua scrittura essenziale, con la sua capacità di dare forma al silenzio, Bajani ha scritto un romanzo che interroga più di quanto rassicuri. Ed è proprio questa la sua forza: non risolvere, ma lasciare che la domanda resti, come un anniversario che ogni anno ritorna, ricordandoci che certe assenze non si colmano mai davvero.

Anna Chiara Stellato

Anna Chiara Stellato

Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

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