Che cosa vuol dire “comico” nel 2025, in un’Italia in cui girano ancora le barzellette mentre sui social esplode la stand up comedy? Quando provo a spiegare a mio padre chi è Saverio Raimondo, lui annuisce solo quando dico “comico”. Ma quella parola, per lui, significa ancora l’uomo in giacca e cravatta che racconta barzellette il sabato sera in prima serata.
Saverio Raimondo, invece, è un’altra cosa. Nato a Roma nel 1984, comincia a lavorare giovanissimo con Serena Dandini come autore, a 18 anni. Da lì non si ferma più: TV, radio, palcoscenici, libri, podcast. Ha ideato e condotto per cinque stagioni il late night show “CCN – Comedy Central News” su Comedy Central, con cui si è aggiudicato il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi. È fra i volti della stand up italiana, ha uno special su Netflix, Il satiro parlante, e continua a portare in giro i suoi spettacoli nei club di tutta Italia.
Lo raggiungo al telefono, partendo proprio da quella definizione che a molti oggi sembra stretta: “comico”.
Ti capita spesso che la parola “comico” venga vissuta come riduttiva per quello che fai?
Succede sempre. Quando mi chiedono come voglio essere definito, io rispondo semplicemente “comico”. E puntualmente qualcuno obietta che è troppo poco, che dovrei aggiungere “autore”, “performer”, “umorista”. Ma il punto non è la parola: è cambiato il contenuto.
Il comico che racconta barzellette è solo una delle tante declinazioni del comico che hanno popolato soprattutto la TV italiana. Però abbiamo avuto – anche in un passato recente – comici giganteschi che non erano barzellettieri: penso a Paolo Villaggio, penso a Corrado Guzzanti, due mondi diversissimi eppure entrambi lontani dal semplice “raccontatore di barzellette”.
Oggi, quello che faccio io sono cose pensate per far ridere: monologhi, spettacoli, libri, programmi TV, radio. Tutto nasce con l’obiettivo di muovere al riso. Questo si chiama fare il comico. Il resto sono dettagli sul contratto.
Nei tuoi monologhi di stand up sembra sempre di partire da un’ossessione, da un tic, da un’esperienza personale. È davvero così? E quanto conta l’autenticità?
Nella stand up comedy l’autenticità è tutto. Attenzione: autenticità non significa “dire solo cose letteralmente vere”. La finzione è spesso necessaria nello spettacolo. Puoi inventare un dettaglio, comprimere tempi, fondere due episodi in uno. Questo non ti rende inautentico, anzi: certe volte devi deformare la realtà per essere più autentico di quanto non lo sia la realtà stessa, che è a sua volta piena di autoinganni.
Il mio materiale nasce da ossessioni, intuizioni, casualità. Più passa il tempo, più mi cresce una specie di terzo occhio che riconosce il ridicolo in quello che mi succede. Negli ultimi anni i miei spettacoli si sono riempiti di aneddoti reali – ovviamente deformati dalla scrittura comica – che raccontano sì di me, ma anche di una condizione umana condivisibile dal pubblico. Sul palco non mento: esagero. Prendo cose vere e le gonfio o le sgonfio, perché la comicità vive di sproporzioni.
Negli ultimi anni la parola stand up comedy è uscita dalla nicchia: clip ovunque sui social, serate in piccoli club anche in provincia, un gergo che comincia a circolare. Secondo te il pubblico italiano è davvero pronto per questa forma di comicità?
“Pronto” è una parola che mi fa sempre sorridere. Le cose succedono anche quando non siamo pronti, di solito siamo pronti dopo che sono successe.
È vero, la stand up comedy non appartiene alla nostra tradizione comica: è quasi l’opposto della cultura comica italiana, che è molto legata alla maschera, al personaggio, alla macchietta televisiva. Però le cose viaggiano: abbiamo importato e esportato di tutto, dal caffè al rap; quindi, è arrivata anche la stand up e sta mettendo radici.
In Italia si sta creando una scena: piccoli club, locali promiscui in cui palco e platea sono vicinissimi. È lì che la stand up nasce, cresce, prospera. È comicità da bar, nel senso letterale e migliore del termine: fatta nei locali, senza teche di vetro.
C’è un boom, sì, e questo comporta anche tanta fuffa. Ma non è un problema: in ogni scena sana la maggior parte di chi la pratica è mediocre, e solo una piccola parte eccellente. Vale per la musica, lo sport, l’arte. Vale anche per lo stand up: le eccellenze sono la punta dell’iceberg, sotto c’è soprattutto roba scadente. È normale. Anzi, è il segno che la scena è reale.
Qui arriva la domanda inevitabile: il confronto con l’America, il paese in cui la stand up è quasi una religione civile, tra comedy club, late night e special su piattaforme globali.
In cosa si differenzia la stand up italiana da quella americana?
La stand up è una tradizione comica anglosassone, soprattutto americana. Quello che facciamo noi è inevitabilmente derivato, perché non abbiamo una tradizione stand up consolidata: in Italia esiste, di fatto, da meno di vent’anni. È pochissimo tempo, culturalmente.
Oggi la stand up italiana oscilla spesso tra due poli: da una parte la provocazione a volte gratuita, dall’altra l’inconsistenza, cioè cose che non lasciano granché. In mezzo a questi poli ci sono però tanti stand up comedian con voci precise.
Negli Stati Uniti la stand up è inserita in un ecosistema: ci sono club storici, regole non scritte, una “filiera” che va dall’open mic fino agli special su piattaforme globali. In Italia siamo ancora in fase di assestamento, di imitazione, di sperimentazione. Ed è giusto così: siamo all’adolescenza del genere.
Però attenzione: anche in America la maggior parte dei comedian sono scadenti. Non è che ovunque giri ti imbatti in Dave Chappelle. Il rapporto fra vertice e base è uguale: poche eccellenze, moltissimi mestieranti o dilettanti. La differenza è che loro hanno un secolo di storia alle spalle, noi no.
Esistono ancora tabù sulla scena italiana? Ci sono temi che “non si possono toccare”?
I tabù esistono sempre, in ogni società. E la comicità ha sempre fatto questo: romperli, dire quello che non si può dire.
Il famoso “limite della comicità” esiste ma non è inciso sulla pietra: è mobile. Dipende dalla capacità del comico di far ridere su un certo argomento e dalla disponibilità del pubblico a ridere di quella cosa.
Per questo non metterei la stand up sotto una teca, come un bene culturale da tutelare. Nasce sporca e sporca deve rimanere. È una forma di espressione che vive nella promiscuità dei club, non nei musei.
In Italia l’immaginario del comico è ancora legato alla barzelletta, ma la rete nel frattempo ha creato nuovi “barzellettieri” digitali.
Le barzellette sono fuori moda o fanno ancora parte del nostro DNA comico?
La barzelletta è al tempo stesso primitiva ed essenziale. È un micro-racconto tutto teso verso un finale che deve far ridere. Fa parte della nostra tradizione e ha prodotto eccellenze. Se guardo ancora oggi un video di Gigi Proietti che racconta una barzelletta, rido: perché lui le raccontava benissimo.
Per il mio gusto personale, la barzelletta è superata. Ma per l’Italia no. Su TikTok spopolano video che sono, di fatto, barzellette: materiale comico alla Gino Bramieri, cioè antico anche rispetto al Novecento.
Ho l’impressione che una parte delle nuove generazioni stia esprimendo un gusto comico molto anacronistico e spesso immaturo. Si chiede alla risata una conferma, non una sorpresa: vogliamo che il comico dica quello che già pensiamo, che ci rassicuri.
I comici più divertenti, invece, sono quelli che dicono cose con cui non sono del tutto d’accordo nemmeno loro. stiamo smarrendo una maturità che la comicità italiana aveva iniziato a conquistare.
La stand up è solo intrattenimento, o può avere un peso culturale, critico?
Distinguo molto tra intrattenimento ed evasione. L’evasione è quel divertimento che ti porta fuori dalla realtà, ti distrae, ti fa evadere. Non ho nulla contro: ogni tanto serve.
L’intrattenimento, invece, ti tiene dentro la realtà: ti dà un filtro per guardarla, per ridere di ciò che ti circonda senza girarti dall’altra parte. La stand up che faccio io è questo: intrattenimento calato nella realtà che vivo e che viviamo.
Questo non la rende “migliore” per definizione: ma oggi, nel panorama generale, mi sembra che ci sia molta più evasione che intrattenimento.
Nei tuoi monologhi parli spesso di tua madre, delle tue ansie, delle tue nevrosi. Quanto c’è del Saverio privato nel Saverio sul palco?
C’è una coincidenza autentica, ma non totale. Io dico sempre che lo stand up comedian non è un comico che si maschera di fronte al pubblico, è un comico che si veste di fronte al pubblico. Prende la propria persona, la monta, la calibra, la rende un personaggio comico su misura.
Sono davvero una persona ansiosa, ma sul palco esagero: non è che chiudo casa ottantamila volte. Esagero, non mento.
La migliore qualità di uno stand up comedian è proprio questa: riuscire a tirare fuori da sé un personaggio sartoriale, che gli calzi talmente bene da far coincidere persona e personaggio in modo profondamente autentico.
Oltre alla scena live, Raimondo ha costruito la sua identità di comico in anni di TV e radio: da “Bra – Braccia rubate all’agricoltura” con Serena Dandini a Rai 3, alle apparizioni nei programmi di Sabina e Caterina Guzzanti, fino alle rubriche satiriche in TV e su Radio2 e ai suoi libri, fra cui Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia (Feltrinelli) e Memorie di un elettore riluttante (Feltrinelli). Humor, 8 compresse salvavita, AA.VV. (Bompiani) Annus horribilis (SEM – Società Editrice Milanese)
Quando hai capito che la comicità sarebbe stata il tuo mestiere?
La comicità è sempre stata una passione. Le persone hanno iniziato a ridere per quello che dicevo più o meno quando avevo 13 anni. A 18 ho fatto la cosa più incosciente della mia vita: mi sono presentato al gruppo di lavoro di Serena Dandini senza nessuna esperienza, e da lì ho iniziato a lavorare come autore mentre andavo ancora al liceo.
Quindi non mi sono mai chiesto “cosa farò da grande”: lo stavo già facendo. Le esperienze con la Dandini, con la satira TV, con la radio, con i piccoli progetti – perfino le battute che scrivevamo per un vecchio servizio di SMS comici – sono state la mia vera scuola. Si impara facendo: non esiste modo migliore.
Cosa diresti a chi oggi vuole fare il tuo mestiere?
La scuola migliore è vedere tanta comicità. Leggerla, ascoltarla, guardarla dal vivo. È normale cominciare imitando qualcuno che ci piace: l’abbiamo visto fare e vogliamo rifarlo. È il modo più sano per iniziare. Puoi anche fare corsi, studiare la “cassetta degli attrezzi” della comicità. Ti aiuta. Ma poi devi allenarti, allenarti, allenarti.
È come nello sport: nessuno nasce Federer, ma neanche il più scarso dei tennisti diventa minimamente decente senza allenamento. La bravura non è un miracolo, è una pratica.
Quando chiudo la telefonata continuo ad avere la sensazione che la definizione “comico” non basti non perché sia riduttiva, ma perché ci ostiniamo a darle un’accezione vecchia. Saverio, al contrario, dimostra quanto quella parola sia oggi mobile, capace di contenere una forma di comicità che attraversa media diversi – dai club ai libri, dalla TV ai podcast – senza mai perdere la sua spinta centrale: guardare la realtà, deformarla quel tanto che basta e restituircela sotto forma di risata.
Ed è anche per questo che ho scelto di parlare con lui. Perché, al di là dello special Netflix, dei live o dei monologhi che ho seguito negli anni, Saverio Raimondo è uno dei pochi in Italia a incarnare quella linea sottile in cui l’autenticità non è mai confessione pura e la finzione non è mai menzogna, ma strumento. “Sul palco non mento: esagero”, mi ha detto. Uno slogan perfetto per riassumere un’idea di comicità che non chiede di essere rassicurante, ma di essere onesta.
Questa onestà, negli ultimi anni, l’ha portato anche dentro un esperimento televisivo curioso come IN&OUT, un programma che ha messo insieme live, sketch scritti e una squadra di comici della “new wave” italiana. Non era un format tradizionale – e non pretendeva di esserlo – ma uno spazio che ha dato ai comedian la possibilità di portare il loro linguaggio sullo schermo senza sterilizzarlo. “Il mio obiettivo era fare bene il mio lavoro – provare qualcosa di nuovo, sviluppare quello che avevo già fatto” mi ha raccontato.
Non la tv che addomestica, insomma, ma un tentativo di far incontrare due mondi che spesso si annusano da lontano senza toccarsi.
Forse è proprio questo il punto: la comicità, quando funziona, non si adatta; si espone. Si sporca. Rimane, per usare le sue parole, una “comicità da bar” – non nel senso del dilettantismo, ma nel senso della vicinanza. Vicinanza al pubblico, alla realtà, alle nevrosi, perfino alle idiosincrasie più minute. Vicinanza, soprattutto, a quello che siamo davvero quando non ci guardiamo allo specchio per piacerci, ma per riconoscerci.
E allora sì: Saverio Raimondo è un comico. Ed è proprio per questo che vale la pena ascoltarlo.
Anna Chiara Stellato
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