Le martore di Groninga – quarta puntata

Un romanzo di Giuseppe Raudino

(qui trovi la prima puntata)

Mirjam stava succhiando dall’imboccatura una sigaretta elettronica. Si notavano gli aloni lasciati da un rossetto acceso come il fuoco.
«Sei in ritardo» disse appena vide Marco.
«Avevo da finire una cosa in redazione, una cosa che non potevo rimandare.»
«Per caso stai parlando di quella cosa che non sei riuscito a finire ieri notte?» commentò lei sibillina.
Marco non capì il senso di quelle parole.
«Cosa intendi?» le chiese.
«Intendo che ieri notte non hai potuto completare questa cosa urgente perché non eri in redazione, quindi è questo il motivo per cui l’hai completata solo adesso e sei arrivato in ritardo.»
Marco stava per domandarle se era una sbirra, ma si bloccò perché sbirra lo era per davvero.
«È vero, ieri non ero in redazione. Dopo aver lasciato il tuo appartamento mi ha preso un gran mal di testa e ho deciso all’ultimo momento di andarmene a casa. Ma perché, tu mi spii per caso?»
Mirjam si sforzò di sorridere.
«No, ma che vai a pensare. Spiarti? È stata una coincidenza. Ieri sono andata a prendere una cosa da bere in centro e, passando sotto il solito lampione di fronte alla redazione del Groninger Nieuwsblad ho notato che la tua Vespa non c’era.»
«Avrei potuto parcheggiarla altrove» cercò di giustificarsi Marco, che si sentiva tradito da questa sua abitudine. Cominciava a infastidirlo l’idea che chiunque potesse conoscere con tanta precisione i suoi spostamenti a causa della sua indole abitudinaria e del suo mezzo riconoscibilissimo.
«Certo,» fece lei «non trovare la Vespa non costituisce una prova. Ma io so che non eri in redazione anche perché sono salita un attimo su.»
«Sei salita in redazione?» chiese Marco frastornato, mentre si sedeva lentamente sulla poltrona in vimini del Drie Gezusters. «E perché sei salita?»
Nuovo sorriso di Mirjam, stavolta meno forzato e un po’ imbarazzato.
«Ero con questo tuo collega, che si era dimenticato un appunto in redazione e doveva andare a recuperarlo, e allora mi ha fatto salire.»
«E come si chiama questo mio collega?» chiese Marco, provando a trovare un tono frivolo e distaccato. Che Mirjam volesse farlo ingelosire? Lui non doveva per nessuna ragione tradire la propria curiosità morbosa.
«Si chiama Rutger. Mi ha detto che spesso siete vicini di scrivania.»
«Ma dai!»
A Marco quell’espressione era scappata alla grande.
«Ma dai, cosa?» chiese lei.
«Ma dai,» ripeté Marco, appigliandosi a una subitanea illuminazione che potesse trarlo dall’imbarazzo «nell’open space non abbiamo scrivanie fisse, quindi non abbiamo vicini di scrivania.»
«Ah, non so» fece Mirjam «lui così mi ha detto, che tendenzialmente ciascuno si siede sempre nello stesso posto e che lui ti sta sempre vicino.»
«Sì,» ammise Marco con aria di sufficienza «capita qualche volta, anzi, capita con una certa frequenza… però, da qui a dire che siamo vicini di scrivania ce ne vuole!»
Il  cameriere si intrufolò nella conversazione con provvidenziale tempismo. Stringeva un aggeggio elettronico tra le mani per registrare le ordinazioni.
Entrambi presero un panino al salmone e una Cola Zero.
«Senti Mirjam,» fece lui «mi dici perché non si è saputo più niente della giovane maestra rimasta uccisa nell’incidente stradale?»
«Ancora con questa storia?» disse lei, appena spazientita. «Ma cosa c’è da sapere?»
«I risultati preliminari della perizia, la dinamica, le cause» proseguì lui, calmo. «Si è addormentata? Aveva assunto droghe o farmaci? Qualcosa non ha funzionato? Ho controllato alla motorizzazione civile: sulla app dell’RDW si legge che la macchina ha passato la revisione il mese scorso, quindi escluderei il problema meccanico.»
«Ti dico una cosa, ma rigorosamente off the record» disse Mirjam.
Marco annuì in silenzio, impaziente.
«Nel suo sangue non c’era traccia di droga né di alcol. Era pulitissima. Una maestrina diligente che andava a lavoro, come tutti i giorni.»
«Ho capito» disse Marco, un po’ deluso. Poi cambiò bruscamente argomento: «E come ti spieghi che viveva in una villetta bifamiliare in un quartiere fighetto con uno stipendio da maestra elementare?»
«E io che ne so dove viveva?» reagì Mirjam spazientita. «Per quanto mi riguarda, potrebbe aver ereditato oppure potrebbe aver lavorato part time come accompagnatrice d’alto bordo. Hai visto com’era carina? Ad ogni modo, come facesse a guadagnare tanti soldi sono fatti suoi.»
«Fatti suoi, fino a un certo punto» protestò Marco. «Sono fatti suoi finché sono guadagnati lecitamente.»
«Cosa stai insinuando?» chiese Mirjam.
«Nulla, dico solo che sarebbe meglio indagare.»
«Parliamo di cose serie» disse Mirjam, «stasera hai di nuovo mal di testa o hai di nuovo il turno in redazione?»

Nel pomeriggio Marco passò dalla scuola elementare dove aveva insegnato Marieke Dijk e riuscì a parlare con una ex collega, che gli raccontò un bel po’ di cose interessanti. Anzitutto, che erano amiche, ma proprio amiche fino a coprirsi le spalle: uscivano una volta al mese insieme, da sole, tutto ben programmato e prevedibile, il secondo venerdì del mese, che poi coincideva con la solita uscita che l’amante di Marieke si concedeva con i colleghi di lavoro.
«Aspetta un secondo, » disse Marco alla collega della vittima «perché hai usato la  parola “amante” e non “partner” o “fidanzato”?»
«Perché Lukas ha moglie e figli, ma si vedeva con Marieke da un paio d’anni.»
«Lukas, hai detto. Ti ricordi il cognome?»
«Lukas Meijer.»
«Cognome abbastanza comune, ma dove l’ho sentito di recente?» disse tra sé e sé Marco.
Rientrò in redazione inzuppato fradicio perché negli ultimi cinquecento metri era stato colto da un acquazzone arrogante. L’altra accoglienza arrogante la trovò accanto alla scrivania, nella persona di Rutger, il quale gli chiede perché non provasse a scrivere alla research & development della Piaggio per proporre come nuovo accessorio un tettuccio per Vespa.
«Caro collega di scrivania» lo apostrofò Marco «che grandissima idea, gli scriverò al più presto a nome tuo, per non plagiarti l’idea. Preferirei rubarti qualsiasi altra cosa, una commissione per un articolo su temi sociali, una promozione, persino una donna, ma non un’idea degna di un brevetto milionario.»
Nel sentirsi chiamare “collega di scrivania”, Rutger aggrottò leggermente le sopracciglia. Un movimento infinitesimale, ma Marco lo carpì e ne approfittò per rincarare la dose.
«Senti, Rutger, parliamo invece di cose serie. Stamattina, prima che Joan ti interrompesse per chiamarci alla riunione di redazione, tu mi stavi raccontando qualcosa di interessante. Dicevi di una ragazza particolare, dallo stile tutto suo, che quando comincia a fare qualcosa…»
Rutger si prese una pausa, fingendo di non ricordare.
«Ah sì,» disse infine «niente di speciale. Volevo dire che ha uno stile tutto suo e quando comincia a parlare ti fissa con due occhi che ti ammaliano.»
«Ho capito,» disse Marco con un mezzo ghigno «ti guarda negli occhi, voluttuosamente, da qualunque posizione.»
«Eravamo a tavola, a lume di candela» si giustificò Rutger, temendo di aver interpretato correttamente le insinuazioni di Marco.
«Come no, ho capito,» disse Marco «a tavola, con la bocca piena, ti guarda con due occhioni ammalianti.»
Rutger si chiuse in un silenzio improvviso, fingendo di immergersi nello schermo di fronte a lui, e Marco ne approfittò per fare qualche ricerca sui social di Lukas Meijer.
Uomo di bell’aspetto, sulla quarantina, molte foto del lavoro, rappresentante di commercio per la Ergo Tech Innovations, azienda informatica specializzata nella produzione di hardware con sede a Groninga. Per via del suo lavoro, Lukas era spesso all’estero, e aveva così tanto tempo per viaggiare e stare lontano da casa. Marco pensò che l’agente di commercio è il lavoro ideale per chi ama le scappatelle extraconiugali. Che vendeva, poi? Tastiere per computer innovative, superergonomiche, perfette per chi lavora nel campo dell’editoria, della musica elettronica e della… ah, c’è anche qualche foto dei figli, mentre si esibiscono in una recita natalizia e mentre li accompagna a scuola. Cazzo, pensò Marco, è proprio la scuola in cui insegnava Marieke. Vuoi vedere che si sono conosciuti così? Marieke era la maestra dei suoi figli…
Marco estrasse frettolosamente il cellulare dalla tasca mentre con mouse smanettava sul sito dell’azienda che  produceva tastiere.
«Buon pomeriggio, sono Marco van der Wal, chiamo dalla redazione del Groninger Nieuwsblad. Mi sto occupando di un articolo di tecnologia e avrei il piacere di recensire una delle vostre tastiere, una di quelle adatte per il lavoro di redattore editoriale.»
Rutger si voltò verso di lui violentemente. Per poco i bulbi oculari non gli uscivano fuori dalle orbite. Marco gli fece un piccolo cenno di diniego arricciando il naso, come per minimizzare.
«Benissimo!» riprese Marco dopo una breve pausa. «Però, vede, avrei bisogno di qualche informazione preliminare. Prima di provare la tastiera sarebbe opportuno se parlassi con qualcuno dei vostri esperti commerciali. Ho dato già un’occhiata, mi sembra che una persona come Lukas Meijer sarebbe adatta. Potrebbe fissarmi un appuntamento con il signor Meijer uno di questi giorni?  No, ecco, nessuna fretta, è un pezzo freddo che può uscire in ogni momento, per cui aspetto la vostra conferma. Sì, mi può rintracciare al numero dal quale la sto chiamando, ma le lascio anche la mia email. D’accordo, aspetto la vostra comunicazione. Sì, Meijer, se possibile. Grazie mille.»
«Che cazzo era?» chiese Rutger. «Ora ti occupi pure di tecnologia?»

Giuseppe Raudino

Il mio nuovo romanzo si intitola IL FABBRO DI ORTIGIA (Bibliotheka Edizioni). Instagram: @raudino - www.linktr.ee/raudino Insegno Giornalismo e tengo corsi di scrittura all'Università di Scienze Applicate di Groningen, in Olanda. Scrivo e racconto storie.

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Giuseppe Raudino

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