Creep, Radiohead e Retelling

Riscrivere un testo o riarrangiare un brano definito “classico” è da sempre – da quando i classici sono stati identificati come tali, perlomeno – l’ambizione che colpisce una o più volte l’artista attraverso la ricerca della sfida, di sana invidia – «Ah, se lo avessi scritto io…» – e desiderio di omaggiare la fonte originale dell’opera. Approcciarsi al retelling è dunque per l’artista sia un semplice esercizio di stile sia un banco di prova, un tentativo di dare forma a concetti per lui ancora in stato embrionale.

Creep

La canzone presa qui a esempio è Creep, tra i primi successi dei Radiohead. Riconoscibile per le “pennate mute” della chitarra a introduzione del ritornello e per il lamento di Thom Yorke “I’m a creep, I’m a wierdo, What the hell am I doing here? I don’t belong here”, questo brano rappresenta in quattro accordi il malessere degli anni ’90, un senso di inadeguatezza in bilico tra la mancata capacità di apprezzarsi e quella di non adoperarsi attivamente per migliorare la propria situazione. Creep è un simbolo di quando la canzone smette di essere tale e diviene inno generazionale: senza dubbio non è tra le migliori della band, ma altrettanto sicuramente è la più conosciuta.

Cambio d’abito

Il retelling ha colpito Creep con innumerevoli versioni, più o meno fedeli all’originale. Versioni minimali, che sfumano gli strumenti per enfatizzare l’interpretazione vocale, intervallate da versioni oggettivamente raccapriccianti (una su tutte: “Ad ogni costo”, di Vasco Rossi). La finalità, indipendentemente dal risultato, è similare in ogni tentativo: Creep è stata rivestita di nuove sonorità o nuove parole, mantenendo allo stesso tempo la carica iniziale. Tra i vari tentativi – o meglio: omaggi – la voce di Haley Reinhart crea una sorta di varco spaziodimensionale, realizza e mostra in musica ciò che dovrebbe ricercare uno scrittore consapevole: una differente prospettiva del Tutto. La sua visione di Creep è ai limiti della trascendenza ed è una splendida dimostrazione di come le opere una volta concluse non appartengono più al creatore, sono bambine ribelli che amano cambiarsi d’abito.

Il retelling come necessità

La società attuale, che idolatra la velocità, sta affrontando passaggi artistici e culturali di difficile interpretazione: a un primo impatto, alla molteplicità di accadimenti avvenuti negli ultimi decenni sembra non corrispondere un eguale slancio artistico, eppure la speranza è che questo nuovo fervore sia già in atto, in attesa di voce adatte per codificarlo ed esprimerlo al meglio.

Per prendere coscienza di ciò che si vuole plasmare (a livello collettivo e individuale) è quindi più che mai necessario spolverare i classici e ruminarli col retelling, sinceramente curiosi dei risultati che si otterranno. A questo proposito – Toh! La casualità! – la casa editrice https://www.alessandropolidoroeditore.it/ pubblicherà a breve “Déjà vu – Altre storie, un altro presente”, raccolta di racconti improntati sul rivestire con parole nuove i classici della letteratura del Novecento. Tra l’altro – Pazzesco! Quante casualità! – un mio contributo darà anima a M., il protagonista di Heart of Darkness tramutato in voce narrante con il racconto “e-Body Exchange”, voce strisciante (Creep, appunto) che come una eco dei lamenti di Thom Yorke conduce il lettore “nel cuore di un’immensa tenebra“.

Luca Pegoraro

Luca Pegoraro

Editor e ideatore della linea editoriale Jeet Write Do. In attesa della frase perduta e di dare il la alla Ballata della Rivoluzione letteraria, gratto la superficie delle parole. Email: lucaskywriter@gmail.com

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