Beverly Hills, 90210 è stata trasmessa in Italia a partire da novembre 1992, quando ero al secondo anno di liceo. La nostra età anagrafica coincideva con l’età dei personaggi. Per il resto non avevamo nulla, ma proprio nulla in comune. O forse qualcosa sì, qualcosa che intuivamo ma non sapevamo ancora spiegare lucidamente.
Il sole della California somigliava al sole di Siracusa, quello poteva anche starci, ma le spiagge sterminate della West Coast, l’oceano con le onde da cavalcare su una tavola da surf, gli armadietti metallici della scuola, i campi da basket… no, tutto quello era sogno. Persino gli hamburger del Peach Pit ce li sognavamo, anche perché nei primi pub del centro ce li servivano tutti rivisitati in salsa siracusana e in città non c’era neppure un McDonald’s che ci desse una parvenza di autentica americanità nella gastronomia locale. Eppure Beverly Hills piaceva, nonostante raccontasse di un mondo così distante.
Se Brandon Walsh era il bravo ragazzo, coscienzioso e diligente, Dylan McKay era il ribelle dalla testa calda. Non esiste un articolo che non si riferisca a
Non so che fine abbia fatto quella cassetta, né ho la più pallida idea di dove sia il copione su cui avevo scritto dei dialoghi banalissimi (dopotutto la scuola Holden non l’avevano ancora fondata). Quello che so con certezza è che:
a) rifare un’opera è un’operazione di grande rispetto, un omaggio all’originale;
b) ci divertivamo a imitare il prodotto mediatico più mainstream dell’epoca senza mai lasciarci sfiorare dai cattivi esempi (Dylan beveva, da noi non girava nemmeno una birra);
c) i ragazzi di Beverly Hills erano completamente diversi da noi, ma la cosa più importante che potevamo avere in comune era universale: provavamo gli stessi sentimenti, le stesse frustrazioni, gli stessi timori e le stesse aspirazioni di adolescenti, che non cambiano in base al censo, alle coordinate geografiche o alla cultura.
Giuseppe Raudino
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