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Ridisegnare le ombre. Stelle ossee di Orazio Labbate

Per lungo tempo, calcificata nel letto con la sua ombra, è rimasta la sagoma di Nathalie. Il sole debole ne illumina i contorni e ogni mattina lascio le lenzuola libere perché non ne occultino il punto.

Con ‘ombra’ si intende, da vocabolario, l’oscurità più o meno intensa prodotta in una regione dello spazio da un corpo opaco esposto alla luce.

Per provare a dare un’idea al lettore delle atmosfere dell’ultimo libro di Orazio Labbate, Stelle ossee, voglio partire da qui, dall’ombra. In Un innamorato nell’Apocalisse, primo dei diciassette racconti che compongono il volume, l’ombra esprime un’assenza, una mancanza da rappresentare. Siamo nelle prime pagine del libro quindi: un letto è illuminato da un fascio di luce che proietta un ricordo, o almeno una sensazione di ricordo racchiuso in un’ombra.

Ma per meglio definire il mio ragionamento provo a partire da lontano.

Butade era un vasaio di Corinto. La figlia di Butade era innamorata di un giovane, che però doveva partire e lasciarla. Per perpetuare la sua presenza, la fanciulla, di notte, mentre lui dormiva, tratteggiò il contorno della sua ombra proiettata sul muro al lume di una lanterna. Su queste linee il padre impresse l’argilla, riproducendo i tratti del volto. Nacque il primo ritratto della storia.

Questo mito sull’origine dell’arte si trova nella Naturalis Historia di Plinio il vecchio. Qui l’autore sostiene che la pittura sia nata rincorrendo un procedimento creativo al negativo, cioè dal tentativo di circoscrivere l’ombra di un uomo e consolidarla arricchendola di particolari così da assecondare la possibile dialettica tra assenza (il corpo) e la presenza (sua proiezione). Proprio come nel mito della caverna di Platone (sull’origine della conoscenza) il tratto al negativo diventa il punto di partenza per avanzare nell’ambito della comunicazione umana.

J.Wright, The corinthian maid

Non so quanto questo mito sia stato presente a Labbate durante la stesura della sua raccolta ma l’impressione scaturita dalla lettura dei suoi testi è quella di chi, armato della propria penna, di un originale linguaggio e degli strumenti necessari per ben strutturare un racconto, si sia messo a consolidare l’ombra, a definire i particolari di una proiezione per caricarla poi di significato.

Pur dovendo scontare un debito con le ambientazioni gotiche di scrittori d’oltreoceano come Flannery O’ Connor, McCarthy, Faulkner, Poe, King, mescolate al linguaggio e ai toni dei nostrani Bufalino, D’Arrigo, Sciascia, Consolo, Labbate risemantizza il tutto partendo dalla propria costellazione interiore, forse dalla parte più cupa, fino a scarnificarla, riducendola all’osso – se mi si permette di giocare col titolo – così da smontare e rimontare costantemente quel gioco di luci, ombre e ridefinizione descritto da Plinio.

L’impressione è che Stelle ossee sia un libro in cui la luce non serve a uscire dal buio, non salva, ma serve a creare un cantuccio dove ridefinire i propri rapporti col mondo, col proprio dolore o con le persone intorno.

C’è certamente un’enorme distanza tra la Naturalis Historia e Stelle ossee, e forse nessuna connessione voluta, ma di certo i racconti di Labbate seguono le orme di un mito che nonostante il tempo ancora fa sentire la sua eco, ancora produce storie e ancora una volta permette di comunicare.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Antonio Esposito nasce a Napoli nel 1989. È editor.

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