Le martore di Groninga – settima puntata
Un romanzo di Giuseppe Raudino.
(qui trovi la prima puntata)

Tammo, il padre di Marco, abitava in una casetta nei dintorni della Korreweg, un’area vivace dove cittadini dalle molteplici radici culturali si confondevano in un miscuglio di voci, odori e colori capaci di traboccare e invadere i marciapiedi, le vie, le insegne dei negozi. Suo marito Arush era scappato da Teheran alla prima occasione di contatto col mondo occidentale. Nel suo paese aveva studiato legge ed era diventato anche un giovane avvocato promettente, ma presto si era reso conto di quanto soffocante e violenta potesse essere una teocrazia nel reprimere la libertà e i sogni dei giovani. Per un omosessuale come lui, in Iran non c’era futuro. Quell’anno in cui decise di assecondare l’occasione per dare una svolta alla propria vita, Ashar si trovava ad Amsterdam, ad una conferenza sul diritto internazionale. Atterrato a Schiphol, invece di dare al tassista l’indirizzo della sala congressi, si diresse presso la sede dell’IND, il servizio di immigrazione e naturalizzazione, dove fece richiesta formale di asilo politico. Da quel momento si vide costretto ad abbandonare i suoi costosi abiti e le sue cravatte di seta, perché venne spedito in un centro di prima accoglienza a Ter Apel, in provincia di Groninga, dove avrebbe dovuto attendere cinque lunghi anni prima che i funzionari del ministero appurassero la veridicità della sua storia e accogliessero definitivamente la richiesta di asilo. Nell’attesa che la lenta burocrazia olandese facesse il suo corso, Ashar si trovò a dormire in stanze sovraffollate e a vivere con quei pochi spiccioli al giorno che gli passava il governo, impossibilitato a svolgere qualunque lavoro finché non avesse ottenuto un permesso di soggiorno definitivo. Furono anni deprimenti, durante i quali il dubbio di aver fatto la scelta sbagliata si insinuò quotidianamente nei suoi pensieri. Non avrebbe più rivisto i suoi genitori, sua sorella, i suoi fratelli, i numerosissimi cugini; non avrebbe più assaporato i datteri dolcissimi della sua terra, il profumo del deserto, il blu delle montagne che si stagliavano contro l’orizzonte a nord. In cambio si ritrovava dentro a un centro che somigliava a una prigione attorniata dalla piatta campagna, avvolta da un poco confortevole silenzio. L’incontro con Tammo, che lavorava come volontario con gli immigrati, l’aveva salvato dalla depressione e dal suicidio.
«Ben arrivato» disse Ashar aprendo la porta.
Marco entrò con una bottiglia di Nero d’Avola sotto il braccio.
«Hai portato anche qualche mandorla pizzuta?» scherzò Tammo, facendo riferimento ad un altro prodotto tipico di Avola, paesino in cui viveva la donna con cui Tammo aveva procreato Marco.
«Sono più buone delle mandorle che crescono in Persia» disse Ashar.
«La pizzuta te la porto la prossima volta, insieme al femminello siracusano» scherzò Marco, affidandosi all’ambiguità dell’epiteto affibbiato a una particolare varietà di limone aretuseo.
Si sedettero a tavola e Ashar vi poggiò al centro un contenitore di terracotta appena sfornato che profumava di riso mischiato a pezzi di carne e verdure. La pietanza era speziata alla maniera in cui si usa a Shush, la sua città di origine.
Ashar era molto orgoglioso dei suoi manicaretti e della cucina orientale. Era l’unico modo che aveva di esprimere il proprio amore per un Paese che in un certo senso lo aveva tradito. L’Olanda gli aveva promesso tutta la libertà che agognava, ma poi erano sorti solo ostacoli: la burocrazia a due velocità, rapida con gli autoctoni ma lentissima nei riguardi degli immigrati, la rigidità nell’offrire lavori qualificati solo a chi parlava bene la lingua del posto, la riluttanza a riconoscere la validità dei titoli di studio conseguiti in paesi del terzo mondo. Gli olandesi erano stati accoglienti ma diffidenti, gli avevano fatto perdere cinque anni della sua vita, tagliandolo fuori dal mondo del lavoro e dicendogli persino che avrebbe dovuto ricominciare dalle elementari se avesse voluto studiare legge.
La cena andò avanti tra risatine e battute. Marco non discuteva volentieri delle faccende legate al proprio lavoro, ma il ruolo di giornalista affascinava parecchio Ashar, un po’ perché gli sembrava da privilegiati poter incontrare e intervistare personaggi famosi provenienti dal mondo della politica, dello spettacolo e dello sport, ma soprattutto perché nella sua terra natale quella del giornalista non era certo una professione libera. Era perfino pericoloso trasmettere notizie non allineate col regime.
«Dovresti aprire un blog» gli aveva suggerito Marco.
«Per parlare di cosa? E soprattutto a chi? Gli iraniani in patria non possono leggermi e quelli che sono fuori dall’Iran, meglio starne alla larga. Pullula di spie là fuori. Ogni espatriato ha il suo bel dossier… No, meglio tenere un profilo basso. Per me quella battaglia è persa, ma apprezzo che tu possa scrivere male e criticare il sindaco o il primo ministro nel tuo paese.»
«Anche il re, se la critica è costruttiva. Basta non oltrepassare il limite dell’offesa e dell’insulto personale, e poi si può dire tutto. E guarda, tra parentesi, che questo è anche il tuo paese.»
«Criticare il potere è possibile solo in una piccola parte del mondo.»
«Quando ce la fai conoscere la fidanzata?» interruppe i due Tammo con l’intenzione di cambiare argomento e portarlo su un versante più giocoso.
«Fidanzata, che parolone» fece Marco.
«Ma allora c’è qualcosa davvero? Avevo tirato a indovinare» disse Tammo.
«Quando ce la porti?» incalzò Ashar.
«Piantatela, voi due.»
«Dai, facci vedere una foto» insistette Ashar.
Marco sapeva che non lo avrebbero lasciato in pace fino a quando non gli avesse dato in pasto qualcosa, per cui afferrò il cellulare mentre Tammo e Ashar inforcavano gli occhiali da lettura con un gesto quasi sincronizzato. Appena Marco ebbe sbloccato il display dello smartphone, il padre e il patrigno vi si accostarono allungando il collo e una grande, grandissima espressione di stupore apparve sulle loro facce allorché sullo schermo si materializzò il video di un uomo ammanettato a una sedia cavalcato da una poliziotta con qualche pezzo di uniforme.
Gli immediati tentativi di Marco per stoppare il video andarono a vuoto. In preda al panico e alla vergogna, provava a toccare i comandi sullo schermo, ma le sue dita nervose incespicavano in aree appena non pertinenti, e così il video scorreva. Se avesse capovolto lo schermo contro il tavolo, avrebbe risolto subito, ma lui si era intestardito a bloccare il video, e per questo doveva per forza tenerlo a bella vista mentre armeggiava con l’aggeggio elettronico.
«È lei la tua fidanzata? Non hai una foto in cui si veda la faccia?» chiese Tammo.
«Una poliziotta?» esclamò Ashar?
«No, cioè sì» farfugliò Marco, che alla fine si era rimesso in tasca il telefono, mandandolo in modalità stand-by.
Finirono di cenare assaporando delle paste dolcissime ricoperte di miele. Bastava tenerne una in mano per avere la sensazione di essersi sporcati con una colla potentissima ma, a parte il fastidio, Marco apprezzava quel tipo di dolciumi perché gli ricordavano i sapori della sua infanzia.
Ashar si accese una sigaretta.
«A cosa stai lavorando, di questi tempi?»
Un po’ fu colpa del Nero d’Avola e un po’ dell’imbarazzo dovuto all’equivoco della foto se Marco si decise a rompere un po’ della sua riservatezza professionale.
«Giorni fa c’è stata una disgrazia,» disse spiegando dell’incidente «ma io non credo che sia stata una vera disgrazia e sto provando a raccogliere le prove per dimostrare che si è trattato di un crimine.»
«Ah, ma allora è per quello che vai con le poliziotte?» chiese Tammo.
«Operazione sotto copertura per carpire i segreti degli inquirenti» aggiunse Ashar sarcastico.
«Ma che state dicendo? Io le indagini le svolgo da solo!»
«Ma come, non ti fai dare nemmeno un aiutino?» continuò Ashar, scoppiando in una risata. Lui non beveva quasi mai, ma quella volta che assaggiava l’alcol diventava molto euforico e disinibito. Anche la sua eccentricità si accentuava a dismisura, caduto ogni freno inibitorio
Quella sera di aprile inoltrato, finita la cena, Marco si incamminò fino a casa respirando gli odori di terra fertile ai lati del marciapiede che emanavano dalle aiuole e dai minuscoli giardini, odori che si accentuavano man mano che si avvicinava al Noorderplantsoen. Il cielo era limpido e stellato come assai raramente capitava.
Anche quella volta le martore lo svegliarono nel cuore della notte, eppure fu contento perché la veglia gli portò consiglio.
