Dario D’Ambrosi: Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano.

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La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. (Franco Basaglia)

Dario D’Ambrosi, attore, regista, autore, uno dei maggiori artisti d’avanguardia italiani, è il fondatore del Teatro Patologico.

Chi è Dario D’Ambrosi

Giovanissimo, decise di provare sulla sua pelle un’esperienza unica: farsi rinchiudere  per tre mesi nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, per osservare da vicino il comportamento degli psicopatici. Ha voluto capire dall’interno, da vicino, cosa fosse la malattia mentale. Da quel momento in poi quei malati non li ha mai più abbandonati.

Dalla sua passione per il teatro e  da questo improvviso interesse per la malattia mentale nasce il Teatro Patologico, definito così da uno  dei primi critici  che ebbe modo di partecipare ad uno dei primi spettacoli di D’Ambrosi: Tutti non ci sono.

Tutti non ci sono è stato poi lo spettacolo scelto nel 2018 dal teatro milanese per commemorare i 40 anni della legge 180 di Franco Basaglia.

Dario D’Ambrosi ha avuto l’intuizione di vedere nel teatro una possibile terapia per le persone affette da disabilità fisiche e psichiche. Gli spettacoli del Teatro Patologico tendono ad indagare la follia, quella vera dei malati, al fine di ridare, come sostiene D’Ambrosi stesso, “dignità al matto”.

Tutti non ci sono, La trota, I giorni di Antonio, Il ronzio delle mosche, Allucinazioni da psicofarmaci, Cose da pazzi, Il principe della follia, Il nulla, Frusta-azioni, Un regno per il mio cavallo (tratto dal Riccardo III di Shakespare) sono solo  alcuni titoli degli spettacoli più significativi che Dario D’Ambrosi fino ad oggi ha scritto, diretto, interpretato e rappresentato nelle maggiori città italiane e estere:  New York, Boston, Chicago, Cleveland, Los Angeles, Detroit e, in Europa, Barcellona, Amsterdam, Monaco, Londra, Stoccolma, Bruxelles.

Da anni D’Ambrosi lavora anche come attore per il cinema e la televisione; ha realizzato la sua prima regia cinematografica con Il ronzio delle mosche, con Greta Scacchi nella parte della protagonista femminile, la dottoressa Nalia. Scrive e Dirige I.N.R.I., lungometraggio girato negli Stati Uniti prodotto dalla Pathological Performance Inc.

Nel 2016 fonda il Primo Corso Universitario al Mondo di Teatro Integrato dell’Emozione in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata con il Dipartimento di Psichiatria diretto dal Prof. Alberto Siracusano, un percorso di studi interamente rivolto a persone con disabilità fisica e psichica.

In occasione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione sui Diritti delle Persone Disabili, il 14 giugno 2017 Dario D’ Ambrosi presenta con orgoglio il suo corso e sempre a New York D’Ambrosi ha diretto lo spettacolo teatrale Medea, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità il 4 dicembre 2017.

La legge Basaglia

L’emanazione della Legge 180, più famosa come Legge Basaglia nel 1978 rese l’Italia la prima nazione al mondo a chiudere definitivamente i manicomi.
L’emanazione di questa legge però è stata violenta. Chiudere i manicomi significava riportare in famiglia persone che per anni avevano vissuto in questi luoghi. Significava fare i conti con le proprie debolezze, le proprie emozioni, le incapacità di gestire queste situazioni.  Non ci sarà mai nessuna scienza che potrà mai stabilire  fino a che punto il tuo cervello reggerà. Il teatro patologico è la vera continuazione della Legge Basaglia, chiudere i manicomi come luogo di tortura, di abbandono e annullamento della persona per far vivere queste persone nel pieno delle loro capacità e potenzialità. Nel pieno della dignità umana.

Molti dei ragazzi che oggi frequentano il teatro patologico erano magari dei ragazzi che provenivano da situazioni di grande benessere: erano gli studenti migliori, il figlio che non creava problemi ma che poi la vita, le difficoltà e tanti problemi a volte incomprensibili hanno condotto alla malattia.  Questi ragazzi lavorano al progetto del teatro  patologico  sfruttando la propria disabilità, mettendo in gioco la propria solitudine, la paura e le debolezze; non c’è nessun senso patetico di una compagnia di ragazzi disabili, ma c’è l’idea e la percezione di ragazzi magistralmente bravi, che studiano, provano seriamente per mesi uno spettacolo guidati da ottimi maestri.

Una nuova comunità

Insomma, vivere con la malattia, perché Dario D’Ambrosi ha scelto anni fa di vivere (questa volta in teatro) accanto a questi ragazzi, per avere la possibilità di capire davvero le loro lacerazioni, i dolori. In questa compagnia non esiste diversità, esiste solo la voglia di dire la verità in faccia, esiste la possibilità concreta di accogliere il diverso e permettergli di esprimersi con tutte le sue capacità.

Il teatro patologico è un mondo a parte, forse anche più bello perché puro, sincero. Dopo le scuole superiori  per le persone affette da disabilità mentali si vive un momento di grande difficoltà, si perdono dei riferimenti quotidiani, degli amici e difficilmente riescono ad inserirsi in comitive. Con il teatro patologico tutto questo si annulla, diventano una vera compagnia teatrale, girano in Italia e all’ estero portando i loro spettacoli, e anche questi momenti di viaggio fanno parte di un percorso di formazione ed educazione; allo stesso tempo sono anche occasioni di conoscenza di posti nuovi, nuove culture, ma anche e soprattutto conoscenza di se stessi in nuove situazioni.

Il teatro e la pandemia nel 2020

Nel 2020 il teatro patologico ha vissuto come tutti il blocco causato dal Covid-19. È difficile quantificare e immaginare dramma che pazienti e famiglie hanno rivissuto durante la quarantena.  La clausura forzata porta, inevitabilmente, all’ esasperazione delle patologie, episodi di violenza e sofferenza. Chiusi in casa, come in una gabbia rischiano di soffocare il vigore fisico e mentale, e arrecare così danni al proprio stato psico-fisico anche permanenti. È così che il teatro patologico si è dovuto fermare. Ma non Dario D’ Ambrosi. Durante il mese di aprile è stata portata avanti l’ormai undicesima edizione del Festival Internazionale del cinema patologico. È stata creata una piattaforma, come un grande  contenitore cinematografico aperto al mondo. Una selezione di film arrivati da ogni parte del mondo: India, Iran, Egitto, Canada, Messico, Russia, Francia, Polonia, Uganda e naturalmente l’Italia. Le opere sono state valutate dalla particolare Giuria di questo Festival, ciò che lo rende davvero unico al mondo, una giuria composta  interamente dagli attori diversamente abili della Compagnia Stabile del Teatro Patologico e dagli allievi del primo Corso Universitario di Teatro Integrato dell’Emozione.

L’Odissea di Dario D’Ambrosi

Tra i progetti portati avanti durante la quarantena il teatro patologico vanta anche L’Odissea.

Dario D’Ambrosi ha adattato il testo classico partendo dalla follia che provoca la guerra, per arrivare ad Ulisse e al delineare i caratteri di questo uomo, le sue emozioni le sue paure. Ognuno di noi è Ulisse che affronta la sua Odissea personale, ognuno di noi ha la sua Itaca alla quale voler fare ritorno. Tornare a Itaca significa molte cose, ma il viaggio di ritorno,  metafora della vita, è altrettanto importante e  soprattutto non semplice. Ulisse, durante il suo viaggio, affronterà terribili mostri, tentazioni, sarà sul punto di arrendersi per lasciare tutto e di risollevarsi.

In scena per il teatro patologico ci sono 21 ragazzi con patologie psichiche che attraverso il teatro hanno trovato il modo per vivere in pieno le loro emozioni, per far rivivere personaggi e storie. Il viaggio di Ulisse insomma, ma anche il viaggio di queste persone straordinarie.

Provare questo, come tanti altri spettacoli, fa si che i ragazzi imparino a confrontarsi con le loro emozioni, poter dire che “sto meglio”.

Anna Chiara Stellato


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Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

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