Racconto: Il cancello – Michele Frisia

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Era stato mio fratello a chiedere il favore. Ora che sei tornato, aveva detto, potresti anche occuparti un po’ di nostro padre. E lo aveva detto come se, per lui, poterlo scaricare ad altri fosse una liberazione; al che avrei voluto, anche se poi non l’ho fatto, rispondere ciò che stavo pensando già da un po’, ovvero che nostro padre per lui non avrebbe dovuto essere un peso. Invece ero stato zitto e lui aveva continuato: Domenica lo accompagni al cimitero.

Ero arrivato a casa di mio padre dopo pranzo. Lui era sceso, col cappello a scacchi sotto l’ascella, e aveva piegato la schiena rigida per salire in macchina. Ai tempi della Marina, qualche volta, mi avevano comandato di servizio al cimitero; con la divisa bianca e i guanti bianchi e tutto il resto, ed era capitato fin troppo spesso. Così, quando avevo cambiato attività, e non che i funerali mancassero nemmeno lì, avevo preso a disertare i cimiteri. Ma dove stai andando? gridò mio padre, e lo disse in quel modo lamentoso e ostile ch’è concesso solo agli anziani. Al cimitero, risposi. Scosse la testa: Dobbiamo prendere i fiori. Cercavo le parole adatte per spiegare, ecco no, spiegare non è il termine corretto, avrei voluto difendere le mie azioni: mi ero indirizzato verso il cimitero perché lì davanti, come davanti a tutti i cimiteri del mondo, avremmo trovato fiori in abbondanza, ma lui mi anticipò. Da quelli là, quelli vicino all’ingresso, io non compro niente! Sono avvoltoi per cui andiamo allo stadio vecchio, che al negozio del Giulio c’è roba fresca e prezzi onesti. Ma è dall’altra parte della città! avevo parlato d’istinto, ma dalla sua espressione capii che era meglio lasciar perdere. Abbassai lo sguardo e feci inversione.

Se i fiori del Giulio, e lo dico con grande sincerità, mi sembravano uguali a tutti gli altri fiori di tutti gli altri negozi di fiori, il Giulio in compenso esibiva movimenti di una lentezza irritante. Aggravata per di più dalle continue interruzioni di mio padre, che rivangava vecchie storie sui loro compagni di classe: come il ragazzo magro che prendevano tutti in giro e che invece aveva aperto un albergo in Liguria; o la ragazza carina della prima fila che poi aveva sposato un mezzo malandrino; ma soprattutto racconti sul professor Parigi, che aveva addirittura ereditato una lavanderia da quel ballerino classico innamorato perso di lui. Con lo sguardo invitavo mio padre a non interrompere il Giulio, nella speranza che quello accelerasse le operazioni, ma fui bacchettato e ripiegai sul marciapiede a fumare una sigaretta.

Eravamo ripartiti da poco quando mio padre mi toccò l’avambraccio. Scendi giù alla darsena. Ma è dalla parte opposta. E allora torna indietro. Ma perché alla darsena, che c’entra? Si fece scuro in volto e cambiò tono. Non posso nemmeno approfittare di mio figlio? Per te è tutto facile, parti, vai a giocare da qualche parte in giro per il mondo, ma qui? Tuo fratello con la famiglia, ha impegni lui, ha una vita seria: non posso rompergli le balle per ogni cosa e poi non guido più, lo sai!

Strinsi il volante, respirai profondamente e mi infilai nel controviale.

Aspettavo sotto a un palazzo inutile. Mio padre era salito da tempo e chissà dov’era finito. Avevo attraversato la strada un paio di volte ma dai citofoni, coperti da strati di cognomi che si correggevano l’un l’altro, sotto il nastro adesivo e i pezzi di carta scritti a biro, in mezzo alla selva fitta di nomi stranieri, c’erano comunque una decina di cognomi papabili; quelli dei tempi in cui mio padre ancora abitava da queste parti, troppi per tentare la sorte, e così non restava che attendere.

Dopo un po’ s’è affacciato. Un uomo anziano, in vestaglia, con la flebo appesa a un’asta di metallo. Dietro di lui mio padre che faceva segno di aspettare, e io ho aspettato. Quando è sceso ha fatto un segno con la mano, un segno diverso, che poteva dire poi ti spiego, oppure lascia stare, difficilmente grazie. Ho guardato l’orologio e si stava facendo tardi, così mi sono diretto verso la tangenziale. Prendi la strada bassa che rischi di trovare l’ingorgo, ha detto lui. Saliti dalla rampa: nessun ingorgo. Si è raddrizzato sul sedile. Attento alla zona delle raffinerie, ha detto, esci che a quest’ora è tutto bloccato. Dopo il curvone troneggiava il polo industriale: nessun ingorgo neanche lì. Allora mio padre mi ha toccato l’avambraccio: Esci alla prossima! Volevo resistere ma il tono era fermo, così sono uscito.

Aspettavamo al semaforo in fondo alla discesa. Gli ho chiesto: Dove andiamo? Qui a destra c’è un tabaccaio, aperto la domenica, vorrei prendere un sigaro. Ma non fumi più. Non posso nemmeno prendere un sigaro? Alla mia età? Poi magari non lo fumo, ma è un crimine avere un sigaro in casa? Ho scosso la testa, ingranato la marcia, e sono passato col rosso. Siamo arrivati davanti al tabaccaio. Che sigaro vuoi? Balbettava. Dimmi la marca! Non ha risposto. Sono sceso e ne ho preso uno a caso, sono tornato in macchina. Poi sono andato verso la rampa e ho ignorato due semafori rossi; da lì in tangenziale, e l’uscita, e il cimitero.

Chiuso.

Dunque. Il cimitero non chiude presto: siamo noi che abbiamo fatto tardi. Impreco appoggiato al cofano e penso a mio fratello, che mi darà ancora dell’incapace. E a mio padre che è mogio sul sedile, tranquillo, per ora, ma riuscirà a darmi la colpa anche di questo. Respiro, come mi hanno insegnato in Marina. Ti arrabbi troppo, diceva il Capitano di corvetta. Respiro ma non funziona e allora apro lo sportello e grido verso mio padre: Hai visto? Sei contento? Ti avevo detto che chiudeva!

Mi aspetto che reagisca, che mi insulti come al solito, invece scuote la testa e dice solo: Torneremo domenica prossima.

Allora guardo i fiori sul sedile, il sigaro che tiene in mano e il suo volto, sereno almeno in apparenza, e penso a mio fratello che non è poi un gran genio, e mi tornano in mente quei funerali a cui mi è toccato di assistere e quell’unico a cui non sono potuto andare.

Mi lascio cadere sul sedile e lo chiedo a bassa voce. Quant’è che non vieni?

Papà resta zitto.

Quant’è che non vai a trovarla?

Mi guarda, esita, non vorrebbe; poi risponde. Dal giorno del funerale.

Io appoggio le mani sul volante e guardo il parcheggio deserto, se ne sono andati anche i venditori di fiori. Dietro alle inferriate, e al cancello chiuso, le tombe sono allineate nei vialetti; il sole sta calando e si sente freddo. Vuoi andare a casa? chiedo. Ma papà non mi ascolta, sta guardando le lapidi, la ghiaia, anche lui fissa il cancello chiuso. Restiamo un po’ in silenzio, poi si gira e lo dice a voce bassa: Potremmo scavalcare.

Lui lo dice, ma io già lo pensavo: Potremmo scavalcare.


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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