The Deuce. Ascesa e declino del cinema a luci rosse

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Se c’è una cosa che ha nociuto a The Deuce, il tv drama della HBO, è stata la pubblicità. Prima di tutto, nel senso che ne ha avuta fin troppo poca, e non soltanto da questa parte dell’oceano. Basta leggere tra le righe dell’entusiasmo del giornalismo americano per ritrovare l’invito a recuperare una serie passata indecorosamente in sordina; persino alle grandi stagioni dei premi The Deuce si è presentato senza mietere grandi raccolti, a discapito delle grandi ovazioni ricevute sugli aggregatori di recensioni online. Su un altro versante, quando la serie è approdata in Italia le nostre emittenti le hanno appioppato il sottotitolo illustrativo di La via del porno. Un elemento decorativo pensato apposta per ammiccare alla curiosità di un pubblico in cerca di nuovi programmi. Ma quel sottotitolo, però, che pure dice molto sulla natura di questo racconto televisivo in tre tempi, non ne esaurisce il contenuto. Anzi, un po’ inganna. Perché poi inizi a vederlo e scopri che c’è ben altro oltre il porno, che il porno non è tutto, e che, come al solito, sotto i vestiti c’è molto più di un corpo nudo.

Quindici anni in tre stagioni

Ora, non pensate che il sesso non ci sia. The Deuce è tutta una grande panoramica sui cambiamenti sociali e culturali che confluirono – o furono direttamente influenzati – nell’età d’oro del porno, il periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli Ottanta. La prima stagione è ambientata nel 1971, lungo la 42esima strada di Manhattan, detta appunto la Deuce, affollata di prostitute con papponi al seguito, dove la vita è movimentata da mafiosi italoamericani e i loro locali notturni, scandita dal ritmo delle retate della polizia. La seconda stagione sposta il focus sul 1977, con l’exploit di un’industria pornografica in grande ascesa. La terza e ultima fa un balzo avanti al 1984, quando quello stesso mercato è in inarrestabile evoluzione, insieme a tutto l’assetto urbano di New York e il suo reticolato sociale. Molte cose cambiano nel corso di questi quindici anni: professioni che mutano o spariscono, star un tempo sulla cresta dell’onda che si guardano poi dal declino dietro l’angolo, nuovi spettri – come l’AIDS – che minacciano l’imperturbabilità del decoro e dell’intimità.

Vite in evoluzione. I personaggi

In una serie che coinvolge un arco di tempo così ampio in un numero di puntate così ristretto, l’evoluzione agisce con insistenza anche sul sistema dei personaggi, nella stessa misura in cui investe lo spazio e il tempo in cui vivono e che conoscono. The Deuce è una serie corale, che non ha un protagonista unico à-la-Breaking Bad o Buffy, per dire, ma segue un mucchietto di interpreti principali contornati da personaggi secondari di enorme rilievo (e a volte anche più interessanti). Non tutti loro rientrano sotto la definizione di “professionisti del sesso”, benché abbiano a che fare, sebbene le loro vite gravitino tutte intorno al porno in maniera più o meno diretta. C’è Bobby, per esempio, che gestisce un bordello, oppure Harvey che lavora come produttore cinematografico nell’industria a luci rosse. Insomma, non soltanto prostitute e pornostar.

I protagonisti. James Franco e Maggie Gyllenhaal

Molto è affidato – vuoi per rilevanza dei punti di vista, vuoi per la levatura degli interpreti – ai due protagonisti James Franco e Maggie Gyllenhaal. Il primo, qui anche produttore, interpreta il duplice ruolo dei gemelli Martino, Frankie e Vincent: l’uno irrequieto e scapestrato, l’altro con la testa un po’ più salda sulle spalle, entrambi piacenti, entrambi donnaioli, ed entrambi irrimediabilmente conniventi con un sistema che li consumerà in modi diversi. Frankie gioca d’azzardo, smercia droga, prova a cimentarsi nella nascente arte del porno casalingo. È quello che corre più rischi – e i rischi, si sa, in ogni storia come si deve alla fine si pagano. Vincent, invece, è decisamente il più cauto, il più passivo dei due: nei locali che gestisce per conto della malavita si riversano piccoli criminali e individui moralmente discutibili, ma lui non fa una piega. Vincent osserva, raramente agisce, se non quando ormai è tardi. Il suo è il punto di vista privilegiato di chi si trova a osservare tutto dietro il bancone di un bar, che tiene traccia di chi va e di chi resta, e a cui, non a caso, è affidato il resoconto finale (uno dei momenti più alti e toccanti di televisione dell’ultimo anno).

Di tutt’altra pasta è Eileen Merrill, in arte Candy, ovvero Maggie Gyllenhaal in stato di grazia. Candy comincia la sua avventura proprio sulla strada, come prostituta, l’unica capace di tenere testa ai pimp, i papponi, che vogliono offrirle la loro protezione. Poi, un giorno, intravede una possibilità nel cinema hard, e ci si fionda. Ma Candy è troppo sveglia e ha troppe cose da dire per offrirsi soltanto in quel senso, e così non si lascia sfuggire l’opportunità di imbracciare la macchina da presa.

Quel che Candy deve imparare sulla propria pelle, però, è che la libertà di parola e di iniziativa così arduamente conquistata non si traduce in un miglioramento delle condizioni delle donne del settore. Che la sua voce, pur così schietta e riconoscibile, rimane inascoltata in un caos prevalentemente maschile. Soprattutto, Candy, al pari di tutti gli altri, non sa che le cose stanno cambiando più rapidamente di quanto possano controllare. Da questo punto di vista, la vicenda di Lori Madison è esemplare.

Lori Madison si affaccia nella prima stagione lavorando sul marciapiede della Deuce, col visino da brava ragazza ripulito da qualsivoglia accenno di malizia. Passano gli anni, e Lori viene tramutata in divetta del porno, e allora sembra che le cose possano mettersi finalmente meglio per lei. Sfugge dalla morsa di un pappone violento, ma per poi precipitare nelle grinfie di un fidanzato-manager interessato solo agli introiti delle vendite del suo corpo. Gli oneri del mestiere le impongono scene di sesso sempre più esplicito di cui nessuno le ha mai chiesto il consenso. Ovunque vada, c’è qualcun altro che deve scegliere per lei, e quando prova a decidere per sé sembra che le uniche alternative che le si parino davanti la spingano ancora più in basso. Ma è nel finale della terza stagione che Lori tocca il punto più infimo, salvo poi offrire – a noi spettatori – la speranza di un riscatto. È il momento più alto di tutta la serie: gli autori ci fanno credere, per lo spazio di un piccolissimo istante, che tutto andrà per il meglio, e poi ci prendono brutalmente a schiaffi insieme ai loro personaggi.

Il potere del progresso

David Simon e George Pelecanos (gli stessi ideatori di quell’altra serie iperosannata che è The Wire) non hanno voluto particolarmente bene ai loro personaggi, nel senso che non li hanno protetti, blanditi, coccolati. Da un punto di vista strettamente professionale, gliene hanno voluto eccome, perché li hanno spinti sempre più in là, all’orlo estremo di ogni margine di sicurezza, obbligandoli a fare i conti con le peggiori delle aspettative e a vedere come se la cavavano a dover ricominciare ogni volta daccapo. E nella maggior parte dei casi, non se la cavano bene. Molti vanno incontro a una brutta fine – inaspettata, cruenta, insulsa – o si rialzano a malapena mentre tentano di raccapezzarsi in un mondo che non è più il loro.  La gentrificazione aleggia su Times Square, nelle vesti di un’amministrazione intenzionata a ripulire il quartiere dalla feccia per far posto agli investitori privati. L’avvento delle VHS rivoluziona dall’interno l’industria dell’intrattenimento. L’HIV scuote una comunità che fatica a farsi riconoscere in qualcosa di più di una malattia. E naturalmente cambia anche il porno, eccome se cambia.

Un’industria in trasformazione

Le distribuzioni teatrali, dei tempi in cui film come Gola profonda uscivano al cinema, non sono più pensabili nell’epoca in cui chiunque può produrre il proprio filmino erotico con una telecamera, e quella del porno d’autore parrebbe essere una parentesi che gli anni Ottanta stanno per chiudere. Quando Candy partecipa a una convention sul cinema a luci rosse si misura con il crollo della popolarità cui va incontro il suo modo di fare film, mentre il genere che va per la maggiore è grottesco, amatoriale, non ha nulla delle sue buone intenzioni artistiche. La brutalità che la serie dimostra verso i suoi protagonisti sta tutta qui, nelle conversazioni che Candy intrattiene col suo mentore Harvey sulla Nouvelle Vague e il poster di Fino all’ultimo respiro appeso nel loro studio, mentre di lì a breve discutono dell’inevitabilità di inserire in sceneggiatura scene di sesso posticcio per allettare i finanziatori. Come si dice, o bere o affogare. Tanto non si può fermare il progresso.

Volti nella folla

Gli ultimi minuti del season finale ci trasportano in una Grande Mela dei giorni nostri, nell’anno 2019. Per una precisa scelta estetica, o per ragioni meramente produttive, fino ad allora i cieli di New York non si vedono mai. Per tutti gli anni in cui siamo nella Deuce, rimaniamo incollati sull’asfalto della Deuce, nei suoi locali, i suoi interni libidinosi, i suoi squallidi marciapiedi. Poi, alla fine, irrompono i palazzoni nel panorama. Ed eccolo lì, l’imborghesimento del quartiere che ha portato Times Square a diventare meta d’assalto di turisti e iconico incrocio cittadino. Una folla senza nome si avvicenda lungo la strada mentre riaffiorano uno a uno gli spettri dei personaggi del passato: saranno anche stati schiacciati, dimenticati e morti miseramente, ma non faranno mai parte della folla. Loro avevano una personalità.

Andrea Vitale


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Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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