Vite parallele: le vergini suicide ne “La bella estate” di Pavese

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Esiste ancora la figura dell’adolescente? Quel simbolo così amato ed (ab)usato dalla Letteratura internazionale che si pone metaforicamente ai bordi della fatidica linea d’ombra conradiana, al passaggio tra infanzia ed età adulta, impulsività e disincanto, fragilità e saggezza? E se esite, chi è oggi l’adolescente? Come ci appare?

L’adolescente

Jeoffrey Eugenides ce ne dà una meravigliosa (e tragica) descrizione nel suo romanzo “Le verigini suicide”, pubblicato nel 1993. Un’immagine ferma nel tempo presente e nello spazio occidentale. Un’immagine accurata ed attuale. La sua adolescenza è incarnata nella ragazza della porta accanto. O nel l’anonimo figlio di lontani conoscenti. È resa concreta dalle ragazzine che vediamo uscire ogni giorno da scuola e dai ragazzini che giocano al parco. È il qui e l’ora. L’unico elemento fantasioso sembra preso  in prestito da Nabokov: c’è un po’ di Lolita, in Lux (una delle figlie Lisbon, protagoniste del suo romanzo). Lo-li-ta. Ma Lux è una ninfetta senza graffi. Senza sconcerto. Una Lolita moderna, egocentrica, annoiata e molto più consapevole. Per il resto, l’adolescenza è descritta realisticamente, seppure in modo poetico e con finale tragico. C’è – infatti – tutta la potenza linguistica di Eugenides, ne “Le vergini suicide”, la sua abilità nell’evocare immagini, sensazioni, dubbi, pensieri. C’è  tutto il suo mondo narrativo. E al suo interno, c’è la rappresentazione della nostra (triste?) realtà.

Niente a che vedere con “La bella estate” di Cesare Pavese, racconto scritto nel 1940 e pubblicato nel 1949. L’adolescenza – allora – era tutt’altro. Non saprei da dove cominciare il confronto. Italia e Stati Uniti d’America, forse. Anni ’40 e anni ’90 (anche se il romanzo di Eugenides è ambientato negli anni ’70). Classe operaia e borghesia. Ginia (la protagonista del racconto di Pavese) e Lux. Povertà e ricchezza. Prima e dopo il boom economico. O anche semplicemente prima e dopo. Cosa sarebbe successo – dunque – se al posto di Ginia avessimo trovato Lux tra le pagine de “La bella estate?” La storia ne sarebbe uscita rovesciata. Perché il contesto modifica il senso delle esperienze. Il periodo storico distorce i turbamenti esistenziali. Le condizioni materali influiscono anche sui bisogni non elementari. Ma la linea d’ombra – ahimè o per fortuna – rimane. Tutto ciò che è essenziale rimane. La Letteratura rimane. I nostri dubbi rimangono. La storia avrebbe cambiato – cioé – sfumature ma sarebbe resistita.

Ginia e Lux

Immaginiamoci – allora – di sostituire Ginia con Lux Lisbon. Al di là della critica dell’american way of life espressa da una sorta di sua ribellione ma quieta, addomesticata, e dunque tipicamente moderna, la vedremmo agire senza intenti pedagogici (ancora una volta, come la modernità vuole), circondata da un soffuso alone di delicatezza stilistica che manca alla brutalità (voluta) del racconto di Pavese. Ecco che “la bella estate” si trasformerebbe in un quadro sui toni pastello e giochi di luce, si riempirebbe di mistero e incompiutezza. L’atmosfera del romanzo di Eugenides, infatti, soffocherebbe quella di Pavese. Vedremmo piano piano riempirsi le pagine di un’atmosfera di perfezione tipicamente ostentata dalle case borghesi, che ospitano professori, casalinghe, cucine che profumano di torte e biscotti appena sformati, ma anche cinque adolescenti che sofficemente progettano il proprio suicidio. È l’indifferenza dell’occhio moderno, che accetta tutto senza scomporsi troppo. Particolari insignificanti che diventano simboli di un disagio molto più ampio.

Il contesto de “La bella estate” è molto più statico e prevedibile e non ne uscirebbe intatto. Si lascerebbe contaminare da Lux Lisbon come se Lux Lisbon fosse il colorante che decora la glassa di una torta. Eugenides farebbe annegare Pavese in un torpore che gli è sconosciuto. L’atmosfera diverrebbe delicata, sospesa, per certi versi più destabilizzante. Il mondo operaio di Ginia si scontrerebbe con l’apatia di Lux che non si innamorerebbe davvero (come Ginia) di Guido, pittore di origine contadina attraverso il quale Ginia s’illude di entrare in contatto con l’ambiente bohemien e intellettuale che tanto idealizza. Lux – cioè – non sarebbe una vittima, ma la carnefice di Guido. La donna che con la sua indolenza smaschererebbe tutti gli inganni e le menzogne del pittore, le sue bassezze e la sua mancanza di talento.

L’innocenza

Torniamo per un attimo indietro a “La bella estate” nella versione – per così dire –  originale. Ginia – sedicenne semplice e risoluta, decisa ad abbandonare le miserie di una vita operaia – muove i primi passi nel mondo adulto, ma siccome ragazzina si lascia presto irretire da due o tre ragazzi più grandi che la illudono d’essere quegli intellettuali ed artisti che tanto sognava d’incontrare e che da una parte la deluderanno e dall’altra la obbligheranno ad allontanarsi dal perbenismo della sua famiglia d’orgine. All’inizio del racconto troviamo Ginia in cerca del divertimento, dello svago. Desidera diventare emancipata. Tutto il contrario di Lux che – stanca di una esistenza colma solo di giocattoli – desidera protezione, rifugio e un po’ di sentimenti veri. Ne “La bella estate” Lux non si sarebbe fatta plagiare da Amelia – ragazza poco più grande di Ginia ma disinibita e cinica – anzi, probabilmente si sarebbe presto annoiata di lei e tutto il sottotesto della storia inerente al loro rapporto fatto di prevaricazione e sottomissione non sarebbe esistito. Nessun disincanto, dunque, e nessuna delusione. Ma nemmeno nessuna salvezza.

Entrambi i romanzi ci raccontano in qualche modo dell’innocenza: Pavese descrive il doloroso momento in cui la si perde, mentre Eugenides narra del disperato tentativo di non perderla mai. Bambini e adulti. Dopoguerra e tempi attuali. L’inesplorato delude Ginia, mentre Lux s’accorge che l’inesplorato non esiste, se non nella sua fantasia. Nessuna delle due è davvero spensierata, nessuna delle due è davvero indifesa. Ma il colpo di scena sarebbe totale, ovviamente. “La bella estate” si concluderebbe non con una accettazione passiva delle regole dell’età adulta, ma con un rifiuto. Lux – cioé – ancora una volta si ucciderebbe.

Anna Pietroboni


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Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato tre romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014), Le immagini ibride (A&B, 2017) e Il dolce domani (A&B, 2019). Nel 2018 ha vinto il premio internazionale “Letteratura” con il racconto inedito Un segreto.

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