Vite parallele: Stoner ne “L’idiota” di Dostoevskij

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Chi è l’inetto? Ma soprattutto: chi è l’inetto oggi?  Turgenev ce ne dà forse una definizione inaspettatamente attuale già nel 1850: “La natura non aveva contato sulla mia comparsa” fa dire al protagonista de Il diario di un uomo superfluo, “[…] Durante tutta la mia vita ho sempre trovato il mio posto occupato. […] Mi manca probabilmente proprio quella qualità che ci fa capaci di muovere i cuori degli uomini”. Sembra di sentire parlare William Stoner, protagonista del terzo romanzo dallo strano destino (prima dimenticato e poi celebrato) di John Edward Williams. E perché mai questa constatazione dovrebbe stupirci? Perché la figura letteraria dell’inetto non è per nulla rimasta statica, piuttosto è mutata nel corso dei secoli, modellandosi soprattutto sul sistema valoriale dei tempi correnti.

L’inetto

Immaginiamoci – allora – di sostituire il principe Myskin – indimenticabile protagonista de L’idiota di Dostoevskij – con William Stoner. Ne verrebbe fuori un dipinto quanto meno bizzarro. Eppure i due personaggi hanno alcuni aspetti decisivi in comune.  Entrambi – a loro modo e in due accezioni diverse – sono inetti , in-eptus, da in per non e aptus, idoneo, cioè inadatti alla vita del loro tempo. Non hanno successo, sono sostanzialmente infelici negli affetti, hanno scarsa considerazione di se stessi e in qualche modo percepiscono questa loro inattitudine. Ma cosa li distingue? Principalmente un elemento che però appare decisivo: Myskin è il diverso, l’ingenuo pieno di bontà che non è in grado di vedere la malvagità e l’ipocrisia del mondo, mentre Stoner è l’uno tra i molti, cioè l’uomo qualunque, quello che non è in grado di distinguersi per mancanza di volontà, peculiarità, qualità (stiamo attenti: sia nel bene sia nel male). Ecco allora – accettando questa interpretazione – accadere l’inconsueto: se sostituissimo i due protagonisti, infatti, le storie rimarrebbero in piedi (vicenda non scontata), ma cambierebbe completamente il senso dei due romanzi.

La mediocrità dell’essere

Prendiamo William Stoner. Ci appare subito pigro, privo di una volontà forte, fiacco. Non è antipatico, perché è sincero nella sua pena (“si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta”), ma è estenuante. È un uomo grigio che osserva lo svolgimento della propria vita come se ogni cosa stesse accadendo a un altro, e presto verrà dimenticato. Il terrore – cioè – espresso quotidianamente dalla cultura attuale.  Essere insignificanti. Noiosi. Vivere una vita monotona e priva di emozioni.

Ma è mai possibile scrivere un libro su un’esistenza vuota? Oggi come oggi sì. Questo è anche un paradosso: l’uomo di oggi confonde le qualità individuali con le apparenze di successo (la verità con l’opinione, o come in modo più ordinario si descrive di solito con il far prevalere l’apparire all’essere), ma è talmente poco introspettivo e istruito che si entusiasma e si riconosce nella convenzionalità, nell’ovvietà, nella mediocrità. I temi alti non interessano più ed anzi le insulsaggini vengono imposte come minimalismo, sarcasmo,  autenticità. È il baratro della cultura.

Letteratura e quotidianità

Torniamo a Stoner, l’uomo della normalità. L’uomo della vita minima. Studia, diventa docente universitario, si sposa, ha una figlia, ha un’amante, si ammala e muore. C’è un po’ di Stoner in ognuno di noi, ci viene detto. Ahimè, questo dovrebbe terrorizzarci, non confortarci. Ho letto con piacere. L’ho trovato ben scritto, accurato nelle sfumature psicologiche, piuttosto realistico e per certi versi persino avvincente. È un buon romanzo, un ottimo romanzo, ma non credo sia sufficiente per considerarlo Letteratura. Perché riconosce il mondo e chi lo legge ci si riconosce, ma né trasmuta il mondo né sciocca il lettore, lo obbliga cioè ad elevarsi, indignarsi, istruirsi.

Tutto il contrario del principe Myskin che – nonostante sia considerato un idiota – dimostra una sapienza e una profondità superiore a tutti gli altri che lo circondano, perché egli ama riflettere. “Che razza di idiota sono” gli fa dire Dostoevskij, “se so che mi si considera un idiota?” L’idiota è – intendo dire – un romanzo da contenuti elevati, preziosi, ardui e disorientanti. È Letteratura.

Il principe Stoner

Riprendiamo ora Stoner e gettiamolo tra le pagine de L’idiota. Perché il passato non è sempre rimpianto e il presente sempre perdente. Basta essere sinceri. E unire il meglio di entrambi. Stoner – per esempio – non aspirerebbe all’armonia come Myskin, non ferirebbe Aglaja né Nastas’ja Filippovna. Anzi, quest’ultima (che nella versione reale del romanzo è innamorata del principe ma rimane distante da lui in quanto crede di non meritarlo) si sposerebbe con Stoner, o almeno intreccerebbe con lui una relazione extra-coniugale. Stoner – infatti – l’accetterebbe per noia, scarsa volontà, pigrizia. Non per amore, perché non la ama.  Il suo cuore è in realtà prigioniero di Aglaja, anche se non riuscirà mai a comprenderlo fino in fondo per mancanza di coraggio. Quindi non sceglierebbe mai una tra Nastas’ja e Aglaja, ma si legherebbe ad entrambe contemporaneamente.

Il romanzo non sarebbe più esasperato, dunque, tragico, eccessivo. E sarebbe sicuramente più breve. Non leggeremmo dei nichilisti – divagazione colta che il lettore moderno salterebbe a piene mani, evento che fa perdere musicalità al romanzo – né del goffo e quanto mai teatrale tentativo di suicidio di uno di loro. E nemmeno degli omicidi d’amore e dei vari impazzimenti. Troppa passione, per il lettore moderno, troppa poca verosimiglianza. Il romanzo ne uscirebbe più strutturato, equilibrato, pennellato.

Forse – al posto che sposare un finto conte – vedremmo sposarsi Stoner ed Aglaja, perché per la sensibilità attuale, tra Aglaja e Nastas’ja, Aglaja è senz’altro la moglie e Nastas’ja inequivocabilmente  l’amante. Stoner – infine – invidierebbe meno gli usurpatori del mondo e la loro vita, colma di passioni meschine, pettegolezzi e avidità, e riempierebbe il vuoto della sua esistenza con un po’ più di ingenua sincerità e di bontà d’animo. Si sentirebbe ancora diverso, forse, ma non vorrebbe più essere uguale a certi altri.

Anna Pietroboni


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Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato tre romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014), Le immagini ibride (A&B, 2017) e Il dolce domani (A&B, 2019). Nel 2018 ha vinto il premio internazionale “Letteratura” con il racconto inedito Un segreto.

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