Racconto: Mia sorella – Anna Fusari

Condividi!

Faccio una lista di parole che mi mettono tristezza: carboidrati, radiazione, aspirapolvere (la più lunga e la più difficile al gioco dell’Impiccato), cuscini decorativi, aspetta, è uguale.

Ho in mente un gioco che facevo da piccola: metti il piede solo sulle mattonelle bianche. Il pavimento della cucina di mia madre era bianco e nero, con mattonelle esagonali e sbrecciate. Cucinava il sugo, quasi tutti i giorni.

Assaggia la pasta se è cotta. Soffia prima. Ci vuole altro sale?

Mio padre portava le bretelle sopra la camicia canarina.

Per piacere, portami un bicchier d’acqua.

La gatta era nera e si chiamava Lazzarella, perché quando l’abbiamo trovata credevamo fosse morta. “Cammina sulle mattonelle bianche”.

Stai attenta con quel bicchiere in mano che se cadi ti tagli la faccia!

Lazzarella non dovrebbe avvicinarsi tanto quando cammino su un piede solo. Sigal Samuel al numero nove della sua lista parla del silenzio tra il momento in cui rovesci una ciotola di vetro e il momento in cui si schianta a terra. La mia non era una ciotola, ma un bicchiere. E non mi sfregiò la faccia, ma un braccio, il sinistro. Sette punti di sutura.

Faccio una lista di parole che mi fanno paura: gatto, scheggia, ago, disgraziata, te l’avevo detto.

Secondo la dottoressa con gli occhiali da gatta sono in sovrappeso.

Niente pasta, niente pane. Dieta alternativa, disintossicante. Verdure al vapore e tisane allo zenzero.

Ho iniziato a ingrassare dopo la terapia. Non è stato un effetto collaterale, no. Mi annoiavo in sala d’attesa e c’era un distributore di bibite e snack.

Circoscriveremo la zona a rischio, aveva detto quello con i capelli sale e pepe.

Sarà una terapia lieve e indolore, aveva detto lo specializzando biondo.

Il macchinario è rotto, diceva un voce annoiata al telefono.

Ma si può interrompere la terapia così? Le chiesi la prima volta.

E che ne so, mica sono un medico, io!

A casa avevo una scorta di biscotti ripieni e gelato, un abbonamento a Netflix e un condizionatore. È passato molto tempo, ma continuo a essere grassa. Ho un cuscino di protezione intorno al corpo. A Ludo non piace, ma non lo dice. Dice:

Se ti fa stare meglio, perdi qualche chilo.

Adora riempire la casa di oggetti inutili e costosi, effimeri sfoghi della sua latente omosessualità. Gli voglio bene, per carità. Ma l’amore della mia vita mi ha rifiutata anni fa.

Aspetta qui, mi disse.

Poi si accese una luce, un flash e scapparono via in cinque o sei. La foto fece il giro della scuola, il mio corpo sembrava non avere più segreti per nessuno. Ci misi tempo per riprendermi. Poi al corso di igiene dentale conobbi Ludo. È una persona accomodante, sincera, affettuosa, accomodante. Per lui va bene lo stesso. Qualcuno direbbe che non ha personalità, ma per me non è un difetto.

Faccio una lista di ciò che mi rende felice: i biscotti ripieni, l’icona del carrello su Amazon, il verde acqua, i negozi di detersivi, i divisori per le dita dei piedi quando metto lo smalto.

Non mi sono mai piaciuti i giochi “intellettuali”. Mia sorella voleva sempre fare lo Scarabeo, o l’Impiccato, o il Taboo. Le piacciono le parole. Insegna greco antico e latino. Le brillano gli occhi con le lettere di Orazio, manco le avesse scritte per lei. Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.

Non sto bene qua, mi aveva detto.

E se n’era andata a insegnare a Oxford. Mia sorella è un libro già scritto. Forse perché ne ha letti troppi. Lei la chiama “sindrome bovarista”, io dico che è più scontata di quanto non creda. Ha paura di accontentarsi:

È come fare il primo passo verso la morte.

Ma io sono viva e vegeta e ho più pace di lei. Non mi assumo mai la colpa di niente, dice il terapista di mia sorella, soffoco la parte insicura di me con cucchiaiate di gelato e shopping online.

Mia madre vive con me e Ludo da quando si è dimenticata anche come si va in bagno. Ogni tanto mi accarezza la cicatrice sul braccio e mi chiede:

Chi ti ha fatto questo?

Il gatto, le rispondo.

 

Ludo ha trovato una delle mie liste.

Che roba è? Mi chiede.

Le ho copiate da un libro.

Fa una pausa.

Quale libro?

 

Mia sorella torna per Natale e mia madre è già eccitata.

Cate, Cate, sta arrivando Cate.

Le dico incitandola con piccoli scoppi di voce.

Batte le mani come una bambina.

Cate arriva sempre carica di pacchetti avvolti tutti nella stessa carta da regalo. Una sciarpa a quadri lasciata a penzolare sopra il cappotto grigio. Le sono uscite due rughe ai lati della bocca.

La mattina di Natale apriamo i doni in pigiama, mamma ci segue con lo sguardo eccitato sopra la copertina di pile. Sotto la carta da regalo del pacchetto con il mio nome indovino un altro libro. Mia sorella ha la speranza, o la presunzione, di volermi istruire. L’anno scorso me ne aveva regalato uno di un’autrice che scrive sotto pseudonimo. Parla di due amiche che crescono dentro una stessa vita fino a quando non fanno le proprie scelte e quindi continuano ad essere la stessa persona, ma in due vite diverse. Io credo che sia stata lei a scriverlo, ma non gliel’ho mai detto, perché riderebbe come ride quando sbaglio a pronunciare il nome di una città.

Io la chiamo “la mia parte malata”, quella che stila liste e mi tira per le caviglie. Ma è l’unico punto di contatto che ho con mia sorella.

Ho preso un gatto, dice. So che hai paura, ma non verresti comunque a trovarmi.

Che cosa c’è da fare a Oxford? Penso. Passeggiate al parco, una visita alla biblioteca, la tv con i canali in inglese.

Sento sempre un dolore qui, le indico la bocca dello stomaco come se fosse un medico.

Mi prepara dell’acqua calda con una scorza di limone e un cucchiaino di miele e me la porta a letto.

Non hai ancora aperto il mio regalo, mi dice.

È un altro libro.

Vuoi che ti regali qualcos’altro?

Sì, le rispondo. Preferirei qualcos’altro.

D’accordo, non te ne regalerò più.

Si fa spazio tra i cuscini decorativi e si stende accanto a me.

Allora, mi dice. A che stanno i preparativi per questo matrimonio?

Credo che non riuscirò mai a entrare nel vestito.

Allora questo lo mangio io, dice portandomi via un biscotto dal piattino.

Ride, rido. Ludo guarda la tv in soggiorno e mamma sonnecchia davanti alla stufa.

Faccio una lista di cose che mi occorrono.

Ventagli di carta per le donne insieme ai libretti in chiesa, si portano molto, suggerisce Cate.

Si infila gli occhiali e scrive con me: un fiore fresco tra i capelli al taglio della torta, cascata di cioccolato, fuochi d’artificio…

No, dai, che cafonata!

È il mio matrimonio.

Fuochi d’artificio, sigari e rum, dj set, verde acqua per le damigelle,

Anche io?

Sì, anche tu.

Due primi, profumatori come bomboniere, fiori finti sulle partecipazioni, quartetto d’archi, foto sulla spiaggia…

 

Anna Fusari


Condividi!

Anna Fusari frequenta un Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale a Roma. Inizia gli studi universitari in Lettere Moderne a Napoli e continua con un Double Degree in Filologia Moderna tra Padova e Grenoble. Dopo una lunga tappa francese a Montpellier, torna in Italia per realizzare il sogno di trasformare in lavoro la sua più grande passione: i libri.

Lascia un commento

Torna su