La pornomatrioska di Claudia Grande

Chi l’ha detto che i grandi uomini non mangiano caramelle? (Pornorama, p.188)

Quando un’attrice porno entra in qualsiasi tipo di stanza o ambiente si porta dietro un’energia distintiva – ti giri a guardarla anche se penseresti che non vuoi. È come guardare il personaggio dell’illustrazione di un flipper o di un fumetto diventare tridimensionale e venire verso di te.
(David Foster Wallace,Il figlio grosso e rosso”, in Considera l’aragosta, Einaudi, 2005, p. 21).

Dopo un esordio scoppiettante per Il Saggiatore due anni fa con Bim Bum Bam Ketamina, Claudia Grande torna nelle librerie per lo stesso editore con Pornorama, romanzo-mondo che sembra farsi carico della riflessione sopracitata, di David Foster Wallace. La giovane autrice ci regala una storia delle sue tipiche: delirante, popolata di personaggi eccentrici e iper-articolati, grotteschi e anticonvenzionali – eppure più veri del vero –, alle prese con le misteriose morti, già derubricate a suicidi, di un gruppo di pornoattrici. Esistenze marginali, corpi minori destinati all’uso e al consumo di una società bulimica, noti al pubblico sotto false identità, mai restituite a loro stesse se non come agglomerati di attributi fisici e abilità erotiche e narrazioni stereotipate di fan isterici, colleghe rancorose, chirurghi avidi e produttori senza scrupoli, ricordandoci come la morte sia ridotta a mera notizia, mentre l’informazione dei social affolla le nostre vuote cronache.

Aliena nel panorama letterario dominante italiano, con una fede incrollabile nell’ironia e nella provocazione, audace, divertente, ma al tempo stesso in grado di commuovere il lettore con la misura e l’eleganza che dovrebbe caratterizzare uno scrittore, Claudia Grande si conferma una delle voci più interessanti di questi ultimi anni, una voce che snobba la letteratura del dolore e la meschinità dell’Io preferendo strizzare l’occhio agli americani postmoderni.

Irrituale, vivace, a tratti virginale, la pornografia di Pornorama non è quella che gravita intorno ai suoi protagonisti – seppur ben delineati e ben radicati nella storia – bensì quella che racconta con scaltrezza e brio la malattia del mondo degli adulti, i professionisti del successo, gli avvocati, gli psichiatri, coloro che dovrebbero occuparsi del mondo guasto da loro costruito e consegnato nelle mani ancora smarrite dei propri figli.

“Le cose che non sono blu di natura muoiono, quando il blu le tocca“, pensa Teo mentre scruta il profilo addormentato di Bet nel buio della stanza. Si potrebbe riassumere così il rapporto tra i due protagonisti, fragili e inquieti figli di genitori assenti, troppo presi da loro stessi, immersi in un’oscenità che non risiede nella pornografia dei corpi, bensì nella totale incapacità di guardare al di là del proprio dolore, piacere o tornaconto.

Alla ricerca di un senso e di uno scopo, Bet e Teo si uniscono alle indagini dell’ex ispettrice capo Vittoria De Feo per smascherare il responsabile degli atroci assassinî, facendosi carico di loro stessi e del proprio smarrimento. Acerbi ma complici, imparano insieme ad assaporare il gusto dolceamaro dell’esistenza, in una società che ha azzerato ogni confine tra realtà e finzione, contraffazione e autenticità, dove nulla è ciò che sembra, e soprattutto nulla è ciò che dice di essere. Costretti a interpretare il mondo tragicomico che li circonda, sovente piegandolo alle loro aspettative o ai loro desideri, i due ragazzi sapranno rimanere vigili, mantenendo un occhio lucido e attento da veri investigatori del sé.

Non credo nella filosofia non erotica.
Witold Gombrovicz, Diari

Non c’è umorismo in paradiso, diceva Mark Twain. Aggiungerei che certe questioni sono troppo serie per occuparsene con piglio sostenuto o serioso. Grande lo sa, e reagisce alle brutture del mondo con intelligenza, scavalcando il reale a favore di un naturalismo brutale, marcatamente grottesco, sempre elegante nello stile, sia che ci parli di politica e letteratura sia di fellatio. Tra una risata e una lacrima, Pornorama è capace di immergerci nell’inferno dei giorni nostri, portando con sé una scia, un profumo di dolcezza e terrore, plastica e carne, tra torte della mamma e droga sintetica, feticismo e psichiatria, chirurgia estetica spinta all’eccesso e buffi, improponibili personaggi presi a prestito dai programmi televisivi per bambini. C’è tenerezza in questo romanzo, perspicacia, luminosità e purezza, perché dietro l’apparenza di un classico thriller, Pornorama è una matrioska, un’enorme torta di compleanno glitterata, un Jack in the box dalla sorpresa amara, un contenitore che ci rivela che la nostra esistenza altro non è che un giocattolino a buon mercato: una volta capito come si usa il balocco si rompe.

Le parole innescano le trasformazioni più grandi, meravigliose o catastrofiche che siano. (p.75)

Strutturata la trama, circondati i personaggi di un’aura di apparente non senso, Grande stravolge i canoni, manipolando con disinvoltura la materia narrativa; mescola le carte dei generi, moltiplica i piani, sottrae e aggiunge complessità a suo piacimento, scrive dialoghi ben congegnati, pieni di ritmo, intensi, sciocchi e geniali insieme, e lo fa con la disinvoltura di chi sa ciò che vuole e come ottenerlo.

Il segreto dello stile di Claudia Grande è il salto verso l’inaspettato, verso l’esatto contrario di ciò che immaginavamo ci avrebbe raccontato. Mentre le descrizioni dei corpi e delle loro meccaniche abitudini è rivelata fino all’oscenità, la loro metafisica è appena palpabile, suggerita, un tocco leggero riservato a chi può permettersi di scorgerla, nascosta tra una folla carnevalesca di ciarlatani e guappi.

Pagina dopo pagina, l’indagine di Teo, Bet e Vittoria si fa puro espediente narrativo, e la risoluzione del mistero dietro le morti misteriose delle pornoattrici si sdoppia, diventando una vera e propria ricerca di senso: anche alcuni significanti cambiano di significato, fluidi anche loro come la società di oggi. Oltre lo sfondo malinconico delle città di Torino, Milano e Roma – svuotate dalla folla cittadina per essere riempite solo di cieli mesti o infuocati – due giovani camminano mano nella mano verso una meta altra, alla ricerca di un posto nel mondo, guardando al passato della loro infanzia con lucidità e amarezza, ma solo per interpretare il loro – il nostro – presente, senza cadere mai nella tentazione di tornare indietro, forti di una maturità nuova, più consapevole di quella dei loro genitori.

A noi lettori non resta che incantarci seguendoli passo passo, mentre litigano, fanno la pace e crescono. Così diversi dai ragazzi di ieri che pensavano solo alla carriera o alla famiglia, i ragazzi di Pornorama sono teneri e sfacciati: ci guardano dritti in faccia, vogliono parlarci di Marx, social network e cartoni animati con la stessa serietà, lo stesso entusiasmo, in bilico tra oggi e ieri, coraggiosi e spavaldi.

«Bet…»
«Mh?»
«È strano.»
«Cosa?»
«Tutto.»
«…»
«Scusa.»
«Anch’io sono strana?»
«Non volevo offenderti.»
«Sono strana secondo te?»
«Sì. Ma in un modo che mi piace molto.» (p.147)

Privi di modelli positivi e solidi: forse è così che i giovani d’oggi imparano a crescere e ad amarsi, per approssimazione, in un’intricata e minuziosa indagine su sé stessi e sul mondo. In Pornorama Claudia Grande li ha raccontati per noi che a torto li sottovalutiamo, come noi adulti, rattrappiti e vecchi, usiamo fare con tutto ciò che sa strapparci un sorriso, rivelando ancora una volta la nostra incapacità di capire non solo la letteratura ma la vita stessa.

Sarah Majocchi

Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

Lascia un commento

Torna su