Le martore di Groninga – terza puntata

Un romanzo di Giuseppe Raudino.

(qui trovi la prima puntata)

Mirjam era appena trentacinquenne. Labbra carnose, tette e culo rifatti un paio d’anni prima in una clinica di Istanbul dove facevano affari d’oro con le donne europee complessate e ben paganti, che univano il lusso di una vacanza al diletto della chirurgia plastica low cost. Ogni tanto andava qualcosa storto, ma la maggior parte se la cavava bene. In Turchia programmavano interventi multipli in un’unica sessione, mentre, per ragioni di sicurezza, gli ospedali olandesi avrebbero diluito in svariati mesi i vari interventi estetici, così da non debilitare troppo il fisico e per agevolare la ripresa dei pazienti in caso di infezioni. In Europa ci volevano troppo tempo e troppi soldi; in Medio Oriente si faceva tutto in un colpo e le tariffe erano più abbordabili anche per una lavoratrice che percepiva uno stipendio medio nei Paesi Bassi.
Marco aveva notato questa tendenza tra le giovani donne che frequentava. Solo le prime volte si era mostrato perplesso davanti a due tette che puntavano in alto anche quando la ragazza di turno si sdraiava supina. Anche al tatto aveva notato una certa turgidezza troppo innaturale, ma la cosa più preoccupante era l’ultima tendenza di farsi succhiare il grasso dalla pancia e farselo iniettare sulle natiche. Prima della partenza ricordava benissimo che Mirjam aveva preso a mangiare gelati e porcherie varie per mettere su un po’ di pancetta, così da far trovare ai medici turchi qualcosa di concreto da aspirare. Le avevano raccomandato che la nuova imbottitura con cui le avrebbero foderato il culo dipendeva dalla quantità di adipe a loro disposizione.
Al ritorno dal suo viaggio, Marco l’aveva trovata raggiante in volto, felicissima, eppure appena appena meno espressiva per le iniezioni di botulino con cui le avevano punteggiato il contorno delle labbra e l’arco delle sopracciglia. In corpo l’aveva trovata come una bottiglietta di plastica leggermente schiacciata al centro: la trippa sul ventre era andata via e seno e fondoschiena erano lievitati dentro un nuovo top e dei jeans attillatissimi.
Marco non era necessariamente entusiasta dei progressi estetici di Mirjam, ma di certo aveva goduto della novella sicurezza di sé accresciutasi in lei a dismisura, proporzionalmente ben oltre il progresso della nuova taglia di reggiseno. Sentirsi sicura del proprio corpo le permetteva di mostrare e di osare, con buona soddisfazione di Marco.
Compatibilmente con il decorso post-operatorio, Marco aveva preso a frequentarla abbastanza assiduamente, salvo poi rendersi conto di essersi lasciato prendere un po’ troppo la mano. Sentendosi invischiato in questa storia semiufficiale con Mirjam, aveva cominciato ad accampare una scusa dopo l’altra pur di allentare il rapporto, fino a tornare a una media pre-operatoria di un amplesso ogni dieci, quindici giorni.
Quella sera era una specie di rimpatriata, perché non si erano visti per oltre un mese. Mirjam lo accolse in accappatoio e non gli offrì nemmeno il caffè.
Quando ebbero finito, con i loro sguardi e le tette di lei rivolte al soffitto, Marco tentò la carta del pillow talk.
«Non c’erano tracce di frenata, lo sai, vero?» le disse.
«Sì, lo so.»
«E perché, secondo te?»
Mirjam restò silenziosa. Anche se era una donna disinvolta che non disdegnava di spalancare la bocca in numerose circostanze, restava pur sempre una dipendente della polizia e doveva misurare le parole, specialmente con un giornalista.
«Stanno indagando?» la incalzò Marco.
«Stanno valutando i rilevamenti e i dati della perizia. Figurati, poi, quando ci stanno di mezzo le assicurazioni. Loro vogliono sapere per filo e per segno come è andata.»
«E come è andata, secondo te?»
Mirjam sollevò il telefonino dal comodino e guardò il display.
«Io tra mezz’ora devo uscire,» disse con la solita bruschezza «e ho bisogno di prepararmi. E tu devi andare in redazione, quindi vedi di uscire prima di me. Ti va di mangiare qualcosa insieme domani a pranzo?»
«Va bene» acconsentì Marco, senza sapere perché. Forse sperava di estorcere qualche informazione, perché la storia dell’incidente stradale gli puzzava.
«Domani alle 12 ci vediamo al Drie Gezusters. Se la giornata è bella come oggi, possiamo sederci ai tavolini fuori.»
Marco uscì dall’appartamento di Mirjam e raggiunse la Vespa. Poi partì in direzione del giornale, giusto in caso lei lo avesse spiato dalla finestra ma appena fu abbastanza lontano dal suo palazzo si infilò in una stradina secondaria e puntò in direzione del Noorderplantsoen.
Parcheggiò lo scooter nel ripostiglio per le bici e salì nella sua soffitta, dove si tracannò una birra ghiacciata prima di mettersi a letto.
Verso le tre del mattino fu svegliato da tramestio insolito, come se qualcuno stesse camminando sulle tegole del tetto. Ma era un’ipotesi assurda, perché nemmeno un ladro acrobata si sarebbe mai arrischiato di passeggiare a quell’altezza, e per di più sopra la soffitta di un giornalista squattrinato.
Per colpa di quei rumori Marco non riuscì a riposare. Già alle cinque del mattino aveva bevuto due caffè e alle sette e mezzo era in sella alla Vespa. Una pioggerella gli annaffiava la faccia come quando ci si avvicina a un tubo di gomma provvisto di un forellino invisibile. Non si trattava di una sensazione del tutto sgradevole, e d’altro canto era abituato a girare in scooter quando le condizioni meteo erano ancora più avverse.
Passò dalla redazione e trovò l’immancabile Joan che masticava una liquirizia salatissima.
«Joan, anche stanotte di guardia?» gli disse.
«Andiamo, Marco, lo sai che sono un pezzo di mobilio. Mi hai portato qualcosa di buono da mangiare? O un caffè più decente di questa macchinetta che abbiamo in redazione?»
«Domani te ne porto un po’ da casa, te lo prometto. Puro caffè tostato in Italia. Novità?»
«Novità… ce ne fossero state, te l’avrei detto subito. Niente novità.»
«Niente risse, niente ubriachi molesti, niente studenti chiassosi, niente vigili del fuoco alle prese con le vecchie case del centro che prendono fuoco alla prima scintilla di un corto circuito?»
«Ho detto niente» disse Joan.
«Vado a sbobinare l’intervista dell’altro giorno» lo avvertì Marco. «Ho le cuffie e non ti sento».
«E chi ci ha voglia di parlare con te?»
Marco trascorse un paio d’ore a trascrivere una noiosissima intervista all’assessore alla viabilità, aspettando un orario decente per fare il primo giro di telefonate. Pian piano la redazione si popolò. Arrivarono prima un paio di colleghi assonnati e poi il direttore, Peter de Boer, un gigante riccioluto e paffuto, dai baffi dorati e i capelli che ormai avevano preso a inargentarsi. De Boer era stata una firma su uno dei principali quotidiani nazionali ma, appena se n’era presentata l’occasione, aveva deciso di chiudere la sua carriera come direttore del Groninger Nieuwsblad nella sua città natale.
L’ultimo ad arrivare fu Rutger. Aveva un’aria assonnata e una faccia da ebete più del solito.
«Non hai un bell’aspetto» disse Marco, che non si lasciava mai sfuggire l’occasione per fargli un complimento.
«Mi sento distrutto. Ieri sono uscito con una tipa che non molla. Devi capire che questa ragazza ha una particolarità, uno stile tutto suo: quando comincia a… »
«Voi due, venite in sala riunioni. Stiamo per cominciare, Peter è già lì che ci aspetta» li avvertì Joan, alzando appena la voce. Gli olandesi non alzano mai la voce, eccetto per cantare quando sono ubriachi.

Il mio nuovo romanzo si intitola IL FABBRO DI ORTIGIA (Bibliotheka Edizioni). Instagram: @raudino - www.linktr.ee/raudino Insegno Giornalismo e tengo corsi di scrittura all'Università di Scienze Applicate di Groningen, in Olanda. Scrivo e racconto storie.

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