Racconto: Midollo – Caterina Villa

La tovaglia è verde, con dei fiori bianchi ricamati lungo il bordo, era della zia Maria. Da casa sua proviene anche la maggior parte dei mobili del salotto. Adesso è coperta, ma so che sotto la tovaglia c’è una fessura che corre nel mezzo del tavolo di legno di noce. Della zia Maria non ho mai visto il volto. In casa non ci sono fotografie sue o di nonni, zii, cugini. Non ci sono foto di me e mia sorella da adulte, solo da bambine e da adolescenti.

Sono seduta al mio solito posto, tra mio marito e mia sorella. Lei siede alla destra di mia madre, da lì è più facile muoversi per andare in cucina e seguire la cottura del pranzo o per portare i piatti sporchi. Stringo il gambo del bicchiere per il vino bianco, ma non bevo. Il bicchiere per il vino bianco va posizionato in corrispondenza della punta del coltello, sulla destra, appena dietro va quello per il vino rosso, a sinistra quello per l’acqua. Nel caso in cui ci fosse anche uno spumante allora il calice va messo dietro a tutti gli altri, a formare una specie di fortezza. Non ricordo a che età mi è stato spiegato tutto questo, ma sono sicura che l’abbia fatto mio padre. È lui il responsabile dell’apparecchiatura. Mia madre, invece, sceglie il menu e il servizio da usare. I piatti di oggi sono di un bianco morbido, che non aggredisce gli occhi, una coroncina di fiori e foglie blu segue il bordo che non è liscio, ma ondulato.

Accanto a me mio marito beve un sorso di vino, lo sento deglutire. Da sempre i rumori delle persone a tavola li sento fortissimi, come se qualcuno nella mia testa alzasse il volume. I denti che affondano nel boccone, la crosta del pane che scrocchia, il risuonare umido della lingua che avvolge il cibo triturato. Vorrei potermi infilare le dita nelle orecchie, ma non è educazione. Così come non è educazione poggiare i gomiti sul tavolo, tenere le mani tra le gambe, giocare con le suppellettili della tavola, come le definì una volta mia madre. La donna che ha insegnato a me e mia sorella a sbucciare la frutta con coltello e forchetta, a adagiare la buccia in modo tale da attutire i colpi della lama contro la porcellana.

Mia sorella arriva dalla cucina con i piatti. Purè e ossobuco. Prima a mio padre, la porzione più abbondante, seguono mio marito e il marito di mia sorella, poi noi. Per ultima mia madre. La carne dell’ossobuco è scomposta, come un piatto rotto e poi rimesso insieme. Vicino alla carne mia madre ha fatto un nido nel purè e al centro ha colato il sughetto, che è denso, marroncino. Prendo la forchetta e la affondo nel nido, impasto le patate con il sugo finché diventano una massa informe. Sento il bordo dei jeans troppo attillati che mi affonda nella pancia. Non sono miei i pantaloni, come non è mio il golf che indosso. Erano di mia sorella e di mia madre prima; il mio guardaroba si compone di avanzi, di abiti che a loro non entrano più (nel caso di mia madre) o di cui si sono stufate (nel caso di mia sorella), comunque tutti immacolati, tutti alla moda. Prendo un sorso di vino mentre intorno è tutto un tagliare, masticare, ingoiare.

Parto dall’esterno, dalla porzione di carne lontana dal grasso; con coltello e forchetta cerco di asportare il più possibile. Sono bocconi piccoli, fibre sfilacciate impigliate nei rebbi. Sono molto curva sul piatto; non è educazione, ma nessuno me lo fa notare. Proseguo la mia opera di dissezione fino a che resta solo la corona di grasso, una medusa rosa chiaro che tiro su con la forchetta e adagio nel piatto di mio marito senza chiedere il permesso. Ho lasciato l’osso per ultimo.

Non è un cerchio perfetto, non è nemmeno bianco, ma grigio chiaro. L’educazione vuole che si prenda il coltello, lo si utilizzi per tirare fuori il midollo e spalmarlo sul pane. È quello che sta facendo mio padre mentre racconta di qualcuno che ha visto in ospedale. Guardo il coltello, il pane, l’osso. Allungo una mano. Le dita scivolano sul sugo denso. Il peso mi inganna sempre, a vederlo sembra più leggero di quello che è. Passo la lingua tutt’intorno, è liscio. Poi in cima, lungo la linea di taglio, dove l’osso è più frastagliato. Lecco via i rimasugli di salsa e di cartilagine. Alla fine, infilo la lingua al centro; succhio via il midollo che ha un sapore un po’ salato, un po’ di terra nella mia bocca. All’interno la superficie dell’osso è scanalata, grumosa, a tratti spugnosa. Un poco ferisce la punta della mia lingua, ma proseguo fino a che non è perfettamente pulito.


Caterina Villa è nata nel 1988 ad Assisi. Vive a Roma e lavora come giornalista televisiva. Ha pubblicato racconti in antologie e su varie riviste. Ha da poco finito di scrivere il suo primo romanzo.

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