Racconto: Terra – Daniele Scalese

Racconto: Milleuno
Call


«Quell’estate papà ci chiedeva di restare in mare, doveva tenerci lontani da ciò che nascondeva, era diventato ossessivo, sapeva di dover andare. Di dover lasciare a noi le colpe sue. Mi diceva che ci avrebbe fatto bene stare in quel posto, lo faceva in continuazione, si doveva convincere che abbandonarci era la scelta migliore.
Non parlavo da una settimana.
E lui mi ripeteva che tutto sarebbe tornato come prima, che io sarei tornato a parlare come prima.

Erano giorni tanto strani, Carlo. Fu in quei giorni che iniziai a scrivere su alcuni fogli; un mattino gliene mostrai uno, trovai il coraggio.
«Ho fatto un sogno brutto» gli scrissi.
«Da quando hai fatto questo sogno non parli più?» mi chiese papà a voce tenendo il foglio in mano.
Feci sì con la testa.
«Descrivimi il sogno» mi disse restituendomi il foglio.
«Io ti potevo guardare» scrissi.
«E io?»
«Non potevi. Scavavi un buco nella terra.»
«E perché lo facevo?»
«Per nascondere una cosa.»
«Che succedeva poi?»

Raccolsi il foglio. Continuai a scrivere.
«Ti giravi. Tu cercavi qualcosa o qualcuno. Mi nascondevo. C’era un vuoto nella sabbia. Mi proteggeva. Restavo giù. Non dovevo salire.»
«Perché non dovevi?»
«Se salivo mi vedevi tu.»
«E che succedeva se ti vedevo?»
«Non lo so. Non sappiamo come sono le persone nei sogni.»
«Enzo, che posso fare io a te? Niente.»
«E agli altri?»
«… Come finiva ‘sto sogno?»
«Non finiva
«Che succedeva?»
«Capivo che non era un sogno.
Andiamo a casa?»
«Perché?»
«Ho paura.»
«Di chi hai paura?»
Mi diede il foglio ma non scrissi più.

Respiro e guardo Carlo, ora. Lui mi chiede quanti anni avessi quell’estate.
«Ne avevo 19.»
«Che altro ricordi di quel sogno?»
«Non sono sicuro lo fosse. Anche se come in un sogno non ricordo come tutto fosse iniziato. Il freddo pungeva le ossa bilanciando il calore del sole sulla pelle. Piccole formiche mi attraversavano da scapola a scapola, un ragno s’era arrampicato dal collo fino alla bocca e l’avevo sputato. Tenevo la fronte rivolta al sole, posavo l’orecchio destro su un misto di terra e sabbia, riuscivo a sentire il mare sotto la superficie. Era come se dovesse straripare. Dal basso verso l’alto. Dal dentro verso fuori.
Vidi mio padre.
Si agitava come chi ha la febbre alta. Aveva una faccia strana. Come quelli che fanno del male a qualcuno. Stava raccogliendo qualcosa. Gli serviva per scavare, io lo sapevo.»
«C’era solo quello con lui?»
«Anche un sacco nero. Chiuso e pieno. Lo stava guardando. Vidi la macchina sua. Ferma sulla strada. Aveva il cofano aperto. Papà si spostava intorno alla casa, raggiungeva la sabbia, si nascondeva dietro gli scogli. Il terreno tremava sotto la mia schiena. Era il cuore della spiaggia, era il cuore di papà. Lui si voltò e non vide niente.
La terra mi aveva assorbito e protetto.
Poi, Carlo, non so come spiegarti questa cosa, ma la sabbia si macchiava di sangue, s’allagava tutto, anche la terra, sotto di me era tutto di sangue. Il sacco era di sangue. Papà aveva creato un buco nella sabbia, spingeva tutto giù. Nascondeva il sacco lì.


Te lo ripeto, non sono sicuro fosse un sogno. O forse non ero io a sognare ma la terra ed ero finito in quel suo sogno. Mi lasciavo sprofondare. La terra avvolgeva le gambe, lo stomaco, stavo affogando. Fuori dal sogno, papà era andato via.
Ti sembrerà solo un delirio ma io ricordo una sensazione strana, di scissione, uno sgretolamento.
Mosche nere sopra di me formavano un cerchio, raggiungevano un gabbiano nel cielo, lo stringevano nel cerchio e precipitavano insieme, poi richiamavano altre mosche sul terreno, lo divoravano.
Il cielo s’era spento, tutto era scappato, anche la marea. La spiaggia era nuda.
È lì io capivo che m’era finita la voce, parlavo e non la trovavo più, papà me l’aveva portata via.»
«Chi c’era dentro quel sacco?» mi chiede ora Carlo.
«Non lo so.»
Papà non odiava nessuno perché non aveva rapporti con nessuno. Si trattava di qualcosa di più intimo e oscuro. Papà aveva le mani di terra, io lo ricordo che aveva le mani di terra, e quella terra si macchiava di sangue, io lo ricordo che si macchiava di sangue, riempiva la macchina, nascondeva qualcosa, sì nascondeva qualcosa, un corpo,
piccolo e fragile,
come quello di un bambino.

L’ultimo giorno papà mi toccava con le mani da assassino e le sue dita da assassino, e la bocca mi passava quella sua colpa, come un destino o come una maledizione, perdonami, diceva, perdonami, ripeteva e io ora lo capivo.
Sono passati vent’anni e questa cosa mi resta dentro perché non la sa nessuno.»
«Sei mai tornato là?»
«Una volta soltanto.»
«E cosa hai visto?»
«Ricordo il mare, gonfio, si allungava divorando la sabbia fino alla porta di casa. Dopo di noi tutto era rimasto solo come noi, tutto era stato abbandonato. Mi sono disteso sulla riva, il sole mi spingeva a fissare un punto definito, lì dove papà s’era messo a scavare, protetto dagli scogli e la marea.
Poi sono andato dove l’acqua non arrivava. C’era solo sabbia e terra. Nient’altro. Il cielo diventava nero e incomprensibile. Sono entrato in casa. Ho visto mamma. Seduta dove stava seduta l’ultima volta. Voleva sapere. Voleva capire. Ma io non potevo parlare. Lei mi si avvicinava. Mi chiedeva.»
«Cosa?»
«Perché per tre anni non riuscivo a parlare. E mi dava questo foglio e la penna nera, mi diceva di scrivere perché non parlavo, mi diceva di sforzarmi, che è importante ricordare. Ricordare ci avrebbe liberato. A tutti e due.
Presi quel foglio e scrissi.»
«Cosa?»
«Perché se ne è andato?»
Lei non mi rispondeva, mi guardava e non mi rispondeva. Poi le mostrai il foglio di nuovo. Lei prendeva quel foglio. Raccoglieva la penna mia. Scriveva e mentre scriveva piangeva. Poi prendeva quel foglio e me lo metteva nella mano.»
«Che c’era scritto?»
«Questa cosa qua» tirai fuori quel foglio davanti a Carlo:

Ho scoperto cosa ha fatto e non è più potuto restare.


Daniele Scalese è nato a Taranto nel 1988 e lavora a Milano. Ha pubblicato diversi racconti brevi per raccolte antologiche delle case editrici L’erudita e Giulio Perrone, un racconto per La Repubblica (rubrica Il sabato del racconto), un altro per l’agenzia letteraria Lorem Ipsum e per il podcast Racconti di tutti i giorni; è anche autore di due romanzi: Le Streghe (Virgilio, 2019) e Non desiderare la roba d’altri (Porto Seguro, 2021), inseriti nella Classifica di qualità del Corriere della Sera.


Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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