Fauda: benvenuti nel caos del Medio Oriente

Fauda vuol dire caos, confusione, ed è una parola che viene usata sia nella lingua ebraica che in arabo.

Quando Lior Raz e Avi Issacharoff, sceneggiatori con un passato nelle forze armate israeliane, decidono di creare una serie televisiva ambientata tra Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza, non potrebbero scegliere un nome migliore. Già nel titolo, Fauda, promette tanta azione, conflitto e adrenalina.

La storia è incentrata su una unità delle forze speciali israeliane, di cui Doron Kavillio è il comandante. La peculiarità di questa serie tv, attualmente in onda su Netflix e in attesa della quarta stagione, è la presenza di uno degli autori, Lior Raz, nei panni del protagonista. Non solo Lior Raz racconta certe dinamiche basandosi sulla sua reale esperienza maturata in campo militare, ma, andando in scena come autore-attore, aggiunge un ulteriore tocco di verosimiglianza. Un maestro internazionale del genere thriller come Frederick Fortsyth concorderebbe certamente che siamo in presenza di “faction” (da fact, che in inglese vuol dire fatto), ovvero una narrazione che mescola alle invenzioni degli ideatori (fiction) molti fatti ed elementi reali (facts), presentandoli in modo accurato e perfettamente aderente alla realtà.

In svariate interviste lo stesso Lior Raz ha ammesso che l’intera prima stagione, e numerosissime altre scene in quelle successive, prendono spunto da storie vere, vissute da lui e dai suoi compagni quando prestava servizio nelle forze speciali, e che quasi tutti i personaggi sono ispirati a compagni d’armi realmente esistiti e incontrati.

Il delicato scacchiere mediorientale

Per capire e appassionarsi a Fauda è necessario tener presente la fragilità e la polarizzazione della vita nel contesto del Medio Oriente, in generale, e nei dintorni di Gerusalemme, in particolare. A Est della città, capitale sacra per le tre religioni abraminiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islam), si apre la Cisgiordania, dove vivono i Palestinesi.

Si tratta di territori separati da check-point militari e chilometri di filo spinato, ma relativamente permeabili, in quanto sono giornalieri i passaggi da una parte all’altra in entrambe le direzioni. Per mantenere la sicurezza entro i propri confini, le forze militari e di polizia di frontiera israeliane hanno delle unità speciali formate da ebrei capaci di mimetizzarsi tra gli arabi. Si tratta di militari e poliziotti che lavorano sotto copertura e che parlano benissimo l’arabo, ne conoscono la cultura fino alle più impercettibili sfumature e riescono a ingannare chiunque. In questo modo possono infiltrarsi nel tessuto sociale palestinese (sia in Cisgiordania che a Gaza, sul versante ovest) operando un’attività di intelligence o addirittura portando a termine delle operazioni militari per la neutralizzazione di attività terroristiche sponsorizzate da Hamas, ricorrendo anche a sequestri, sabotaggi, reclutamento di spie e assassinii mirati.

Due culture, due narrazioni

Malgrado Fauda sia stata ideata da israeliani e prodotta da uno studio cinematografico israeliano (yesStudios), la narrazione non è immobile su un solo punto di vista. Al contrario, essa prova a dare spazio a entrambe le parti coinvolte nel conflitto. Intanto c’è la lingua a testimoniarlo: cinquanta per cento israeliano e cinquanta per cento arabo. Lo spazio linguistico è distribuito egualmente, e la cosa ha fatto sollevare più di un sopracciglio a numerosi studios, prima che si trovasse quello giusto. In linea di massima, si riteneva molto difficile – almeno secondo i produttori –  convincere il pubblico israeliano a guardare una serie nella quale si parla per metà del tempo in arabo. Poi è arrivato il successo internazionale, che ha stravolto la composizione del pubblico, disancorandolo dai limitati confini israeliani, ma ricordiamoci che il mercato domestico era inizialmente quello a cui si puntava.

Lior Raz ha raccontato come la scelta linguistica si sia rivelata alla fine un aspetto vincente della serie. Da un lato la sorpresa degli spettatori arabi nel vedere una squadra di israeliani parlare correntemente la loro lingua e immergersi nella loro cultura; dall’altro, l’insolita empatia germogliata nel cuore di alcuni ebrei, anche quelli più ortodossi e di estrema destra, visceralmente contrariati dalla cultura araba, che hanno improvvisamente scoperto la vita quotidiana nelle strade e nelle case palestinesi, arrivando persino a immedesimarsi nel dolore e nelle difficoltà vissuti da coloro che sono “nemici per definizione”.

La forza di questo show, infatti, è proprio il duplice punto di vista: come in un dibattito, si assiste e si ascoltano due avversari sciorinare argomentazioni, entrambe apparentemente convincenti e degne di riflessione, senza la presunzione separare aprioristicamente (e banalmente) chi ha torto da chi ha ragione.

Una diversità che guarda alle cose in comune

È innegabile che Israele e Palestina vengano rappresentati in Fauda con le sostanziali differenze che possono essere riscontrate anche nella realtà: gli israeliani sono più ricchi, dispongono di una tecnologia bellica più avanzata e conducono una vita tutto sommato più agiata e confortevole. Eppure, lo show tende a strizzare l’occhio a numerosissimi aspetti che i due popoli hanno in comune: entrambi mostrano una fede religiosa viva e presente anche nella quotidianità, come i saluti o le espressioni idiomatiche che glorificano Dio; entrambi sono immersi negli stessi odori e sapori, dalle spezie al caffè, dalle sigarette al cibo, specie i pasticcini e i dolciumi, di cui vanno ghiotti indistintamente; entrambi sono popoli ospitali, dal cuore caldo, e lo testimoniano i personaggi di sesso maschile che, con grande stupore per molti spettatori internazionali, si abbracciano e si baciano sulle guance. Passando a una considerazione più triste, entrambi i popoli piangono similmente le troppe perdite umane, vittime di un annoso conflitto che infiamma la regione e che allunga inesorabilmente la lista di amici e di persone care scomparsi su entrambi i fronti. E poi c’è da dire che è anche identico tra i due popoli il modo di innamorarsi, di costruire i propri sogni, di amare e dare la vita per la patria, di ricercare la vendetta attraverso la violenza.

Le differenze restano comunque incolmabili

Sia chiaro: al di là delle tante cose in comune, le differenze restano marcate e inconciliabili. Gli israeliani sono più uniti tra loro e le distanze gerarchiche sono praticamente inesistenti, mentre i palestinesi sono arroccati su ampi gradi di separazione sociale e faide intestine, che rendono impossibile un clima di autentica fiducia. Le donne israeliane sono libere ed emancipate, quelle arabe sono rappresentate in uno stato di marcata sottomissione.

E l’amicizia, la vera amicizia tra israeliani e palestinesi non sembra affatto possibile, eccetto che per due casi o tre casi isolati. D’altronde non è una serie televisiva che vuole edulcorare la realtà, per cui non è possibile rimproverare agli autori la quasi assenza di reciproca stima e amore, ma resta comunque il fatto che arabi e israeliani, forse per la prima volta, si sono ritrovati a guardare questa serie televisiva come se si fossero guardati negli occhi con qualche pregiudizio e con un po’ di rancore in meno.

Giuseppe Raudino

Insegno Giornalismo e Teoria dei Media all'Università di Scienze Applicate di Groningen, in Olanda. Scrivo e racconto storie. Il mio prossimo romanzo è in uscita per Ianieri Edizioni (2022). Instagram: @raudino

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