Eterodirezioni. Su “Troppo tardi per tutto” di Ivan Ruccione

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Troppo tardi per tutto di Ivan Ruccione (Augh! Edizioni, 2019) è una raccolta di storie brevi che ruotano attorno a nuclei di significato irraggiungibili, raccontano i margini della società e quindi del senso. Ne sono protagonisti, come scrive Helena Janeczek nella prefazione, personaggi che «cercano di anestetizzare il dolore del proprio fallimento», in bilico tra la necessità di dare una direzione alla propria vita e il rischio che questa direzione sia imposta da fuori.

Inospitalità

Se vogliamo provare a interpretare questi personaggi attraverso la categoria dell’eterodirezione – l’essere definiti da forze esterne, come spiegherò più avanti – è utile partire dal contesto in cui essi si muovono. Il paesaggio umano, in cui i racconti di Troppo tardi per tutto sono ambientati, è innanzitutto quello urbano, ovvero uno scenario che di per sé si offre, da una parte, al dinamismo e, dall’altra, – per facile conseguenza – alla precarietà e al caos. Già il primo racconto, ad esempio, Partenze, si muove entro uno spazio tipicamente metropolitano, quello della stazione, ed anzi proprio nel non-luogo della stazione si colloca l’efficacia della vicenda, quella di un padre che – in stile The terminal, ma più tragico – vive lì in attesa di una figlia partita per troppo lontano.

Ecco, il padre: accanto a quella del contesto geografico (che dispone la rete di dis-orientamento), osserviamo l’importanza del contesto familiare, che è anzi la dimensione più incidente sulle vite dei personaggi. Questi hanno infatti sempre a che fare con condizioni familiari disastrate, in senso evidente – come nello stesso Partenze – oppure più sottile: le figure paterne o materne possono essere assenti o nullificate (ad esempio dall’alcool, come in Cortometraggio), oppure in contrasto fra loro (Come prima, La vedova Terry), mentre una sorta di leitmotiv è la presenza di un fratello violento e ingestibile (Buonanotte fratello, L’increato, Il problema del latte).

Lo spazio che dovrebbe configurarsi come protettivo risulta allora manomesso, infrequentabile (e infatti molti dei protagonisti fuggono dai genitori, non parlano con loro o più generalmente non li percepiscono come modelli) e ne deriva, perciò, la manomissione generale dell’ambiente, dell’ambiens (ciò che sta intorno), a partire dalla sfera della casa per arrivare a quella della città e della società, secondo una universale e non redenta inospitalità.

Time is out of joint

Se il mondo circostante (familiare, sociale, fisico) si sottrae, nasconde il proprio significato ai personaggi, questi a loro volta si troveranno costantemente all’interno di quadri di azione e pensiero mai combacianti con quelli previsti da (o prevedibili in) tale mondo.

L’ambito adolescenziale è certamente il più adatto a illustrare una forma di umanità incongruente rispetto alla realtà circostante; e infatti molti dei personaggi disegnati da Ruccione partecipano a quella fascia anagrafica ed esistenziale. I riferimenti alla musica (soprattutto – ed è significativo – punk e grunge, culture musicali del dissenso) ne sono la spia più evidente, ma è un discorso che vale in generale per la codificazione del desiderio operata, che indica una forma di desiderio ingenua e tragica insieme, che sublima l’oggetto (ad esempio: il sesso, il corpo altrui) con, in fin dei conti, una speranza ancora non consunta dalle delusioni del tempo; cioè, giovane.

Accanto ai ragazzi – che pure occupano una parte rilevante dello spazio e del senso del libro – campeggiano tuttavia figure adulte ma allo stesso modo “spostate” rispetto alle proprie esistenze, non di rado proprio in virtù di un complesso rapporto con gli adolescenti o tardo-adolescenti, in un meccanismo che finisce per irrigidire egualmente le solitudini della sfera anziana e di quella giovane. Ad esempio, i protagonisti di La vedova Terry e Sexit – collegati fra loro per il comune connubio sessualità-tecnologia – sono degli adulti, sposati e con figli, e insieme sono tra i più riusciti personaggi-allegorie della condizione fuori sesto comune a tutti gli umani del libro, che si manifesta, nel loro caso, proprio nel tentativo (fallito) di ricostruzione di quel desiderio irrompente – per quanto spesso inesaudito – che alimenta la fascia giovane, il desiderio sessuale, per giunta attraverso la tecnologia, cioè la modernità, cioè la nuova giovinezza – che risulta però irrimediabilmente perduta.

Da una parte, quindi, gli adolescenti sono fuori quadro nel loro non riuscire a far corrispondere mondo interiore e mondo esteriore, dall’altra gli adulti lo sono in veste di restauratori incapaci di qualcosa di sfuggito. Quelle del libro sono figure out of joint, e out of joint – per rimanere nella citazione di Shakespeare – proprio entro l’orizzonte del tempo. Che sia Troppo tardi per tutto vuol dire che la capacità di incidenza nel reale è respinta proprio da un reale che svicola, troppo avanti (o indietro) per essere significato, agito e in fin dei conti esperito dai personaggi. Il coito irrealizzato che chiude Andarsene, e quindi l’opera, ne è il sugello definitivo.

Delegare, cioè sopravvivere

La via di uscita da questa impasse castrante non può allora che venire da moti esterni ai personaggi. Voglio dire, così come la loro esistenza è sfasata rispetto al contesto socio-familiare, storico, in cui sono inseriti, allo stesso modo il tentativo di esorcizzare questa non coincidenza sarà cercato proprio in quella sfera – lo spazio esterno e la volontà altrui – che supera i personaggi e li ingloba. Fondamentalmente perché le figure gettate in quel mondo solo quel mondo conoscono, non sono in grado di acquisire una consapevolezza tale a contestare la natura stessa di tale mondo – o forse non è possibile, in generale, una soluzione.

Il nodo del discorso riguarda quindi le eterodirezioni che costruiscono la struttura di significati di questi racconti; i personaggi, in quanto sfasati rispetto a se stessi e alla realtà, non sono mai immediati, ma sempre, appunto, mediati da scelte e forze esterne.

È questo il ruolo, ad esempio, della cultura pop e punk: la violenza di Rappresaglia non è altro che la liturgia necessaria ai personaggi del racconto per esorcizzare la propria inquietudine, santificarla col gesto eccessivo e in ciò tentare di superarla; è l’obbedienza a un modo d’essere costruito da fuori (una moda o un’anti-moda) e che in quanto tale dà sicurezza, identifica nel senso di assicurare (ma è un’illusione) un’identità. E infatti il protagonista deve seguire un rito di iniziazione («Col tempo Steve mi ha trasformato in uno skinhead come lui. […] Mi ha tagliato i capelli a zero e comprato i vestiti giusti»).

Allo stesso modo, i già menzionati La vedova Terry e Sexit devono ipostatizzare il desiderio – guardare la moglie fare sesso con altri o dimenticarla attraverso il porno – reificarlo fuori da sé per riuscire a goderne, a riappropriarsene.

Troppo tardi per tutto, insomma, è un saggio di alienazioni; una raccolta di storie che guardano a personaggi-monadi, gettati in un universo per loro inospitale, con cui non riescono a comunicare e a essere “in sesto”, e a cui – contemporaneamente – chiedono una redenzione. Che però non è concessa.

Antonio Francesco Perozzi


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