Sanremo 2021 e la rivoluzione dei costumi

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Forse non ce ne siamo accorti al primo ascolto. Comunque non io, perlomeno. Anche perché bisognava guardava bene, più che ascoltare. Quindi son dovuto arrivare alla quarta serata per accorgermi che qualcosa stava accadendo, sul palco dell’Ariston. E quel qualcosa era una vera e propria rivoluzione dei costumi – ma non si parla solo di abiti, qui, checché anche quelli abbiano giocato un grosso ruolo.

Correva l’anno 2019…

Già in tempi non sospetti avevamo annusato un’aria nuova nella kermesse canora più importante d’Italia, ma ancora non ne avevamo compreso la portata. Era il 2019, Claudio Baglioni teneva il timone e Mahmood vinse con un brano che sapeva di oriente e R&B. Dieci anni prima, probabilmente, le radio non se lo sarebbero mai filato. Merito anche di quei geni di Dardust e Charlie Charles, artefici di un rinnovamento dell’intero panorama musicale italiano – quelli che, in pratica, stanno dietro al successo della scena hip-hop nostrana degli ultimi anni e senza i quali Elodie starebbe ancora cantando dimenticabili ballate lacrimogene. Insieme a Mahmood, c’erano Motta, The Zen Circus e Achille Lauro alla sua prima partecipazione. Il Volo teneva ancora testa piazzandosi sul podio, emblema di uno stile classico che resiste tutt’oggi, se pure l’Orietta nazionale si è piazzata al nono posto. Ma il vento nuovo ormai aveva cominciato a tirare.

Achille Lauro

Dove iniziano le rivoluzioni

Saremmo certamente ingenui a pensare che tutto sia cominciato lì. Che prima di quel 2019 su quel palco sia passata solo musica melodica e cantautorato da playlist radiofonica. Le rivoluzioni si spalmano su tempi irriducibili a una manciata di giorni o di secondi. Persino la più famosa, quella francese, è dovuta durare dieci anni. Così quella sanremese forse non è che appena iniziata, e chissà dove deve ancora arrivare. E non c’è dubbio che i Maneskin di oggi siano entrati dall’ingresso principale grazie agli Afterhours di ieri, passati dalla porta di servizio.

Sanremo è sempre stata una realtà piuttosto estesa, dove trovano posto le rock band all’italiana, i famosi sconosciuti e divertenti idiozie à la Biggio e Mandelli. Ma una realtà estesa non è per forza inclusiva, e alla fine la tradizione arrivava col suo carico ingombrante e dominante a fare piazza pulita. Seppur lente, però, le rivoluzioni hanno sempre una loro presa della Bastiglia.

Orietta Berti

Più innovazione, meno tradizione

Nel Sanremo del 2021 è la scena indie la vera padrona di casa, dove la tradizione al massimo può fare da ospite, incarnandosi in emblemi d’altri tempi come Fausto Leali e Marcella Bella. Arrivano, fanno la loro visita di cortesia e poi tolgono il disturbo. Il palco è per i Coma-Cose, per le Madame, per i Willie Peyote. Gente che gli over 60 non possono fare a meno di chiedersi chi sia ogni volta che li vedono scendere le scale più famose della tv italiana. I ventenni, invece, sanno bene chi sono. Chiedete ai vostri figli, ai vostri nipoti, che cosa ascoltano su Spotify, di cosa chiacchierano all’università. Scoprirete che non sono solo personaggi, ma sono nomi con una voce e in qualche caso anche con una bella gavetta alle spalle. Gente che scrive ciò che canta. Che conosce il Concerto del Primo Maggio o l’Arezzo Wave prima ancora dell’Ariston. Cantanti dalla voce non necessariamente memorabile, ma del resto neanche Fabrizio De André ce l’aveva, e nessuno ci faceva caso perché aveva qualcosa da dire.

La musica si fa spettacolo

Se fosse tutto qui, però, non staremmo a parlarne di nuovo. Sanremo non è solo musica, non lo è mai stato. E giacché la musica passa attraverso la tv, Sanremo si fa anche (e soprattutto) spettacolo. La 71esima edizione del festival è stata la più variegata, la più estrosa, la più open-minded e la più provocatoria che io ricordi. Scenografica, anche, e non c’entra nulla l’arredamento. Parliamo del nastro che lega i microfoni di Fedez e di Francesca Michielin, o dell’abito da sposa di Veronica de La Rappresentante di Lista, della scatola fluttuante dello Stato Sociale, dei Coma_Cose che cantano uno di fronte all’altro, di lato al “pubblico”, e che si abbracciano e indossano anelli che si rivelano candele. Persino delle conchiglie ricamate sull’abito di Orietta Berti, perché no – ma non dei piedi nudi di Madame, quelli li aveva già mostrati Sandie Shaw. E sì che ci ricordiamo la Loredana Berté col pancione finto a cantare Re, ma allora era da sola a condurre il gioco, mentre stavolta avrebbe avuto pane per i suoi denti.

La rappresentante di lista

L’importanza di una performance

La rivoluzione non passa solo per gli abiti, dicevamo prima. Dai fenomeni dei costumi diventa fenomeno di costume, e se gli abiti vogliono dire qualcosa oltre a fare da involucro, ebbene signori, hanno parlato. Forte e chiaro. Come le piume sulla schiena di Aiello, la gonna di Mahmood e le trasformazioni di Achille Lauro. I pizzi, i corpetti e le tutine nude look dei Maneskin, poi, hanno addirittura gridato. Tutta questa appariscenza estrosa e originale ci ha dato la misura di una generazione – o più generazioni, se vogliamo includerci, e per ragioni diverse, anche Max Gazzé e Davide Toffolo – per cui cantare non vuol dire soltanto starsene davanti all’asta di un microfono. Un esercito di cantanti che sono prima di tutto performer, che hanno intuito che per tenere il palco non basta salirci sopra, e che hanno aggiunto un nuovo capitolo sulla questione dell’identità di genere, a prescindere da quale fosse la loro reale intenzione.

Maneskin

Un Sanremo gender fluid

Un Sanremo audace e disinibito, intento a ridiscutere le nozioni di genere. E se il bacio tra Achille Lauro e Boss Doms è roba già vista, non si può negare che gli smalti, i rossetti, gli outfit gender fluid e certi quadri dello stesso Lauro abbiano fatto rumore. Molto più di quando, nel 2016, i cantanti si esibirono mostrando un nastro arcobaleno in sostegno delle unioni civili. Facendo sembrare certe gag e certe presenze, su quel palco, decisamente in controtendenza e fuori luogo – tipo l’ingessato Ibrahimović o il travestimento di Fiorello e Amadeus nei panni di Jo Squillo e Sabrina Salerno, di cui ancora ci chiediamo il perché.

Soprattutto, si è fatto notare lo scivolone di Barbara Palombelli: in un monologo autoreferenziale e presuntuoso, in cui pareva che si proponesse come valido esempio da seguire, ha invitato le donne a ribellarsi, a studiare, a lavorare, salvo poi sottolineare che a loro spetta tenere il paese unito in virtù di innate doti materne. Aggiungendo, ahilei, che le ragazze di oggi hanno trovato i diritti “già fatti”, mentre quelle della sua generazione hanno dovuto guadagnarseli. Manco vale la pena di commentare.

Fiorello e Amadeus

La musica è cambiata

Peccato che le donne avvicendatesi sul palco, quest’anno, dopo i primi fasti di Matilda De Angelis ed Elodie, siano state piuttosto trasparenti. Non una Rula Jebreal o una Alketa Vejsiu. Pochi interventi degni di nota. I cantanti in gara hanno fatto meglio. Hanno ridisegnato il concetto di mascolinità e hanno esibito gestualità e forme decise che non si vergognano di sé – e tutto questo nella prima serata di Rai1 nel programma più visto dell’anno. Roba da far impallidire il vescovo di Sanremo e Simone Pillon messi insieme, ma anche un po’ le nostre nonne. La musica, signori, sta cambiando, e non ha a che vedere solo con le note.

Andrea Vitale


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Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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