Racconto: Mal di cuore, di Federigo Verdinois

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Il racconto Mal di cuore è contenuto nel volume Nuove novelle, pubblicato nel 1882 dalla Tipografia Paggi.

Conobbi parecchi anni fa a Bologna un giovane siciliano. Si chiamava…. non importa come, e viaggiava per l’Italia con un biglietto di circolazione. Una conoscenza fatta, lì per lì, senza precedenti e senza conseguenze, come se ne fanno per viaggio. Nondimeno gli posi affezione. Egli era franco a discorrere, e parlava con un certo tuono di voce così sommesso e vi guardava negli occhi con tanta intenzione, che pareva darvi tutta la sua confidenza senza pure l’ombra del sospetto. Nei pensieri e nei sentimenti mostrava un’ingenuità maravigliosa in un giovane nato in questi tempi. Di più, aveva una certa naturale mestizia nel volto e negli atti, che lo rendeva simpatico assai. Occhi cerulei di quella stessa dolcezza che hanno gli occhi delle donne, quando son dolci; pallore interessante; sorriso triste come lo hanno i tisici.
Gli chiesi un giorno se mai soffrisse di qualche cosa. No: niente soffriva, nè nel corpo, nè nell’anima. Aveva salute, danari quanti bastavano, pienezza di vita. A casa lo aspettavano il babbo, la mamma e una sorellina, che gli volevano tutti e tre un gran bene, tanto che lo seccavano ad ogni poco con lettere e telegrammi per aver notizie del fatto suo. Ecco qua la lettera che andava or ora a mettere alla posta per chetare quella gran furia di affezioni domestiche; le quali, sì, egli non lo negava, erano una bella cosa, a parte la seccatura. Sicchè nulla gli mancava per esser felice, proprio nulla. – Ebbene? – Ebbene, non c’era altro. – Qualche amoretto dunque? – Oh no, che scioccherie! nessun amoretto. Alla mia età, ma vi pare! (Aveva ventidue anni). Sapete che è? Io vado attorno per l’Italia, facendo un così detto viaggio d’istruzione. Fo una corsa disperata per le cento città, e di corsa me ne tornerò a casa con una brava provvista di nuove cognizioni: il campanile di Giotto, la torre di Pisa, il Duomo di Milano, il panettone, la Venere dei Medici e le note dei locandieri. Sarò dotto da far paura. Viaggio per diletto. (E qui sbadigliò lungamente). Avete visto? è perciò che son triste. Cioè, triste no propriamente: mi secco un poco. —
Ma non sempre era così. Qualche volta lo prendevano umori più vivi. Rideva, discorreva a sbalzi, faceva mille follìe, pareva tutt’altro uomo. — Volete vedere? — mi diceva, pigliandomi per un braccio e menandomi nella sua camera all’albergo, che era contigua alla mia. — Ecco qua! — e tirava fuori dalla valigia un diluvio di fogliacci e gli spiegazzava sulla tavola. Appunti, scarabocchi, poesie. Qua un sonetto lasciato in tronco per mancanza di rima; là una riflessione filosofica; poi ancora un pezzo di foglio su cui erano scritti i personaggi di una commedia politica. Sopra un grosso quaderno stava scritto in bei caratteri: Romanzo sociale – Capitolo primo. Le pagine di dentro erano tutte bianche. — Non ho ancora trovato il titolo, – diceva, – e nemmeno il soggetto. Ho in mente una cosa così e così: sarà un’opera stupenda, vedrete. —
Abbrevio la storia, e del resto ei l’abbreviò con le proprie mani. Un bel giorno, era già un anno che non lo vedevo e non ne avevo più notizie, un giorno dunque se n’entrò fra le quinte. La scena del mondo si era chiusa per lui. Voglio dire che si era ammazzato. I giornali ne scrissero due parole a piè di cronaca: Ignorasi la cagione che l’ha spinto al passo fatale, ecc. Avea lasciato la solita lettera, e si era sparato una pistola nell’orecchio. Qualche anima pietosa mandò la lettera in Sicilia al babbo, alla mamma e alla sorellina che aspettavano lui chi sa con quanto desiderio.
Come lui, buon’anima, cento e mille altri ci sono stati, e ci saranno…. io spero di no…. ma ci saranno. Per un verso o per un altro si ammazzano: l’arme è un accessorio, e qualche volta non si vede neppure. L’uno muore non si sa di che; l’altro di miseria; quell’altro ancora di sfinimento, dopo avere sputato un’ala di polmone. Tutti e tre erano giovani. Ma che volete? non ne potevano più, non reggevano più a quell’assalto continuo, petulante, instancabile dell’avversità che si trasforma e si riproduce. Non incolpate nessuno della morte loro, la fatalità gli ha ammazzati.
Sicuro, la fatalità, questa cosa terribile! Eppure è curioso che noi, viventi in questo secolo che discute tutto per negar tutto, e quando non può negare, dubita, e quando non può nè dubitare nè negare, trova la comoda scappatoia di ridere e si fa forte dell’epigramma, noi che abbiamo abbattuto ogni specie di fede, pagana e non pagana, ed anche la fede in noi stessi, e ci andiamo dolendo che non ci resti altro da abbattere, dobbiamo poi credere senza aprir bocca a quest’unico dio cieco, stupido, avventato, inconseguente e bestiale che si chiama il dio Fato. Gli abbiamo eretto un altare sulla nostra fiacchezza e indolenza. Il fatto è che un altro Dio più comodo non si trova; è sempre pronto ad accollarsele lui tutte le bestialità nostre quotidiane…
Alcuni, e sono il numero maggiore, si sono annoiati di vivere. È il fato che l’ha voluto. Guardano intorno con occhio sbadato, nulla più gli scuote, sbadigliano. Checchè possa accadere, hanno la risposta bella e fatta: che importa? e si voltano dall’altra parte. E figuratevi che hanno appena avuto il tempo di veder la vita, povera gente! anzi, quando si sono accorti di esser vivi, hanno incominciato a morire. Nondimeno hanno letto molti romanzi, e ci hanno imparato dentro ogni cosa: anche l’esperienza. Sanno tutto, hanno gustato tutti i piaceri fino ad uno: almeno lo dicono. Poi, vedete, sono corrotti, – poichè veramente sarebbe una vergogna confessare di non esser corrotti. – Questi fanciulli innocenti, annoiati non per sazietà, ma per digiuno, blasés alla rovescia, si fanno prendere dalla malinconia morbida, si sfiancano, si accasciano e non trovano nemmeno tanta forza da dare un passo per cadere nella fossa.
Lasciamoli stare. Voi altri forse avete ragione. La disgrazia vi ha presi alla cintola. Soli a combattere, cedete e vi ritraete dall’arena, deboli in tutto, forti nello sfogar la bile contro la società ingiusta e crudele, che non vi ha steso una mano di soccorso, che di voi non si è accorta, che vi vede partire senza rammarico. Nè però la società ha torto, pensateci bene: ella ha troppo da fare per badare a voi, che siete nessuno; va diritta per la sua via, e chi cade, suo danno. Piccole invidie, calunnie, pettegolezzi, abbandono, miseria, bastoni che vi hanno cacciato fra le gambo per farvi cadere, e voi siete caduto e non vi siete più rilevato. Dopo quanto tempo siete caduto, povero voi? e non avevate più fiato in corpo? e dei vostri nervi che ne avete fatto? Siete un sasso, un ceppo, una cosa senz’anima e senza succo, che non sapete volere. Se una disgrazia vi combatte, siete voi stesso la vostra disgrazia. Ah, sentite, è un dolore grande quello di rinunciare alla lotta, quando ci si sente la vita battere nei polsi, quando si può venire corpo a corpo con cotesta chimera dell’avversità, e guardarla in faccia, e afferrarla con tutte e due le mani e mettersela sotto il ginocchio, e poi dire alla società: Vieni a vedere! … Ma allora la società vi starà intorno a battervi le mani, e vi sarà larga di soccorsi. Voi invece avete ceduto.
Altri dice: speranze tradite! e geme come una tortorella ferita nell’ala. Speranze di che? di fare che il mondo, questo povero mondo sprezzato e vilipeso, si occupi di voi, come di un essere originale e straordinario? L’agonia della gloria vi consuma. To’, siate galantuomo, e sarete originale; o se vi par questo un paradosso, siate uomo di buon senso, rimanendo quel che la natura vi ha fatto, e l’educazione, gli studii, le tendenze, vi impongono di essere. Anche a far bene il calzolaio ci si trova la stessa soddisfazione che a scrivere un canto della Divina Commedia.
Ma no, ora capisco: è una donna che vi tira cotesto gemito dai precordi; una donna che vi ha tradito. Come si fa? il caso è grave. Il cuore si è spezzato, l’anima è esulcerata, l’avvenire è chiuso per sempre, un demonio in forma di angelo, ecc., ecc. Bisogna ammazzarsi senz’altro, questo si capisce.
E in tutti questi casi, quando voi, giovane ancora, vi date per vinto all’avversità, alla noia, all’amore, alle vostre stravaganze, voi non siete più un uomo, sappiatelo, e nemmeno una femmina. Siete niente. Ma no, siete qualche cosa più di niente. Siete un imbecille.
Diciamola a quattr’occhi, via; cotesta famosa fatalità non è una cosa terribile; è semplicemente una cosa ridicola. L’uomo che si ammazza in qualunque modo, è un soggetto che fa ridere. Se ne può fare una farsa graziosissima: Il Suicida, farsa. Ed egli invece se ne va tutto consolato nel mondo di là, figurandosi che il mondo di qua lo compianga e lo pianga. Disingànnati, povero morto! l’ultima palata di terra gettata sulla tua fossa si chiama oblìo.
Il fatto è che i cervelli sono malati. Non dovevo dire mal di cuore; è proprio lui, il cervello, che è fesso in qualche parte. C’è poca roba dentro, e poca ce ne mettiamo; poichè lo studio è noioso, il lavoro è pesante, l’enciclopedia è più comoda, e non c’è niente di più povero dell’enciclopedia. Si imparano molte cose, cioè nulla; e a nulla si è buoni, ed è ben giusto, che si serva almeno a qualche cosa, andando ad ingrassare i campi con le ossa nostre. È una malattia profonda questa che ci travaglia.
Ce ne cureremo, se torniamo giovani, anzi fanciulli, e se andiamo a scuola. Questa parrà forse una cosa un po’ stupida, ma è vera. Incominciamo dalla grammatica, la quale ha più efficacia che non si creda sui destini della società: grammatica, s’intende, della lingua, del pensiero, del cuore, di ogni cosa. Poi, a grado a grado, mettiamoci allo studio dei libri, di quelli che sono fatti per rifar la gente, e stanno bene in libreria e fuori. E poi ancora allo studio più serio e più fecondo del gran libro del mondo, della società che ci sta intorno, di noi stessi, della nostra capacità, della nostra utilità per gli altri e per noi, delle buone o cattive azioni che giustificano la nostra presenza in questo mondo da tanto tempo che ci siamo. Ce ne cureremo, se Dio vuole, e più, – scusatemi se la dico come la sento, – se vogliamo noi, proprio noi, quando ci saremo persuasi di essere uomini tutti di un pezzo, padroni di noi, responsabili delle azioni nostre, forti contro i mali di cuore o di fegato che siano, vivi in somma e degni di star fra i vivi.
Dopo tutto questo, può anche essere che le mie parole non facciano nè caldo nè freddo. Molti rideranno, – il che del resto sarebbe già qualche cosa – scrolleranno le spalle e getteranno via lo scritto. Che vuol egli questo seccatore? Non importa: purchè un solo ci sia, il quale, a tempo avanzato, ci pensi un po’ su, e dica a sè stesso: — Chi lo sa! potrebbe anche aver ragione costui. —

Federigo Verdinois


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