Chi ha sentito parlare della fantastica signora Maisel?

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È uno dei misteri di questo paese, perché La fantastica signora Maisel non sia ancora sulla bocca di tutti. La serie più colorata, più glamour, più comicamente densa e forse anche la più premiata degli Amazon Studios. Cioè, qualcuno ne ha già parlato, anche egregiamente, sulla carta stampata e virtuale, ma ancora non ha raggiunto gli stessi livelli di viralità di Fleabag o Master of None, per citare alcune delle serie comedy maggiormente popolari degli ultimi anni. Quindi, poiché pare che sia ancora sconosciuta ai più, tocca riassumerne brevemente i fatti (a meno che non la abbiate già vista, allora avete il nostro affetto e potete tranquillamente saltare il paragrafo che segue). E se non vi fidate di noi, abbiate almeno in considerazione voci più autorevoli (Rotten Tomatoes, per esempio) e lasciatevi abbacinare dal luccichio delle statuette guadagnate in tre soli anni. Non ve le stiamo a elencare, ma credeteci: sono tante.

Dove tutto ebbe inizio

Dunque, tutto ha inizio così: Miriam Maisel, detta Midge – interpretata da Rachel Brosnahan, la fantastica signora del titolo – è una casalinga dell’alta società ebrea di New York, domiciliata insieme a figli e marito in quell’Upper West Side che tanta televisione ci ha già fatto conoscere. Suo padre è un docente universitario, sua madre una casalinga, come lei. E cos’altro dovrebbero mai fare le donne, nel 1958? Quello che fanno tutte le signore perbene a quel tempo: si sposano, indossano abiti coordinati agli accessori e cucinano la punta di petto per i loro mariti. Quello di Miriam detta Midge è un uomo d’affari con una buona posizione e una tentazione per la comicità, che lo porta a esibirsi al Gaslight Cafe – una vera coffehouse, aprì proprio nel ’58 – davanti a un pubblico indifferente. Un fiasco dietro l’altro, e Joel – il marito di Miriam detta Midge – pianta la moglie, molla il lavoro e se ne va con la segretaria. Tranquilli, nessuno spoiler, siamo appena alla prima puntata.

Un talento da comica

Ed è qui che comincia il bello, perché Miriam, o Midge che dir si voglia, scopre che la vera comica della famiglia è lei. Così, ingaggia una manager – o meglio, è la manager a ingaggiare lei – e imbraccia la sua promettente carriera da artista della stand-up comedy, mandando all’aria il ménage familiare e trascinandosi appresso genitori, amici, insomma tutti. Benché, in realtà, non sia stata esattamente lei a mandarlo all’aria, ma Midge è figlia di quell’epoca, ed è colpevole di non essersi aggrappata ai pantaloni del marito fedifrago per impedirgli di traslocare. Tutto questo confluisce nella sua prima, imprevista esibizione, cui seguiranno altri monologhi esilaranti. Puntuali, magnetici, irriverenti. E quando Midge Maisel non è sul palco, in tour o con un microfono a portata di bocca, sembra che il resto della narrazione sia comunque al servizio della sua ironia. Il ritmo, il tono, lo sguardo di tutta la serie non dismettono l’intento umoristico a riflettori spenti, come se tutta la vita della signora Maisel e dei suoi cari fossero in attesa di essere rivisitati in una delle sue esibizioni – e non è un caso se il suo materiale sia abbondantemente autobiografico. D’altronde, è quello che i comici sanno fare meglio, no? Trovare le contraddizioni della vita quotidiana e farne oggetto di una grossa risata.

I dialoghi, vero punto di forza

Va da sé che La fantastica signora Maisel abbia fatto dei dialoghi il suo punto di forza. Non è un caso, considerando che sua madre è Amy Sherman-Palladino, la stessa che ha dato vita a Una mamma per amica, un altro gioiello della serialità – in America l’hanno capito finalmente, noi ancora crediamo che debba prostrarsi di fronte a tutto ciò che provenga dalla HBO o che non sia trasmesso in una fascia oraria fanciullesca, forse anche per via di quel suo titolo italiano stucchevole e urticante. Se avete assistito anche a una sola conversazione tra le ragazze Gilmore, allora sapete di cosa stiamo parlando. Vorremmo potervelo dire con le stesse parole di Alice Cucchetti su Rolling Stone:

Il punto è che Amy Sherman-Palladino è inconfondibile: beccate cinque minuti di una sua serie, anche a occhi chiusi, è capirete che può trattarsi solo ed esclusivamente della sua voce. Ci sono i famosi dialoghi serratissimi – al punto che il cast di Mrs. Maisel spesso arriva alla fine di una scena senza fiato, e deve aggiustare le battute in doppiaggio per eliminare il fiatone – e densissimi di riferimenti pop, botta e risposta dai tempi comici impeccabili.

Questo, e il senso coreografico di tutta la messa in scena sono le due marche distintive di una serie targata Palladino. Prendete, per esempio, la scena nella sala da ballo al resort sulle Catskill, nella seconda stagione, in cui la macchina da presa scivola tra le coppie sulla pista quasi stesse danzando insieme a loro. Una coordinazione tra movimenti e composizione del quadro degna di un musical. E non la troviamo mica solo qui: no, ne La fantastica signora Maisel i personaggi si intrecciano, si incontrano e si scontrano a passo cadenzato, secondo un’orchestrazione che richiede – nella realtà – prove su prove, ma che fa sembrare che sullo schermo tutta la vita proceda a ritmo.

Fantastica, ma non troppo

Se anche l’occhio vuole la sua parte, ecco una serie disposta ad accontentarlo (per non parlare dell’orecchio, poi: quelle magnifiche canzoni!). È tutto estremamente fantastico, non solo la sua protagonista. Su di lei, anzi, avanziamo qualche riserva. Non è che Midge Maisel non sia l’eccezionale signora che il titolo voglia farci credere; è che la sua capacità d’attrazione, la sua verve, il suo fascino non vanno confusi con la perfezione. Da molti punti di vista, Midge Maisel non è perfetta. Non lo è perché sa essere indelicata, si lascia inebriare dalle attenzioni altrui che ne appannano il senso del giudizio, come quando improvvisa uno show al matrimonio di un’amica snocciolando battute che lasciano di stucco i presenti. Forse, quel che le piace di più del suo lavoro nella stand-up comedy è la possibilità di parlare di sé, facendo della sua vita uno spettacolare show nello show.

Essere donna negli anni Cinquanta

C’è anche un altro punto di vista, che esclude Midge dal traguardo della perfezione, ed è quello di una prospettiva tutta millenovecentocinquantesca. Miriam Maisel è una madre di due bambini al di sotto dei dieci anni – la più piccola, al principio di questa storia, dorme ancora nella culla – che si occupa molto poco dei figli, forse troppo poco anche per un osservatore moderno. E c’è tutto un filo molto spesso legato alle istanze del femminismo che attraversa l’intera linea narrativa, e che fa di qualsiasi azione di Midge un interrogativo etico e culturale; la sua esistenza post-separazione continua a oscillare tra la ribellione a un’etichetta che impedisce alle donne di realizzarsi al di fuori della sfera familiare, e dall’altro lato l’impellenza di coltivare i propri canoni estetici, che poi sono anche quelli dominanti. La figura di Midge è un esemplare tentativo di conciliazione, una sintesi tra un grido di libertà che infrange le mura domestiche e il desiderio di applicarsi una maschera facciale. O di tenersi in forma praticando quella buffa ginnastica al femminile. Cioè, solo perché una è carina e tiene al proprio aspetto mica vuol dire che non abbia anche altro da offrire, no?

Casalinga ma non troppo

Midge Maisel è un mistero per la sua famiglia e per una società che si chiede perché abbia scelto di fare la comica (quando avrebbe potuto fare altro con quel corpicino lì, per esempio cantare, le fa notare qualcuno al principio della terza stagione). Che poi sarebbe, se ci pensate, quanto di più vicino possa esistere alla libertà di espressione, alla facoltà di illustrare la vita con la parola dissacrante – se escludete il giornalismo, è ovvio. Le brave signore non si prendono gioco dei genitori o dei mariti in pubblica piazza. Molto probabilmente, le brave signore, a quei tempi, non dicevano neanche cazzo così tante volte. È l’ennesima beffa di Amy Sherman-Palladino all’immagine della donna dabbene dell’America di Truman e Eisenhower. Ricordate quell’episodio di Una mamma per amica in cui Lorelai e Rory prendono in giro il Donna Reed Show e il suo pretenzioso ritratto della casalinga ideale? Con La signora Maisel stavolta l’autrice non si limita a deridere quel ritratto: lo ridisegna. Se volete la nostra opinione, la vera femminista, qui, non è neanche Midge, ma la sua agente.

Susie Myerson, una donna all’avanguardia

Susie Myerson (ovvero Alex Borstein) non è sposata, non ha figli, l’unica cosa che le interessi è il suo lavoro. Prova repulsione per qualsivoglia tipo di abbellimento estetico del proprio corpo, il suo intero guardaroba entra in una valigia (quello di Midge non sta nemmeno in un armadio), alza il dito medio e sembra non riuscire a completare una frase senza inserirvi almeno una parolaccia. Non coltiva alcun interesse amoroso, non ha grazia, non ha eleganza, e non si contano più le volte che qualcuno l’ha scambiata per un uomo. Se Midge è l’anello di congiunzione tra due poli opposti, colei che preserva la sua femminilità (nel senso più esteriore del termine) senza rinunciare all’emancipazione professionale, Susie invece è il superamento di quella polarità. Il personaggio che più di tutti è libero da costrizioni culturali che obbligano le persone a essere sempre impeccabili, gentili e di buon umore, e le donne a presentarsi come di solito ci si aspetterebbe da loro, e non c’è dubbio che, se mai gli autori decidessero di farla incontrare con Donna Reed, la prenderebbe a schiaffi con le sue stesse pentole.

Naturalmente, sarebbe solo un’altra occasione per una grossa, grassa risata. Irriverente e liberatoria, e non soltanto per le donne, ma per chiunque, là fuori, che abbia un minimo di intelletto. Perché se La fantastica signora Maisel parla alle donne delle donne, non vuol dire che anche gli uomini non possano ascoltare cos’abbia da dire. Al diavolo le targettizzazioni, non esistono differenze di genere quando un prodotto è così meravigliosamente riuscito.

Andrea Vitale


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Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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