La Congerie e le Intermittenze: “Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato” di Davide Morganti

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«La Storia è una fossa comune dove vanno a finire tutti, ma alcuni restano più in fondo».

È questo il messaggio che arriva dalle pagine de Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato (Wojtek, 2019), ultimo romanzo del napoletano Davide Morganti. Laureato in Teologia e in Filosofia, insegna a Pozzuoli e scrive libri e sceneggiature. Con questo nuovo lavoro, l’autore riparte da dove ci aveva lasciato: ne La consonante K (Neri Pozza, 2017), infatti, presentava un ritratto pantagruelico e grottesco del nostro mondo, vero e proprio dominio del caos, in cui allo scrittore non resta che «raccontare le macerie».

Proprio su queste macerie si trova a camminare il protagonista, catapultato in una villa buia e pericolante di Lago Patria, in provincia di Napoli. Gli abitanti della villa – i fratelli Sciarra – sono morti: a un uomo di cui non sappiamo niente spetta il compito di ritrovare uno dei due cadaveri. Le stanze da perlustrare sembrano succedersi senza fine, il caldo è asfissiante e ogni angolo della casa è sommerso da un cumulo inverosimile di oggetti, detriti, polvere e soprattutto libri di scrittori dimenticati.

Ugo Attardi, Nicola Pugliese, Nino di Maria, Nicola Lisi, Mario Tobino, Angelo Fiore, Giulio Salierno, Giovanni Boine – sono solo alcuni tra le decine di autori italiani che il protagonista incontra nel corso della sua ispezione. Stanza dopo stanza, l’uomo sprofonda nella lettura vorace dei libri che sommergono la villa, mosso dall’inquietudine del messaggero che nessuno ascolta.

Tutta colpa dell’uomo contemporaneo, dell’«italopiteco», che nella letteratura cerca la riproduzione del reale, non il suo superamento: sembra diventata fuoriluogo, cioè, l’aspirazione a indagare intorno al sovrannaturale, alla natura di Dio, così come la ricerca di una Verità – non scientifica, ma religiosa, assoluta.

Oltre questa vita

«Stiticismo» è detta la corrente letteraria ufficiale degli anni Duemila, ma è l’intero quadro culturale e sociale italiano a subire lo sguardo sarcastico del protagonista, che rivendica per sé l’audacia di aver intrapreso un percorso controcorrente rispetto alle formule, solo in apparenza liberatrici, del laicismo – «Come sono bigotti gli atei!» – e del vivere con i piedi troppo piantati sulla terra, e troppo dentro la vita.

«quello che mi interessa sta altrove, in qualcosa che ancora mi sfugge, oltre questa vita».

L’ansia di assoluto è il respiro sotterraneo che attraversa tutto il libro, è spesso nelle parole degli autori che l’uomo finisce per sentirsi votato a riportare alla luce.

Le Intermittenze

La luce. C’è una forte simbologia associata alle coppie di contrasti che ritornano costantemente lungo il procedere dei capitoli di Nino Sciarra: luce-ombra, caos-ordine, rumore-silenzio. L’esplorazione delle stanze buie, asfittiche e sovraffollate della villa non risponde solo alla missione di ascoltare le voci dei libri dimenticati perché possano trovare finalmente pace e una vera sepoltura: è l’attraversamento della Congerie intesa come condizione umana – condizione dell’uomo di fronte a se stesso e al mondo. È lo sforzo di «catalogare l’infinito», penetrarne il mistero.

Alla dimensione della luce si collega poi un altro concetto-chiave del romanzo: si tratta delle Intermittenze, «fessure improvvise che introducono in altri mondi. Non so da dove vengano, se dal cielo, dalla terra o dai libri […]. Non sono demoni però si comportano come loro, o sono demoni di luce e lo ignoro». Le Intermittenze sono il momento della rivelazione, l’intuizione del trascendente, che per un istante sembra dare accesso a una conoscenza superiore, o all’apparizione di Dio.

È questa l’esperienza che il protagonista vive mentre sfoglia le pagine di Nedda Falzolgher, scrittrice trentina della prima metà del Novecento. Siamo in uno dei punti di massima tensione religiosa del romanzo: dal pavimento sale un vento silenzioso, le Intermittenze illuminano la stanza, «sono morto e sono risorto», dice l’uomo. Mentre Nedda lo fa sentire il più insignificante di tutti i peccatori, polvere tra polvere, ha come il presagio che il destino gli farà lo stesso scherzo fatto a tutti gli autori sconosciuti che si trova tra le mani, al cadavere di Nino Sciarra che sembra scomparso dal mondo. Più si sente soffocare sotto la Congerie della villa, sottratto allo sguardo degli uomini, più entra in contatto con la preghiera di Nedda, divenendo tutt’uno con la sua voce:

«Non tenderò la mano. Non commetterò l’errore di credere di poterla tendere. Ma ti prego, non togliermi dagli occhi il vertice degli alberi che si disperano nel sereno. Affondami, affondami in alto». Anche nel suo ultimo romanzo, quindi, Morganti ci restituisce del mondo un’immagine letteraria che è denuncia della miopia culturale e spirituale in cui viviamo, con una scrittura amara e scanzonata. Il ritmo è frenetico, le frasi si mischiano e si ripetono fino a creare la stessa oppressione della ressa che abita la villa. C’è tutta la morbosità dell’afa, sulla pagina, e il senso di congestione che guida i passi del protagonista, mentre cerca di farsi largo nella Congerie, pestando e urtando, tra rumori incomprensibili e libri che prendono vita. Nino Sciarra è il linguaggio del caos, che l’autore non si limita a descrivere, ma al contrario, non smette mai di interrogare.

Sharon Vanoli


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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