Racconto: La giostra – Giusy Sciacca

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Guarda come ti assomiglia quella ragazza.
Quella lì, quella ferma sul gradino delle scale mobili. Ha i pantaloni lacerati da una moda che tu avresti condannato come sfregio al buon gusto e un sacco di iuta colorata sulle spalle come borsa. Tu non l’avresti usato neanche per raccogliere le patate nell’orto di tuo padre. Eppure, sorrido: come cambiano i tempi sotto i nostri occhi! Sono solo istanti quelli che fuggono, fotogrammi dello stesso lunghissimo film che sfuma il bianco e nero fin tutta la scala dell’arcobaleno, al cinematografo. Lì, ci sfioravamo le mani sul bracciolo delle poltrone di velluto rosso, mentre tuo fratello sonnecchiava.
Ai tempi, ai nostri tempi, le ragazze perbene portavano le longuette scure e i capelli raccolti. Sollevati con un pettinino, in un solo gesto, mentre tra i denti mordevate una forcina. Con quella e una smorfia mettevate a tacere la ribellione che svolazzava dalle pettinature immobili e vanitose.
Ridevate tu e mia sorella proprio come le ragazze di questo tempo, Tina. I vostri sorrisi erano luminosi alla stessa maniera perché la guerra era finita da poco sì, ma era finita. Gli strascichi erano ancora attorno a noi, ma respiravamo e si mangiava. Era già bello così. Le vostre risa fresche nel vento promettevano speranza. Era la vita stessa che cantava attraverso le vostre bocche e l’impazienza dei vostri occhi.
Avrà venti anni, forse qualcuno in più. I capelli lunghi e disordinati sulle spalle. Il suo sguardo è innocente, genuino come il pane caldo all’alba. È così incantata dal luccichio delle vetrine che si aggrappa al passamano per non perdere l’equilibrio. A fior di labbra legge e snocciola in sillabe il nome di una marca di moda famosa, credo. Sta fissando un’insegna. Mi sembra di sentire la tua voce. So come la pronunceresti tu e il tuo timbro dolce e sottile ammalia le mie orecchie come l’eco di una sirena.
A volte penso che tu ti diverta pure a prenderti gioco di me, vero? Come quando  in casa ti nascondevi negli angoli in cui non potevo vederti. O come adesso, quando decidi di venirmi a salutare attraverso gli occhi di qualcuno o una carezza di vento improvvisa mentre arranco sul marciapiede. Sei sempre stata una ragazzina, la mia ragazzina. Ero io il vecchio tra noi.
Già, toccava a me finire la corsa per primo.
Ora prende la seconda rampa di scale. Si tocca ancora i capelli, combattuta su dove concentrare l’attenzione. È come se anche lei arrivasse da un’altra dimensione, dove la finzione non esiste. Là, dove abita solo il semplice e l’essenziale.
È pura. Tutto il resto è superfluo.
E noi che stiamo qui a sudare una vita, Tina. A far cosa, poi? A fare soldi?  Perdiamo i sorrisi del mattino e i baci della buonanotte per lavorare senza tregua una vita! Rido, sì, rido proprio di gusto. E non mi importa più un fico secco di cosa può pensare la gente di questo vecchio pazzo. Se solo avessi saputo che non avrei avuto altro tempo qualche tempo fa.
Adesso, no. Non me lo perdono.
Con la mano afferra, tu afferri, una grossa ciocca di capelli e l’adagi sull’altro lato del capo. Così hai sciolto il raccolto e la forcina sarà ferraglia tra gli ingranaggi delle scale mobili. Un gesto di routine, quelli che in fondo appartenevano anche a te quando rientravi in casa, no? Ti liberavi dalle costrizioni, dalle convenzioni per essere libera. Oggi la libertà si vive fuori, per strada, Tina.
Ricordo le volte che per il nervoso nel salotto di mia madre ti toccavi il naso e abbassavi gli occhi. Quante cose avresti voluto dire e non osavi perché così si comportavano le buone nuore. Stringevi le piccole narici tra l’indice e il pollice, poi le strofinavi come una lampada magica. Quanto mistero nei tuoi pensieri, che tiravo a indovinare mentre spesso, di nascosto, ti fissavo. Era così bello vederti arrossire quando mi coglievi in flagrante, Tina. Le tue guance di seta si tingevano d’imbarazzo. E ancora, ti toccavi il naso.
C’è confusione oggi a Milano: la frenesia, la corsa ai regali, non è cambiato molto. Le feste, ogni singolo anno.
Mancano ormai pochi giorni a Natale e mi manchi ancora come se questo tempo per noi non si fosse fermato mai, Tinetta mia.
Tra poco sostituirò ancora il calendario: è il 1993 stavolta.
Uso sempre quello che il farmacista all’angolo mi infila nel sacchetto delle medicine già a novembre. Lo appendo tra il frigorifero e il telefono, come volevi tu. Così è più facile prendere appunti.
Ti rivedo adesso su quell’ultimo gradino. Sei tornata.
Era qui che ti portavo a scegliere i tuoi regali fin da quando eravamo fidanzati, ricordi? C’era già questo posto.
Non con tutto questo sfarzo.
Sei scesa da questa giostra un giorno all’improvviso e mi hai lasciato solo a proseguire la corsa. E io giro ancora, amore mio, su questo cavallo a dondolo cercandoti negli occhi e nei volti delle persone che tu non conoscerai mai.
Sono al secondo piano. Le pareti sono luminose e tappezzate di foulard pregiati e borse di qualsiasi dimensione. Sembrano irresistibili persino per me. Sono bravi a fare il loro mestiere qui, non c’è dubbio.
Ho comprato il tuo profumo poco fa. No, senza confezione regalo. Santo cielo, quanto sono patetico!
È che mi manchi, Tina. Manchi a ogni mio passo su questa terra. Ho un bastone per camminare ormai, sai tesoro? Non potrei più portarti a braccetto.
Ho spruzzato qualche goccia qui adesso e ho socchiuso gli occhi.
Ti ho annusata. Ancora, sì. E nell’incanto di un momento mi sei passata a fianco con i pantaloni strappati e i capelli sciolti.
Mi hai sfiorato Tina, eri tu, io ti ho vista.
Ti ho guardata, mi hai guardato.
Mi è parso pure che tu ti sia toccata il naso.
Mi hai sorriso e nella folla io ti ho persa di nuovo.

Giusy Sciacca


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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