Racconto: L’esteta radicale – Fouad Laroui

Pubblichiamo oggi un racconto di Fouad Laroui – Premio Goncourt 2013, fra gli altri riconoscimenti – tratto da L’esteta radicale (Del Vecchio, 2013, traduzione di Cristina Vezzaro).
Nel ringraziare l’editore, segnaliamo che è in uscita in questi giorni – sempre per Del Vecchio – il romanzo di Laroui: Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi.

Il racconto che state per leggere si intitola come la raccolta: L’esteta radicale. Buona lettura!


Una voce melodiosa annunciò una catastrofe naturale (in Grecia), un matrimonio (dei vip in Provenza) e quattro sequestri (nel lontano Iraq). Avendo regolato una volta per tutte la radiosveglia su France Info, Ahmed si svegliava ogni mattino nel mezzo di una guerra, di un evento allegro o di un rimpasto ministeriale. Nell’offuscamento del dormiveglia, si immaginava a volte una bella segretaria di Stato, nuda sotto una pelliccia, che lo svegliava con tenerezza parlandogli di attentati suicidi in Afghanistan.

Non sapeva, quel giorno, che sarebbe toccato a lui morire e che nessuno sarebbe mai più andato a svegliarlo.

Dopo essersi fatto la doccia mattutina ed essersi esaminato allo specchio, tristemente, la faccia devastata dai brufoli, Ahmed si infilò gli slip. E si infilò gli slip. E si infilò gli slip. E si infilò gli slip. E si infilò i blue jeans in cui ballava un po’, stanco si mise un pullover sopra le spalle gracili, ricoprì il tutto con un cappotto e uscì nel mattino fresco. Aveva fatto attenzione a non svegliare Monsieur e Madame Lambert.

Il paese, a qualche chilometro da Marsiglia, era ancora addormentato. Ahmed camminò per una buona decina di minuti prima di arrivare alla fermata dell’autobus che conosceva fin troppo bene e che a volte chiamava la sua “seconda stanza”. La pubblicità era cambiata quel mattino, sulla parete interna della pensilina. (Ahmed, che sin dall’infanzia provava una sorta di passione per la lingua francese, aveva imparato quel termine proveniente dal Belgio o dal Québec, molto più bello di “fermata”, e a volte sussurrava: «Buongiorno, cara pensilina»). Nel corso della settimana precedente, il manifesto aveva invitato l’utente dei trasporti pubblici a bere acqua minerale garantendogli che si sarebbe sentito meglio. Ora c’era uno splendido paio di glutei a proclamare urbi et orbi i meriti di un marchio di biancheria intima noto e dal nome molto francese: Pérèle. Ahmed fece rotolare piano la parola sotto la lingua: «Pérèle, Pérèle…». Alcune parole sul cartellone lo incantarono: “guêpière”, “bustino”…

Quindi si aggiustò gli occhiali e si abbandonò alla contemplazione dell’anonimo fondoschiena, tre volte più grande del naturale. Era, come dire… era perfetto. Le curve che suggerivano al tempo stesso sodezza e tenerezza, la grana della pelle, il gioco di luce che suggeriva dune e pendii… Ad Ahmed veniva quasi da piangere. Che splendore, quel posteriore generoso!

Assorto nell’adorazione di quegli immensi glutei, non sentì arrivare l’autobus, che si fermò alla sua altezza. Il conducente suonò il clacson. Fissava Ahmed con fare un po’ ironico, a indicare che l’aveva vista, la sua faccia quasi incollata al cartellone. Ahmed abbassò la testa e salì nel veicolo, le guance in fiamme. Esibì con fare furtivo il suo abbonamento e andò rapidamente a sedersi. Il conducente partì. Avendo visto il viso sornione e grigio del suo cliente, il suo sorriso si era trasformato in ghigno.

Forse pensava: “Un altro che viene a rubarci le donne”.

O forse pensava ad altro.

Non si sa mai, con i conducenti d’autobus.

***

– Capo! Qui c’è qualcosa di strano.

– Cosa?

– Vede quel corpo, lì? Il numero 17?

– Aspetta… Sì, lo vedo. Corpo, corpo… si fa presto a dire. Non resta più granché… Si direbbe l’uomo tronco del circo. Hai presente l’uomo tronco? Quando ero bambino, a volte mio padre mi portava al circo. C’erano uno zoo e anche una specie di galleria di mostri, forse erano effetti ottici, adesso che ci penso. È lì che ho visto, per la prima volta, una donna con la barba. Per un bimbetto è uno shock! Non ci capivo niente. Era una donna, e su quello non c’erano dubbi, vestita con un bel vestito blu e sotto il vestito si intuivano forme femminili e seni grossi così. Ma la barba? I nostri occhi erano impazziti, non sapevamo cosa pensare… Aspetta, perché ti racconto tutto questo? Ah sì! Perché c’era anche un uomo tronco al circo: non aveva né braccia né gambe. Spalancavamo gli occhi, guardandolo, rimanevamo a bocca aperta… Non so più se per l’orrore o per la pietà… Una persona senza arti inferiori nella sua cassa su ruote, al limite, si ammetteva: era metà uomo. Ma lì!

– Capo…

– Era proprio così: spalancavamo gli occhi davanti a quell’ometto, insomma, davanti a quello che ne restava, ma non sembrava dargli fastidio. A volte sorrideva o ci faceva l’occhiolino e noi, bambini, voglio dire, scappavamo, spaventati…

– Capo…

– Ora che ci penso, il presentatore del circo sosteneva che la donna con la barba fosse la sposa legittima dell’uomo tronco. Già che ci siamo… Il colmo dell’orrore o il colmo della tenerezza? Chi può dirlo? Detto tra noi, credo che si trattasse di un gioco di specchi. Doveva pur esserci una legge anticrudeltà o una qualche versione dei “diritti dell’uomo”, anche all’epoca, a rendere la cosa impossibile: esibire un essere umano perché era mutilato! Detto ciò, era affascinante. Ci chiedevamo come facesse a vestirsi, a mangiare, a grattarsi, a… ah! ah! ah! Capisci? Andare al cesso?

– Capo, divaghiamo. Ha notato una cosa strana a proposito del numero 17?

– Una cosa strana? A parte il fatto che non ha né braccia né gambe?

– Sì, capo. A parte quello.

– Cazzo, Larcher, che cosa ti ci vuole? Quanti anni hai? La tua generazione, non c’è niente che la stupisca. Siete cresciuti davanti alla televisione, a guardare film dell’orrore. Non aprite quella porta, L’esorcista, Venerdì 13… Per noi, un cavallo in legno fatto a pezzi da un piccolo bruto a scuola era il trauma del secolo. La donna con la barba, erano tre settimane di terrore, almeno. Tre settimane di pipì a letto… Ma la vostra generazione…

– Capo, tutto questo è appassionante, potremmo starcene qui fino a domani a parlare dei conflitti generazionali, ma le sto chiedendo se ha guardato bene il cadavere numero 17.

– Ma sì, l’ho guardato, povero diavolo. Non molto invitante… Pace all’anima sua. E allora?

– Ha notato che portava quattro paia di slip?

***

Quel mattino, Ahmed si sentiva ancora più triste dei giorni precedenti. Era più di un mese che Zoé lo aveva lasciato e non riusciva a dimenticare quell’avventura che non era durata molto a lungo. Si era davvero sentito innamorato di Zoé, l’aveva soprannominata la “bella provenzale”, ma lei non sembrava aver mai provato per lui più di un certo affetto misto a curiosità. La maggior parte del tempo non voleva nemmeno che la toccasse. Lo prendeva spesso in giro:

– Sembri un gamberetto. Non c’è niente a cui aggrapparsi.

La sua risata risuonava, limpida e sincera. La sua risata “da francese”. A Tetouan, dove Ahmed era nato e cresciuto, le donne non ridevano così, erano molto più riservate. Questa, che sembrava “assaporare la vita” (si era appuntato l’espressione in un taccuino), lo aveva stregato sin dal primo giorno.

Qualche settimana dopo essersi iscritto alla Facoltà di Scienze, si era ritrovato per caso accanto a Zoé, alla caffetteria. Lei aveva notato il libro che teneva aperto sul tavolo, con una mano, mentre prendeva appunti.

– To’, anche tu fai chimica?

Mentre alzava gli occhi, Ahmed non poteva credere che una ragazza così bella gli rivolgesse la parola. Balbettò:

– Sì, chimica. Anche tu?

– Oh, io…

Chiacchierarono qualche minuto. Gli spiegò che faceva esattamente i suoi stessi studi, che li aveva scelti un po’ per caso, perché non sapeva davvero che cosa voleva fare “dopo”.

– Scelta sbagliata, – aggiunse, – la chimica all’università non ha niente a che vedere con la chimica al liceo. È troppo faticoso, troppo astratto… Insomma, non ci capisco niente!

– Eppure non è molto difficile.

– Facile o difficile, non ci capisco niente! Tutte quelle formule…

Ahmed si sentì dire, con voce che tremava un poco:

– Se vuoi posso aiutarti? Gratis, naturalmente, non sono ripetizioni. Potremmo ripassare insieme.

Lei fece spallucce.

– È gentile da parte tua, ma non è il caso. Ti farei solo perdere tempo.

– No, no. Fa comodo anche a me: spiegandoti capisco meglio.

Lo guardò sorridendo:

– Come ti chiami?

– Ahmed.

– Da dove vieni? Dalla Tunisia?

– No, dal Marocco. E tu?

Scoppiò a ridere.

– Io… vengo da Marsiglia! Questa è casa mia.

– No, voglio dire: come ti chiami?

– Zoé. Grazie dell’offerta. Okay, possiamo farlo. Ma temo che non servirà a niente. Mi sa che ho semplicemente sbagliato indirizzo. A ogni modo voglio diventare attrice, voglio fare teatro.

Combinarono un appuntamento per vedersi. Lui suggerì la caffetteria.

– Troppo rumorosa, – disse Zoé.

Da lui? Troppo lontano. Ma la ragazza era curiosa.

– Perché abiti in quel paese? Perché non a Marsiglia?

Spiegò che suo padre aveva lavorato per anni come giardiniere e uomo tuttofare per conto di una coppia di francesi che vivevano in Marocco, i Lambert. Dopo essere andati in pensione, erano tornati in Francia. Quando avevano saputo che il giovane Ahmed, figlio del loro ex dipendente, aveva preso il diploma a Tetouan, lo avevano iscritto loro stessi all’università di Marsiglia e avevano proposto che andasse ad abitare da loro, in una stanzetta in fondo al giardino.

– E paghi l’affitto?

– No. Sono davvero persone perbene. Sono come dei genitori per me.

– Carino. Ma è comunque troppo lontano.

Lo invitò ad andare a trovarla nel suo piccolo monolocale, vicino a Cours Belsunce. Era stupito ed entusiasta per quella semplicità: una ragazza che lo invitava da lei, senza fare storie! Arrivato il giorno, vi si recò con il cuore palpitante. Lavorarono per un’ora, lui spiegandole pazientemente l’enunciato dei problemi, lei concentrata, la fronte attraversata da qualche ruga. Quindi se ne andò, felice. Scendendo per Cours Belsunce, ebbe l’impressione, per la prima volta, di essere a casa sua in Francia. Svoltò a destra, scese lungo la Canebière e andò al vecchio porto a riempirsi i polmoni di aria di mare. Quindi passeggiò lungo le rive, sognando di possedere un giorno una delle barche ormeggiate.

Qualche settimana dopo fecero l’amore per la prima volta. Dopo un’ora di lavoro, lanciò in aria la matita e urlò ridendo:

– Sono stufa marcia! Stufa marcia! Odio la chimica!

Si buttò sul letto, in un angolo del monolocale, lo stesso letto che Ahmed evitava accuratamente di guardare quando era lì. Ma questa volta non poté fare a meno di seguirla con lo sguardo. L’indice arcuato, gli fece un gesto che poteva significare una sola cosa: “Vieni qui!”. Come un automa, si alzò dalla sedia e andò a sedersi sul letto, accanto alla ragazza. Non sapeva cosa fare con le mani, con i piedi, con il corpo, quel corpo esile che detestava. Fu lei a prendere l’iniziativa. Aveva una confezione di preservativi nel cassetto del comodino. Si lasciò guidare. Era vergine.

Si rivestì rapidamente, come se fosse solita sbarazzarsi dei vestiti e rimetterseli in un batter d’occhio. Si voltò. I suoi occhi incrociarono quelli di Ahmed, che la fissava, incantato.

– Cos’hai da guardarmi così? Sembri un cagnolino, tutto contento della sua padrona.

– Sei… talmente viva.

– Grazie! Sai cosa vuol dire, Zoé? Vuol dire “vita” in greco.

– Ah sì? Allora io amo la vita!

Era la prima volta che azzardava un gioco di parole in presenza di una “vera” francese. Lei sorrise, un po’ beffarda. Quindi fece finta di essere esausta.

– E ora, Ahmed, ti caccio via. Voglio stare da sola.

Cercò di rivestirsi discretamente, dando la schiena alla ragazza. All’improvviso la sentì scoppiare a ridere. La sua risata limpida e sincera.

– Hai il culo piccolo piccolo, Ahmed. Anzi, praticamente non hai le chiappe! Per fortuna che non sei finocchio, non ti vorrebbe nessuno.

Con le guance rosse fuggì mormorando ciao. Si era messa a leggere, sul letto, come non fosse successo niente.

Qualche settimana dopo, Zoé abbandonò gli studi di chimica e annunciò ad Ahmed che avrebbe tentato fortuna a Parigi. Aveva sempre voluto diventare attrice. Adesso o mai più: si era iscritta al corso Claude–Mathieu, nel XVIII Arrondissement. Al diavolo gli acidi, le valenze e gli isotopi!

Ahmed non sapeva cosa dire. Gli si era formato come un blocco di ghiaccio sullo stomaco. Mormorò:

– E noi due?

– Noi due? Ma, gamberetto mio, non c’è mai stato un “noi due”. C’eravamo solo tu e io. E io, – insistette sulla parola, – me ne vado molto lontano. Allora tu, – stessa cosa, – studia bene e troverai un’altra piccola Zoé carina e simpatica, okay? Senza rancore?

Ahmed trovò la forza di sorridere e di mormorare:

– Senza rancore. In bocca al lupo.

Durante il tragitto, Ahmed se ne stette stravaccato sul suo sedile. Evitava sempre di incrociare lo sguardo degli altri passeggeri quando prendeva l’autobus o la metropolitana. Qualche mese dopo essere arrivato in Francia aveva smesso di guardare la gente se non di nascosto. All’inizio, li guardava dritti in faccia, come faceva a Tetouan, da adolescente, con un abbozzo di sorriso, ma alla lunga, si era scoraggiato. A forza di incontrare, perlopiù, sguardi vuoti, diffidenti o silenziosamente ostili, era diventato a sua volta un viaggiatore dallo sguardo sfuggente.

All’inizio si era spesso detto che non si trattava di lui, insomma. Ma non ne era certo.

Se solo mi conoscessero tutti come mi conoscono i Lambert, si diceva a volte.

Quindi si guardava attorno, con discrezione. No, il miracolo non avveniva. Non era altro che uno sconosciuto, uno straniero. Faceva forse paura? Quel pensiero lo gettava nello sconforto.

***

Per pagarsi gli studi, Ahmed aveva trovato un lavoretto pericoloso, di quelli che sporcano, che consisteva nel pulire le cisterne in un grande complesso petrolchimico. I suoi studi in chimica non avevano svolto alcun ruolo nel consentirgli di ottenere il lavoro. Di fatto nessuno lo voleva, quel lavoro. L’agenzia di lavoro interinale sondava direttamente tra gli studenti stranieri dell’università di Marsiglia lasciando credere si trattasse di uno stipendio interessante. Per Ahmed, era una fortuna. Non solo gli fruttava dei soldi; aveva anche l’impressione, ogni volta che varcava il recinto del complesso, di contare qualcosa in Francia, di apportare qualcosa al Paese che l’aveva accolto. E poi non era che un primo passo, il primo gradino della scala: sperava, alla lunga, di regolarizzare la sua situazione, di trasformare il suo status precario di studente in quello di “residente privilegiato”, con un permesso di soggiorno a lungo termine e, per finire, la naturalizzazione. Nel frattempo sarebbe senz’altro diventato dottore in chimica, ricercatore o ingegnere, e sarebbe entrato dalla porta principale nella fabbrica o nel laboratorio che gli avessero dato lavoro. A volte sognava di diventare direttore generale di quello stesso complesso di cui, per il momento, si accontentava di pulire le cisterne insieme ad altri studenti magrebini o africani.

Quel mattino, il caporeparto gli disse che non c’era lavoro per lui. Il planning era stato modificato.

Deluso, Ahmed insistette. Era pagato all’ora e, quella settimana, aveva bisogno di soldi: medicine da spedire a suo padre, in Marocco, libri da comprare… Il capomastro, Monsieur Alvarez, era una brava persona.

– Va bene, visto che sei qui, vai a guardare nel silo, laggiù, – fece un gesto. – È ancora pieno ma lo svuotiamo oggi. Vai a prendere i riferimenti, controlla che sia tutto a posto. Domani te ne occupi tu.

Alvarez sembrò ricordarsi di una cosa.

– A proposito, sii gentile, porta il tuo passaporto domani.

Ahmed trasalì. Pallido per l’agitazione, farfugliò:

– Il mio passaporto? Perché? C’è un problema?

Monsieur Alvarez fece cenno di no con la testa e abbozzò un sorriso imbarazzato.

– Ma no, non c’è nessun problema. Solo che devo fare una fotocopia dei documenti di tutti gli interinali, insomma… di tutti gli stranieri. È il direttore delle risorse umane che me l’ha chiesto. Qualcosa per il piano Vigipirate. È solo una formalità.

Ahmed protestò con voce debole.

– Ma io non ho niente a che fare con Vigipirate.

Il caporeparto si sollevò il berretto e si grattò il cranio.

– Come sarebbe a dire che non hai niente a che fare…? Riguarda tutti. Riguarda chiunque abiti in Francia. Ci sono minacce terroristiche tutti i giorni. A ogni modo, non è questo il problema. Il direttore delle risorse umane mi chiede una fotocopia dei passaporti degli interinali, non ho bisogno di riflettere: eseguo.

Si mise a ridere:

– “Eseguo”, disse il boia durante la sua esecuzione.

Ahmed sorrise, sforzandosi un po’. Aveva capito la battuta ma la trovava fuori luogo.

– Le porto il mio passaporto domani, – disse.

– Porta direttamente una fotocopia.

– Va bene. Ma posso farle una domanda?

– Dimmi.

– Il polacco, quello che lavora a volte accanto a me…

– Chi? Nowak?

– Sì, Nowak. Anche lui deve portare una fotocopia dei suoi documenti?

Alvarez sembrò infastidito. Non sorrideva più.

– No. Ma prima che inizi a scaldarti, ricordati che non sono io che faccio le leggi e i regolamenti. Se vuoi lamentarti, vai in amministrazione o alla polizia.

Ahmed si diresse verso il silo e si piazzò davanti alla parete metallica. Sollevò la testa. Cercava con gli occhi la scala quando si produsse l’esplosione, implacabile, spietata, devastante, l’esplosione che avrebbe fatto diversi morti e decine di feriti, che avrebbe scatenato il panico a Marsiglia e oltre, in tutta la Francia.

L’esplosione nemmeno la sentì. Non fece in tempo.

Ci fu un grande bagliore, quindi più niente. Luce. Mille soli. Quindi niente. Il nulla.

Ahmed aveva cessato di esistere.

***

– Ho la spiegazione.

– Capo?

– Il tuo arabo con i quattro slip, ho capito: è stato lui a fare il colpo. Per forza. I quattro slip sono in qualche modo l’arma del delitto.

– Non la seguo, capo.

– È troppo per te, Larcher? Non te la prendere. Hai ancora tempo per imparare. Il mestiere è un mix di intuizione e preparazione. E di esperienza. Prendiamo la preparazione, per esempio. Hai fatto buoni studi, okay. Hai più diplomi di me. Ma quel che conta è la preparazione pratica. E anche… ehm, la psicologia! Gli estremisti, per capirli bisogna mettersi nei loro panni. Allora io, per quanto possa essere il commissario Dubonnet, non esito a mettermi nei panni di un musulmano…

– Di un islamista, capo. Musulmano è una religione, non una dottrina.

– Be’ basta però, smettila di spaccare il capello in quattro. Lo sappiamo che leggi “Le Monde”. Dicevo, mi metto nei panni di un musulmano estremista. Sono disposto a farmi esplodere, ma perché? Perché la causa trionfi? Certo che no, non è una buona ragione. E poi, di che causa si tratta? E in che modo la mia morte potrebbe migliorare qualcosa? L’11 settembre, in America, ha prodotto piuttosto il contrario, no? Quindi, sono disposto a far saltare tutto in aria, è proprio il caso di dirlo, ah, ah, ah! Ma perché, Larcher? Perché? Be’, per una sola ragione, o meglio per settanta ragioni: le settanta zoccole che mi aspettano lassù.

– Si chiamano uri, capo.

– Uri, zoccole, è lo stesso. Quindi arrivo in paradiso e il san Pietro dei musulmani… tra l’altro, come si chiama, il tipo? San Mamadou? San Brahim? Ah, ah, ah! Sidi Brahim! Quindi Sidi Brahim mi dà le chiavi della camera dove mi aspettano le settanta sgualdrine. Ora, rifletti, Larcher, rifletti bene: di che cosa ho bisogno nel momento in cui mi dirigo verso il postribolo?

– Di settanta preservativi, capo?

– Ah, ah! Molto divertente! Non mi prenderò mica lo scolo in paradiso, sarebbe la fine del mondo!

– Ma è la fine del mondo, capo, altrimenti non sarebbe in cielo.

– Esilarante, Larcher. Adesso mi lasci finire il mio ragionamento? Dicevo, di cosa ho bisogno, mentre mi dirigo verso il bordello di Allah? Te lo dico io, Larcher, altrimenti domani siamo ancora qui: ho bisogno di un apparecchio in perfetto stato, la vedova e i due orfani in perfetta salute. Hai visto qualche film sulla guerra nel Vietnam? Quando i G.I. o i marines sorvolavano in elicottero le risaie infestate di vietcong, che cosa facevano? Si sedevano sul loro elmo! Tutti! Automaticamente! Se Charlie gli infilava una raffica di mitraglia dal basso, almeno il loro apparecchio, e non parlo dell’elicottero!,era ben protetto. Potevano tornare con un braccio o un piede in meno, e persino con il cervello bucato, non era un problema purché il loro bagaglio, ah, ah, ah!, fosse intatto. Perché erano giovani, quei ragazzi, avevano ancora delle donne allegre da corteggiare, delle famiglie da fondare senza passare per la banca del seme… Ma torniamo alle cento zoccole: c’è da sgobbare! Quindi, cosa faccio, da estremista previdente quale sono? Mi proteggo le parti, per Dio! Mi metto non uno slip, ma quattro! Capito? Ne deduco: primo, che il nostro uomo tronco era un estremista musulmano; secondo, che è stato lui a fare il colpo visto che aveva preso la precauzione di mettere al sicuro i gioielli di famiglia: sapeva quindi cosa stava per succedere. Siamo d’accordo, Larcher?

– Ragionamento minuzioso, capo. Ma avrei lo stesso una o due domande.

– Spara.

– Perché proteggersi, proteggere qualsiasi cosa, sapendo che si finirà completamente dilaniati? A cosa può servire avere le parti genitali intatte se manca tutto il resto? D’altra parte, se credono che Dio sia onnipotente, perché non potrebbe resuscitarli esattamente com’erano prima, indenni? Tutto questo non è molto logico.

– È questo il tuo problema, Larcher: tu ragioni, tu sei logico e credi che i terroristi pensino come te. Mettiti bene in testa una cosa: quella gente non è come noi.

– In che senso?

– Sono dei fanatici, degli estremisti!

– Se è per quello, di estremisti ce n’è dappertutto…

– Ma non cattolici, però. Hai mai visto un cattolico farsi esplodere in mezzo a una folla di gente?

– No, ma ho visto dei cattolici, nelle Filippine, farsi crocifiggere il giorno di Natale, durante le processioni. Se non è fanatismo quello…

– Sì, ma se si fanno crocifiggere non danno fastidio a nessuno, non è come farsi esplodere cercando di uccidere più gente possibile. Sono stati i musulmani a inventare gli attentati suicidi, o no?

– Sbagliato, capo. Sono stati i Tamil ad averli praticati per primi, negli anni Ottanta.

– Non sono un po’ musulmani, questi tuoi Tamil?

– No, sono per la maggior parte indù.

– Mi stai prendendo per il culo, Larcher? Gli indù sono vegetariani, qualcosa la so anche io, non toccano nemmeno le mucche, non vorrai farmi credere che uccidono della gente, e per di più a caso, alla cieca?

– Eppure, in dieci anni, gli attentati suicidi delle Tigri hanno causato più di millecinquecento vittime.

Dubonnet disse, con voce contrariata:

– Ma come fai a saperlo con una tale precisione?

– Torno adesso da un seminario al Ministero dell’Interno, a Parigi, un seminario sul terrorismo. Ha controfirmato lei stesso la mia domanda.

– È possibile. Di seminari ce n’è un sacco. Ma se si va per tornare con le idee tanto confuse, non vale la pena. Francamente, inizio a pentirmi di avere accettato di mandarti. Ho trovato il colpevole dell’attentato più spettacolare del decennio, ho fatto scacco ai furbetti arrivati da Parigi e tu mi contraddici? Pensa alle conseguenze della tua ostruzione sistematica. Organizzo un incontro con la stampa e annuncio che probabilmente, e dico probabilmente per farti piacere, sappiamo chi ha fatto il colpo. Non appena avremo l’identità dell’uomo tronco vedremo se non c’è modo di risalire fino ad Al Qaeda.

***

Rue de Lappe, Parigi, un venerdì sera, in un Caffè alla moda. Un tavolo era più animato degli altri, echeggiavano esclamazioni, scoppi di risa si succedevano, tanto che il proprietario andava ogni tanto a sgranare gli occhi e chiedere ai clienti di calmarsi un po’. I clienti, anzi in questo caso le clienti, cinque o sei ragazze volubili e allegre, facevano finta di calmarsi, poi le risate riprendevano più forti ancora, dopo qualche minuto.

Dopo il saggio di fine anno del corso Claude–Mathieu, tutta la tensione degli studi era crollata d’un solo colpo. Si sentivano libere e di umore provocatorio quella sera. Tutti gli uomini che entravano nel loro campo visivo venivano spietatamente studiati, dissezionati, canzonati, valutati… Fino ad allora nessuno aveva avuto la sufficienza.

Un cinquantenne con i capelli brizzolati, un po’ brillo, si diresse verso il bar. Costeggiò il tavolo, per poco non perse l’equilibrio, posò una mano sullo schienale di una sedia e sorrise alle ragazze, indistintamente, con aria spocchiosa.

– Quant’è brutto, quello! – scoppiò a ridere Julie quando l’uomo si fu allontanato. – Zero! Ze–ro!

Nadine obiettò: – Sì, ma ha un bel didietro. Basta mettergli un cuscino sulla faccia.

Scoppio di risa generale. Noémie fece finta di riflettere, un dito sulle labbra, e adottò un tono erudito per dire:

– Effettivamente c’è un lato croce e un lato testa. Se diamo dieci su dieci al lato croce e zero al lato testa, significa che gli basta per raggiungere la sufficienza?

– No, no, – urlò Laura. – Il cuscino! Il cuscino! Facciamo a meno del lato testa! Ehm… o è croce? Non vi seguo più.

– In questo caso, – replicò Manon, – diamo un voto solo ai culi. Facciamo a meno del resto.

– In questo caso, – disse Laura solennemente, – sta passando un nove su dieci.

Le ragazze tacquero, alcune sghignazzando di nascosto, e seguirono con lo sguardo un ragazzo dai tratti asiatici che tornava dal bar e si dirigeva verso l’uscita. Costretto ad aggirare un gruppo di amici che stavano in piedi davanti alla porta, ebbe una sorta di ancheggiamento aggraziato senza rendersi conto che una mezza dozzina di paia d’occhi stava fissando la parte inferiore del suo corpo. Julie fu la prima a reagire:

– Perbacco! Dieci su dieci!

Noémie fece spallucce.

– Dieci è la perfezione. E il posteriore perfetto non esiste.

– Sì che esiste. Basta che guardi i cartelloni.

– Bah, i cartelloni sono un bluff. Sono Photoshop e compagnia. C’è sempre un difetto, una mancanza di simmetria, un piccolo foruncolo… Zoé si mise a ridere e reclamò l’attenzione delle altre.

– Mi ricorda una cosa pazzesca. Ho avuto un fidanzato, una volta, a Marsiglia. Un piccolo marocchino che avevo incontrato alla facoltà di chimica…

– Un marocchino? Facevi la misteriosa! Non ce l’hai mai detto.

– Oh, una cosa senza importanza. È durata solo qualche settimana.

Aveva un complesso terribile: si trovava troppo magro, soprattutto le chiappe. Aveva un sedere piccolissimo.

– Può essere carino, un culetto.

– No, non era carino. Praticamente non aveva chiappe. Niente! Era piatto e minuscolo. A volte lo prendevo in giro, lo chiamavo “il mio gamberetto”…

– Il tuo gamberetto halal, ah, ah, ah!

– Ho fatto male a prenderlo in giro. Mi sono resa conto che lo feriva davvero.

Scoppiò a ridere, e per poco non si strangolò con il sorso di mojito che cercava di mandar giù pur continuando a parlare.

– Un giorno, mi sono accorta che portava diversi slip. Uno sull’altro. Tre, quattro…

Le ragazze scoppiarono a ridere.

– Degli slip… uno sull’altro? Quattro per volta?

– Perché?

– Per darsi, come dire… per darsi del volume. Per dare l’impressione di avere delle chiappe vere. Delle chiappe belle come sui cartelloni pubblicitari.

Laura continuava a dimenarsi. Noémie chiese:

– Come si chiamava, il tuo signore d’Arabia?

Zoé rifletté un istante, sempre tenendo il mojito in mano.

– Ehm… Ahmed. Sì, ecco, Ahmed.

Quindi bevve il suo cocktail.

E passò ad altro.

Fouad Laroui

Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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