Racconto: Diamonefobia – Gianfranco Martana

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L’ho chiamata diamonefobia, paura della permanenza. In termini più suggestivi: sindrome dell’erba più verde. Ne parlai a un congresso di psicologia a New York portando i risultati di una ricerca svolta a Milano fra i miei pazienti del Policlinico. In sostanza è una variante spaziale del Torschlusspanik, il panico delle porte che si chiudono, del tempo che passa senza riuscire a raggiungere i propri obiettivi. Chi soffre del disturbo che ho identificato ritiene che sarebbe più felice altrove e tende a spostarsi o a desiderare di farlo. In genere il disturbo si estende anche alle relazioni personali: il soggetto è convinto che nel giardino del vicino, in un’altra città, in qualunque altro posto del mondo troverebbe amici migliori, lavori migliori, amanti migliori. Alla fine della mia relazione ringraziai i colleghi per l’attenzione e ricevetti gli stessi applausi distratti che avevo riservato a chi mi aveva preceduta. Era il giorno del mio quarantesimo compleanno, e scendendo le scalette del palco rivestite di velluto rosso pensai che l’avrei trascorso più volentieri a calpestare a piedi nudi una spiaggia caraibica.

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La prima volta che misi piede a New York avevo ventott’anni. Reduce da un dottorato in Psicologia del Lavoro a Roma, ero disgustata dalla trafila che mi aspettava per trovare un lavoro decente (lo so, si chiama “ironia della sorte”), così mi trasferii ad Harlem per seguire un uomo che faceva il musicista e per riflettere sul mio futuro. Di giorno esploravo la città, la sera bevevo nei locali dove il mio compagno suonava. Visitai i luoghi che avevo già visto in foto e film: la statua della libertà, Coney Island, Manhattan, i jazz club del Village. Non provai nessuna sorpresa, nessuna eccitazione, solo la sensazione di aggiungere un tassello al puzzle, come quando per la prima volta incontri una persona che hai frequentato a distanza, e ritrovando la sua voce e certe espressioni abituali, tutto quello che riesci a pensare è che te l’aspettavi un po’ più alta.

Dopo un mese mi sentivo già sovrastata, annichilita dal flusso copioso e indifferente di esseri umani che mi circondavano: ora una massa di spettatori che usciva da un cinema, ora una rumorosa marcia di protesta, ora la corsa verso casa di mille impiegati. Una sera, alla fine di un concerto del mio compagno, mentre alzavo una mano per carezzargli il viso stanco, un uomo passò distrattamente in mezzo a noi. Le mie dita inciamparono sulle sue labbra umide di alcool e ne grattarono la barba ispida. Corsi in bagno a lavarmi, sentivo il sangue pulsarmi nella testa, mi sembrava di soffocare. Mentre mi lavavo la faccia con l’acqua fredda pensai che mancava solo che mi cascasse addosso qualcuno aprendo l’armadio in casa, o che scendendo dal letto calpestassi uno sconosciuto addormentato sul pavimento. Resistetti un altro mese, poi dissi al mio uomo che me ne tornavo al paese, in Molise, dove almeno c’erano più pietre che cristiani. Una volta lì, affacciata al belvedere che dà su pianure e monti e sul lontano mare, eternamente uguali, ripresi con calma a sognare di andarmene.

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Spesso da ragazza passeggiavo lungo le strade intorno al mio paese. Per essere pronta a fronteggiare ogni pericolo raccoglievo una pietra e un bastone dal ciglio della strada, scambiandoli con esemplari migliori che via via trovavo lungo il cammino: una pietra più liscia e adatta alla mia mano, un bastone più robusto e diritto. Ogni volta speravo di vivere folgoranti avventure oltre una curva, o sul fondo di una scarpata o in cima a un abete, dove però non mi sarei mai arrischiata; superavo la curva ma non accadeva nulla, e allora confidavo in quella successiva, oltre la quale doveva esserci un cinghiale mansueto, una madonna coi segreti, un’auto accartocciata coi cadaveri di due amanti. E invece c’erano sempre la stessa strada sgombra e gli stessi alberi; cambiava solo la luce, e a volte il fruscio delle foglie. Al rientro, quando ero in vista delle case del paese, lanciavo la pietra e il bastone verso un nemico immaginario nascosto fra gli arbusti e seguivo incantata il volo di quelle armi letali, le più perfette e inutili che quelle terre potessero offrire a un essere umano.

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All’età di undici anni ero attratta da Piero, il figlio dei vicini, che di anni ne aveva tredici. Nelle belle giornate d’estate passava ore nel suo giardino a fare palleggi e a calciare rigori su una porzione di muro che aveva scelto come porta. Spesso se ne stava a torso nudo e pantaloncini, i suoi muscoli si contraevano e si rilassavano e m’inventavo mille scuse per ammirarlo da vicino. In genere innaffiavo le piante che stavano nei vasi allineati lungo il muretto di confine, che per maggior sicurezza era sovrastato da un’inferriata; a volte spazzavo via qualche foglia secca o tagliavo rametti. Il tempo che passavo a fare avanti e indietro come una sentinella non aveva una giustificazione ragionevole; Piero lo sapeva, e a volte faceva finire il pallone dal mio lato per avvicinarsi e domandarmi come stavo. Io balbettavo risposte banali e andavo via, mentre avrei voluto scavalcare l’inferriata e rotolarmi con lui nell’erba. Il mio corpo era pronto, mi sembrava di essere cresciuta e di aver messo forza nelle braccia e nelle gambe solo per riuscire in quell’impresa.

Mio padre aveva capito tutto e ogni tanto mi richiamava. Una volta, per imbrogliarlo sul motivo del mio interesse per quel lato del giardino, gli chiesi come mai l’erba dei vicini fosse così verde. Lui rise, poi rispose che l’erba del vicino è sempre più verde, ma solo perché veniva innaffiata con chissà quale porcheria, e aggiunse di stare attenta perché di sicuro era velenosa. Io non potevo crederci: se fosse stato vero, i genitori di Piero non gli avrebbero permesso di giocarci. Ci misi un anno a capire l’allusione, quando ormai di Piero e del suo veleno non m’importava più nulla.

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Da piccola sognavo di esplorare i monti in cerca di serpenti da lapidare e fiori da cogliere. Forse mi piaceva l’idea di uccidere impunemente e tornare a casa con mazzolini variopinti per mia madre, come una brava bambina; invece dovevo accontentarmi delle lucertole del mio giardino, che seppellivo in buche scavate a mani nude, segnalando il tumulo con una margherita o un fiordaliso che strappavo ai vasi.

Un giorno mia madre mi scoprì a scavare e mi richiamò, ignara del cadavere. Poco dopo provai a completare la sepoltura, ma la sentii urlare dalla finestra. Temendo che scoprisse di avere una figlia assassina presi la lucertola per la coda e la lanciai verso il viottolo, dove una colonia di formiche l’avrebbe spolpata. Quando vidi le mie unghie nere di terra m’inventai che contenessero un veleno fatale, e con le dita piegate ad artiglio andai nell’angolo dove dormiva Tobia, un piccolo randagio che mio padre aveva raccattato anni prima. Lo raggiunsi da dietro con passi leggeri e gli piantai le unghie nel suo corpo peloso e molliccio. Tobia non apprezzò l’insolenza, e voltandosi con riflesso selvatico mi punzecchiò una mano per poi andarsi a nascondere nel capanno degli attrezzi, consapevole di essersi cacciato in un brutto guaio. Io presi a strillare, e chissà perché immaginai che mi avesse morso una vipera in cima a una montagna, e che sarei morta se non mi avessero dato subito l’antidoto. Nel giro di pochi minuti me ne furono somministrati due: il primo fu lo schiaffo che presi da mio padre, il secondo un lungo spruzzo di acqua ossigenata che mia madre versò sulla minuscola ferita.

Quando anche Tobia ebbe ricevuto la sua dose di botte e l’equilibrio della famiglia fu ristabilito, mia madre mi chiese ragione di quel gesto imprudente. Per vendicarmi le dissi che mi annoiavo a stare sempre rinchiusa in giardino; lei mi abbracciò e borbottò parole di scuse, promettendomi un viaggio favoloso di cui però non è rimasta traccia nella mia memoria. Fu allora che feci la mia prima scoperta scientifica, che potrei riassumere così: “Se fai una cosa che non piace ai tuoi genitori sei una stupida; se la fai di nuovo sei un’insolente; se perseveri hai qualche problema e devi essere aiutata.”

A quel tempo non credevo di avere problemi, ma per ottenere quello che desideravo cominciai a comportarmi come se ne avessi, a ripetere parole, opere e omissioni fino ad arrivare, attraverso gli schiaffi, agli abbracci e alle promesse. A dodici anni i miei mi mandarono da una psicologa. L’ultima seduta la feci una settimana prima della Maturità, poi pensai che sarei stata più felice se avessi scavalcato l’inferriata e fossi passata dall’altra parte.

Gianfranco Martana


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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