Etichette, definizioni e forma breve: Sul racconto di Maurizio Vicedomini

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La critica letteraria è fatta di etichette, ma cosa si cela veramente dietro a una definizione? L’obiettivo di questo saggio (Sul racconto. Calvino, Cortázar, Hemingway, James e Wallace, Vicedomini Maurizio, Reggio Calabria, Les Flâneurs, 2019), è analizzare con criterio e dedizione cosa si nasconde dietro due definizioni monolitiche della storia della critica letteraria: racconto o romanzo?

Una critica democratica

Sul racconto. Calvino, Cortázar, Hemingway, James e Wallace è una lettura saggistica che racchiude in sé anche il democratico obiettivo di ampliare l’orizzonte di lettura della critica letteraria: si tratta di un saggio divulgativo che si presta anche alla lettura dei non “addetti ai lavori” grazie al suo stile piano e narrativo, a volte accattivante, volto a incuriosire il lettore anche meno esperto, avvicinando con par condicio il lettore – qualsiasi background egli possegga – al brulicante cantiere della critica letteraria.  

Mettere ordine

La prima parte dell’opera si incentra sul tentativo di “mettere ordine”* nell’intricato panorama critico-letterario, tentativo che si esplica tramite la disamina e, laddove necessario, la problematizzazione di riflessioni di critici e studiosi di letteratura: Lukács, Barthes, Ejchenbaum, Todorov, sono solo alcuni dei nomi con i quali l’autore dialoga in cerca di una risposta all’insoluta domanda: racconto o romanzo?

Nella seconda e la terza parte del saggio sono presentate delle analisi applicative che puntano ad indagare
l’essenza del “racconto”: l’autore tocca con mano la realtà letteraria prendendo a modello scrittori quali Calvino, Cortázar, James e Hemingway e analizzandone lo stile narrativo. Interessante è l’attenzione posta nell’investigare la consapevolezza critica e meta-letteraria degli stessi scrittori, impiegati nel definire le proprie opere: è una riflessione critica che muove direttamente dall’artista e si nutre quindi di prospettive diverse, interne.

Ciò che nella prima parte era stato questionato da un punto di vista meramente teorico, trova la sua esplicazione nella terza e ultima parte del saggio, nella quale l’autore propone un close reading di “Piccoli animali senza espressione” di David Foster Wallace ripercorrendo la materia d’analisi e ancorando i quesiti teorici al testo.

Ma quindi… Racconto o romanzo?

Un punto è chiaro, si tratta di definizioni che non possono dirsi in alcun modo unilaterali, racchiudendo in sé spaccati culturali che vanno dal più concreto mondo dell’editoria al più astratto concetto di ricezione e percezione del lettore.

Se da un lato l’editoria sembra avvalersi di queste etichette adoperandole per fini commerciali e rimpolpandole di valore “materiale” (secondo una linea di “cultura del libro” inteso come oggetto fisico), dall’altro rintracciare una distinzione tra i due macro-generi in termini esclusivamente quantitativi non è lecito, essendo il limite di pagine un indice troppo labile e di per sé insufficiente per una classificazione rigorosa. Resterebbe possibile una contrapposizione tra i due di carattere qualitativo, da molti rintracciata in quella che viene definita come una “visione totalitaria della vita” propria del romanzo e che si oppone allo “spaccato di vita” proposto dal racconto, ma anche in questo caso, come il saggio ci mostra, non mancano le eccezioni.

Anche dal punto di vista strutturale l’analisi non è agevole. La pubblicazione dei testi ha un inevitabile peso sulla struttura stessa del testo: la sua impaginazione, la formattazione e la pubblicazione inficiano sulla sua “essenza testuale”. Tradizionalmente, il romanzo viene edito in capitoli, laddove il racconto presenta una struttura più compatta; inoltre il romanzo è solitamente pubblicato in un unico volume dedicato, mentre il racconto è antologizzato in raccolte. Si tratta tuttavia, a una più accurata analisi, di una tendenza, più che una norma: vi sono infatti numerosi casi che non permettono di stimare questo aspetto come classificatorio. 

Uno sguardo sul testo:

Quella della critica è una tassomonia in divenire, sempre pronta a mettersi in gioco senza mai perdere di vista le orme dei testi, merito questo che anche l’autore del saggio preso in esame coglie nel segno. Non un’analisi fine a se stessa, ma protesa verso il testo e, a suo modo, verso il lettore. 

* Sul racconto. Calvino, Cortázar, Hemingway, James e Wallace, Vicedomini Maurizio, Reggio Calabria, Les Flâneurs, 2019, p. 7

Claudia Corbetta


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Claudia Corbetta nasce a Bergamo nel 1995. Frequenta il liceo scientifico su consiglio dei genitori nonostante l’animo e il cuore siano sempre votati al settore umanistico. Un infortunio arresta la sua carriera atletica da quattrocentista ma le permette di avere più tempo per leggere, scrivere e perdersi in pensieri cavillosi. La sua dichiarata passione per la letteratura la porta a iscriversi alla facoltà di Lettere Moderne di Milano. Legge romanzi e ama la poesia. Ha sempre ritenuto la scrittura una parte fondamentale della sua vita. Giustifica il suo piacere di notomizzare attraverso il linguaggio con una citazione rivisitata di Thomas Mann, per cui se l’autore dei Buddenbrook sostiene che “l’impulso a denominare” equivarrebbe a un “modo di vendicarsi della vita”, la sua giovane età la porta ingenuamente a sostenere che per lei esso sia in realtà un “modo di conoscere la vita”.

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