Dimenticati nel cassetto: “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler

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I desideri inespressi sono la tomba della coppia borghese. Pare. O l’abisso dell’Io cosciente. Quasi tutti – probabilmente – ricorderete la celebre scena della festa in maschera del film Eyes wide shut. Non tutti, però, hanno – forse – letto il romanzo breve di Arthur Schnitzler Doppio sogno dal quale è tratta. Stessa storia, più o meno analoghi scambi di battute, simile angosciosa sensazione di imminente sventura. Ma la novella di Schnitzler è decisamente più in grado di immergerci in un’atmosfera decadente, torbida e conturbante, come poche altre sanno fare.

Vienna, anni Venti

È Carnevale. La città più psicoanalitica del momento si sveglia sotto a un cielo opalescente. Il lettore è catapultato dentro due giorni di vita agiata. Balli in maschera, eleganti pranzi consumati su tovaglie arabescate, silenziosi battibecchi con la servitù, carrozze e cappotti. Al centro della rappresentazione, la coppia borghese. Fridolin – medico scrupoloso e compassato – e la bella moglie Albertine. Poi c’è l’evento che rompe gli equilibri: il veglione di Carnevale e l’occasione del tradimento per entrambi i coniugi. Da quel momento in avanti si scateneranno le – per allora – attualissime teorie freudiane dei desideri proibiti e dunque in parte censurati e dei meandri dell’inconscio. Dall’occasione della trasgressione al sogno di attuarla, si dipana un intreccio semplice quanto mai intricato di desideri, pulsioni, immaginazione e segreti dal sapore decisamente noir. Il tutto avvolto in un clima decadente e di tormentoso pericolo.

Parola d’ordine: Fidelio

Con estrema maestria, Schintzler ci accompagna nell’angoscioso vagare per le strade notturne di Vienna di Fridolin, inquieto testimone della propria brama di evasione dalla vita ordinaria. Affondate nel mani nelle tasche del cappotto, cammina per la città in cerca del pericolo. E ovviamente, lo trova. Nachtigall, l’amico di gioventù mai diventato medico, che strimpella il pianoforte all’ombra di un locale malfamato, sarà la guida verso la tana del Bianconiglio, l’ignoto, il periglio. Perché suona anche in luoghi segretissimi, per ricevimenti misteriosi, nei quali è indispensabile conoscere la parola d’ordine. Fidelio, dice l’amico. Ed ecco che l’opera di Beethoven assume un significato del tutto nuovo, occulto, conturbante. Qui, Nachtigall suonerà bendato, mentre intorno a lui si compie l’empio spettacolo del consesso orgiastico. Ma il pericolo – si sa – è sempre dietro l’angolo, e ben presto Fridolin verrà letteralmente smascherato.

Fridolin è un intruso. E deve pagare per il peccato commesso, a meno che qualcuno non riscatti con la propria, la sua vita. Di colpo, il gioco non è più divertente o – forse – non è più un gioco. Ogni sfumatura di lussuria si trasforma in squallore e ogni brivido in preoccupazione. Davvero la giovane donna che Fridolin ha incontrato durante la festa verrà uccisa per salvarlo?

Sogno o son desto?

Ma torniamo nel nostro nido viennese. Da Albertine, moglie bella, rispettabile, devota. Torniamo in quella cornice di abiti eleganti, sottocoppe, piccoli dispetti e frutta di marzapane. Stringiamo nel pugno il cuore del matrimonio borghese. Entrambi i coniugi si scambiano improvvisamente le proprie confessioni peccaminose, ammissioni, pulsioni, desideri inconfessabili. Forse solo per ferirsi, rivelando una sorta di intenzione astiosa l’uno nei confronti dell’altra. O forse no. Forse parlano per conoscersi, per aprire un dialogo, per accettarsi. Di fronte abbiamo il bianco e il nero. L’esperienza vissuta e il sogno. Il concreto e l’astratto. Perché Fridolin racconterà alla moglie attonita le (dis)avventure della notte precedente, mentre Albertine ammetterà i propri sogni di tradimento. E quanto sembrano più veri, più crudeli e più malvagi i desideri sognati rispetto a quelli vissuti?

Quanto di più unhemlich. Come diceva Schelling, “è detto unhemlich tutto ciò che potrebbe restare segreto, nascosto, e che invece è affiorato”. Potrebbe o dovrebbe? Unhemlich si contrappone magicamente a heimlich (da Heim, che in tedesco significa casa), che riporta al concetto già espresso di nido, di qualcosa di intimo, sicuro, affidabile. In questa visione schnitzleriana, l’unhemlich è anche dentro di noi, è qualcosa che forse ci appartiene ma che – in quanto ignoto – ci è anche estraneo.

Ho aperto il cassetto perché…

Mi ricordavo dell’energia espressiva che traboccava da ogni pagina del racconto, dell’intreccio perfetto, come un ingranaggio elegantemente oliato. Dell’attualità dei conflitti, delle interazioni tra marito e moglie, così sincere ma allo stesso tempo complesse, ambigue, interessanti. Ma soprattutto della profondità dell’introspezione psicologica.

In un linguaggio stilisticamente impeccabile, evocativo, dal ritmo incalzante ma anche capace di espandersi in emozioni lente, insinuanti, Schintzler ci regala un complicato affresco della cultura viennese di inizio secolo che pare magicamente identica alla nostra.

“Doppio sogno” si contraddistingue per una narrazione fluida, avvincente, senza una sbavatura. E se vi siete inquietati durante la visione di Eyes wide shut (ma anche se lo avete trovato un film non del tutto riuscito) leggete il racconto dal quale è tratto per apprezzare appieno la storia che narra e per immergervi ancora di più – per non dire davvero – nei meandri del desiderio umano. Comprenderete le ragioni per le quali Kubrick ha scelto di dedicarsi alla novella di Schnitzler (per altro, suo ultimo lavoro da regista).

Se l’avete dimenticato nel cassetto, prendetelo in mano e apritelo a pagina 55.

Anna Pietroboni


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Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato due romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014) e Le immagini ibride (A&B, 2017). Nel 2018 ha vinto il premio internazionale “Letteratura” con il racconto inedito Un segreto.

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