Racconto: Magneti sul frigo – Flavio Ignelzi

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«Cinque minuti e scendo.»

La voce di Lei stormiva nel telefonino, schiacciato tra spalla e orecchio. Le mani, invece, oh sì, le mani, quelle mani così dolci e premurose, così agili e scattanti, bonificavano il contenuto del lavandino da pentole e posate, per troppo tempo trascurate e lasciate a incrostare.

«Ho già preparato tutto. Ho appena finito di sistemare la cucina. Riempio la ciotola di Mastroianni e sono giù.»

Mastroianni invece, compiacendo l’istinto felino mai domo, sebbene fosse un gatto d’appartamento, un gatto di città, un signor gatto, con modi affettati e giaciglio dell’Ikea, curiosava all’ingresso, riuscendo a eludere la morte, evidentemente. Annusava la borsa del portatile da lavoro e il beautycase da toilette, lambiva col naso glaciale tutti gli spigoli, assecondandone forme e profili, scandagliando profumi conosciuti.

«Una montagna di crocchette, per far trascorrere anche a lui un bel weekend…»

Lei rideva a telefono con l’Altro, come si ride di felicità spontanea, come una donzelletta leopardiana (ma senza rose e viole).

L’animale si strusciò quanto bastava per lasciare una sparuta scia di peli chiari. Ormai aveva esaminato tutto con cura: niente di commestibile.

«Mastroianni, smettila, che me le impeli tutte!»

Lei bisbigliava leggiadra nel ricevitore, ricomponendo distrattamente il proprio nome con le lettere magnetiche sull’anta del frigo (e scostando verso il basso le tante in eccesso).

«Sto arrivando da te. Aspettami!»

Chiuse la chiamata e si diresse all’ingresso dove aprì la borsetta, per controllare che il contenuto non lasciasse a desiderare.

Il gatto la raggiunse di gran carriera e le avvinghiò la caviglia con la coda. Tentativi di persuasione con prodromi di fusa.

Lei lo prese in braccio e fece naso-naso.

«Ho svuotato quasi un intero bustone nella ciotola» sussurrò, fissandolo negli occhi. Ma i suoi occhi guardavano altrove. E non certo il vulcano di crocchette traboccante di lapilli.

«Non farla fuori tutta subito, però! Ti deve durare due giorni!»

Fece di nuovo naso-naso, anche se un po’ più sbrigativamente, perché sapeva che l’Altro la stava aspettando da due sigarette e mezza.

«Torno prestissimo!»

Mastroianni volle crederci. Anche se con scarsa convinzione. Che per soffrire un po’ meno tocca fare buon viso a cattivo gioco, come Beckenbauer nelle interviste post-partita dopo la vittoria della sua Germania Ovest in finale contro l’Argentina a Italia 90.

Lei raccolse tracolle e manici, uscì e chiuse la porta con tutte le mandate del mondo.

Per tenerlo fuori, il mondo. E per tenerlo dentro, il gatto.

Mastroianni si accomodò davanti alla porta e iniziò a leccarsi zampette e ferite. Era un gatto d’appartamento, lui, s’è detto. E, si sa, i gatti d’appartamento aspettano il rientro del padrone. Al contrario dei topi d’appartamento, che ne attendono l’uscita.

«Stasera in vineria non c’era quel reading di poesie del tuo amico, Coso, come si chiama? Non ci andiamo più?»

«No. Non mi va. E non si chiama Coso.»

«Davvero? Prima non te ne perdevi uno. Ora non ti piace più la poesia di Coso?»

«No. Non ho detto questo. Semplicemente non mi va. E non chiamarlo Coso.»

Era una conversazione a distanza: lui sciacquava i piatti post-cena e lei terminava l’articolo al computer. Mentre il sabato sera aveva iniziato a masticarli assieme.

«Allora cosa? C’hai litigato, con Coso?»

«No. Non ho litigato con nessuno. Non deve per forza esserci un motivo. So che a te non piace. Che lo fai solo per accompagnarmi. Io posso farne tranquillamente a meno, stasera.»

«Non è vero che non mi piace, la poesia. È che non la capisco. O non mi emoziona come dovrebbe. Avrò il cuore troppo duro, forse.»

«Uh uh, ecco l’orgoglio machista che viene a galla. Dai, sparami qualche altro bel cliché! Chessò, che la poesia non è roba da ingegneri!»

Lui la spiò dalla cucina.

Lei non distolse lo sguardo rischiarato dal monitor.

Lui si asciugò le mani con lo strofinaccio.

Lei gli pedinò i movimenti.

Lui le andò accanto a pettinarle i capelli e lei si godette le sue dita, chiudendo gli occhi da cerbiatta.

«Mastroianni ha fatto i capricci?»

«Il solito, poverino. Sembra soffrire molto, quando sono via di casa. Soprattutto quando dormo da te. L’altro giorno ho trovato le lettere del frigo spostate.»

La fissò con curiosità. «Secondo te arriva a spostare le lettere magnetiche del frigo?»

«Certo. Per forza. Non può essere stato che lui.»

«Gioca con le lettere. Hai un gatto erudito, tu.»

«Già.»

Lui si avvicinò ancora di più. Era quasi un corpo a corpo. Lotta greco-romana.

«Vieni qua.»

«Che c’è? L’ingegnere indice una riunione per questa sera?»

«Sì, e sei l’unica convocata, baby.»

«Wow! E quali sono gli ordini del giorno?»

«Uno: feedback sul progetto “Spegnimento del computer”. Due: varie ed eventuali.»

«Ingegne’, mi sa che lei è interessato più alle Varie ed eventuali

Lui le cinse i fianchi con il braccio e Lei gli strinse la mano, sorridendo. Lui la baciò sulle labbra e Lei schiuse la bocca per lasciar passare le lingue.

«Voglio scopare.»

«Vorrei capire perché fai finta di voler andare ai reading di poesia di Coso quando invece vuoi rimanere a casa a scopare. Ma prima voglio scopare.»

Il sabato sera li stava inghiottendo. Inesorabilmente.

La finestra dava sulla strada, trafficata il giusto, per chi può sapere quant’è il giusto.

Di fronte, la processione di lampioni fiochi illuminava infissi anonimi, portoni sempre chiusi e sgorbi griffati da cuori infranti: Nicoletta ti amo e ti aspetterò per sempre. Per sempre. Per sempre è un sacco di tempo. Ce la farà?

Mastroianni era seduto immobile sul davanzale e fissava il mondo passare. Quando passava. Che se sotto il cielo c’era qualcosa di speciale, sarebbe passato per quella strada, prima o poi.

Se non fosse stato per le palpebre, che ogni tanto si chiudevano a lacrimare l’occhio, e per il respiro, che troppo spesso assomigliava a un sospiro, sarebbe stato scambiato per una statua di porcellana. O per un animale impagliato.

Dritto, rigido, sentinella inflessibile, un felino che sembrava un cane da guardia, fiero nel buio di una casa vuota.

Giusto il riflesso della luce urbana che filtrava dai vetri, che stampava il contorno di Mastroianni sul pavimento della cucina, bislacca ombra cinese allungata come Reed Richards dei Fantastici 4. Che giungeva, con il vertice del suo allungamento fino all’anta del frigo, a indicare alcune lettere magnetiche, freccia scura che puntava quel TI AMO assemblato storto, alla men peggio, appena sotto il nome di Lei.

 

“Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi”
Kim Ki-Duk

 

Flavio Ignelzi


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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