Dimenticati nel cassetto: “Amare stanca” di Philippe Fusaro

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In una Tangeri stanca e cinematografica – decadente, malinconica, ma allo stesso tempo traboccante di profumi e impressioni mai dimenticate – s’incontrano per caso La Spia, Memphis e Lulù. L’epoca è approssimativa. Sono i giorni della mente, del lontano, dei sogni e del viaggio. La bianchezza di Tangeri è abbacinante. L’orizzonte del mare una promessa. L’estate sopravvive, nonostante sia già autunno inoltrato. E il vento scuote le palme e porta dall’Africa  polvere e odori del passato. Fiori d’arancio, datteri, caldo, ceci speziati che sobbollono in pentoloni di coccio. È la terra di confine che ci ha sempre affascinato per gli arabeschi dei suoi alberghi da mille e una notte, per i minareti adombrati dalla luce del tramonto, per i cocktail party un po’ in smoking e un po’ in djellaba.

Tangeri e i suoi sussurri

La Spia è un uomo stanco. Ha abbandonato la famiglia a Otranto e finge di trascorrere giorni ordinari come impiegato negli uffici di un edificio qualunque nella città vecchia.  Frequenta invece il  Grand Hotel El Minzah, viaggia come intermediario per il console, si trascina tra palazzi e giardini in feste da favola, ogni tanto si porta a letto Lulù. È stanco e non sa più cosa aspettarsi dalla vita. Ha amato, sofferto, pianto, abbandonato. Ma non ha mai dimenticato cosa voglia dire amare. E non ha mai dimenticato la sua terra di mare.

Anche Memphis è un uomo stanco. Rum al cocco e barbiturici sono i suoi amanti più  fedeli, ora che il suo compagno è morto. L’ha dovuto abbandonare là, a Palermo, tra i suoi vicoli e le sue chiese di terra rossa, tra la sua gente. Dal Grand Hotel El Minzah può perdersi a guardare l’orizzonte e immaginarsi la sua Sicilia. Un approdo sicuro. Un vero ritorno. Ma non riesce a scriverne, lui che è scrittore, perché ora è qui, in una Tangeri bianca e dolente, tra le sue sontuose piscine e le sue bettole della kasba.

Lulù è un’attrice di peplum. È bella. È rossa. È romantica. Vive di emozioni e non si aspetta altro. Pigra come Tangeri, scivola tra le sue rovine e i suoi lussi in abiti firmati e sigaretta tra le dita. Come la brezza dell’oceano lambisce i muri bianche delle case, i piccoli cortili nascosti, le palme e i fiori odorosi dell’avenue d’Espagne, così Lulù sfiora i sentimenti e i dolori di Memphis e della Spia quasi senza accorgersene.

Vivere stanca

Come ci avverte con sfacciataggine l’epigrafe (“Io non voglio essere uno scrittore realista”, Tennesse Williams), Amare stanca  non è un romanzo che analizza, che si concentra sulla contemporaneità, che affronti tematiche sociali. È un romanzo vivido, colmo d’impressioni e visioni d’insieme, mai lineare. Per certi versi è un romanzo disordinato. Ma la poesia ne trabocca di continuo. Scritto in una lingua volutamente ripetitiva, fluida, senza interruzioni canoniche e trama poco approfondita, contiene brevi descrizioni d’una potenza evocativa straordinaria e vicende umane finalmente autentiche, seppur non convenzionali.

Amare stanca, ci dice il titolo del romanzo. Sembra proprio vero, se si seguono i pensieri di Memphis, della Spia, di Lulù. La vita stanca. Abbatte, ferisce, fiacca. Ma poi ogni tanto ci dà una tregua. Si mostra in abiti magnifici – notti stellate, fiori d’arancio appena sbocciati, musica, vitalità, baci e sorrisi –, si lascia guardare, desiderare, implorare. Capricciosa, si nasconde dietro a tramonti infinti, schiaffi del vento, alcol e sudore. Si lascia afferrare come un’amante occasionale. Si tiene in silenzio, mentre la contempliamo. Ma poi torna a colpire. Più dolcemente, forse. Perché è stanca anche lei.

Ho aperto il cassetto perché…

Mi ricordavo della sua brevità, delle sue circa 150 pagine così piene d’incanto, dolore e poesia. Mi ricordavo della bellezza con la quale è descritta Tangeri. Della delicatezza con cui vengono raccontate le sofferenze intime dei personaggi. Dell’esuberanza che accompagna le sue immagini più violente, carnali, cinematografiche.  I tre protagonisti sono autentici solo come possono esserlo tre maschere umane, tre archetipi, un triangolo perfetto. Così come Tangeri è la terra di confine per definizione, un luogo misterioso avvolto dal vento dell’oceano e dal caldo della terra, immobile ma sempre in cambiamento, sontuosa e sanguinante al tempo stesso.

La lingua nella quale è scritto oscilla spesso tra prosa e poesia. L’intreccio è semplice, immediato. Il tema ricalca dei topoi letterari, ma è molto originale nel modo di descriverli. È un testo pieno di contraddizioni, punti e contrappunti, emozioni. I personaggi sono allo stesso tempo maschere e possibili partenze per intuizioni nel nostro vissuto più intimo.

Se l’avete dimenticato nel cassetto, prendetelo in mano e apritelo a pagina 62.

 

Anna Pietroboni


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Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato due romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014) e Le immagini ibride (A&B, 2017).

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