Roberto Saviano a Parigi

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Lui sa. Lui sa e ha le prove. E sappiamo anche noi. Perché lui ce lo ha raccontato.

Lui è Roberto Saviano, che in occasione della pubblicazione della traduzione francese de La paranza dei bambini ha passato qualche giorno in Francia, accolto con curiosità, ammirazione e solidarietà autentiche dai circoli intellettuali, dell’editoria, e dai media. Le sue parole hanno fatto strabuzzare gli occhi a giornalisti e pubblico.

Polemica, attualità e parole

Saviano è stato ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche, ha rilasciato interviste per la stampa, e ha partecipato a incontri e presentazioni. È stato ampiamente interrogato sui temi dell’attualità e sulle polemiche a colpi di post col Ministro dell’Interno.
Ora, prima di occuparci del libro e, soprattutto, senza entrare nel merito dei contenuti, né dare un’opinione su chi possa aver torto o ragione, una piccola osservazione ci viene voglia di farla. Proprio qui, dove si parla di letteratura e di parole.

Le parole sono cose e le parole fanno le cose. Le parole non sono solo forma, e ad ogni modo la forma è già contenuto. Allora, cari politici, sono stufa delle vostre parole sguaiate, in mutande e ciabatte.
Non sono così ingenua da non sapere che si tratta di una specifica strategia, e che è un circolo vizioso fra lo sdoganamento di un certo linguaggio, la sua normalizzazione e quindi, poi, accettazione.

Però c’è un però. Non è vero che vale tutto. Quando si rappresenta un Paese non può valere tutto. Quando si rappresenta un Paese, il decoro, la decenza non dovrebbero mai venir meno. Ci si dovrebbe esprimere rispettando il valore istituzionale della propria funzione. C’è davvero bisogno di dirlo? Sì. Per quanto scontato possa sembrare, c’è più che mai bisogno di dirlo. Quindi rimettete la cravatta alle vostre parole. Siate decenti, siate decorosi, siate degni.

Il libro

Nonostante in Italia il libro sia uscito un paio d’anni fa, la pubblicazione presso Gallimard della versione francese è una bella occasione per riparlare di questo che è considerato come il primo romanzo di Saviano. Il primo libro, cioè, di fiction (anche se ampiamente ispirato a fatti e a personaggi reali). I personaggi principali sono un gruppo di ragazzini, fra i 10 e i 19 anni, e il loro leader.

Copertina Piranhas Saviano

L’autore racconta come questa paranza di bambini (che diventano piragna nel titolo francese) riesca, incredibilmente, a prendere il controllo di Napoli attraverso la gestione del traffico della droga e delle estorsioni, colmando il vuoto di potere lasciato, in un  determinato momento, dalle famiglie camorriste decadute. L’autore descrive l’ascesa malavitosa di questi che sono poco più che bambini, e il sistema di valori (o piuttosto di disvalori) che la motiva. Diventano criminali di una violenza e di una spregiudicatezza incredibili. La vita altrui non ha alcun valore per loro, pronti a sparare con la stessa disinvoltura con cui i loro coetanei prenderebbero a calci un pallone. E, in realtà, nemmeno la loro di vita ha valore, almeno non nella durata. La morte non li spaventa affatto, anzi sembra loro il destino auspicabile per chi ha potere (il tipo di potere a cui loro ambiscono): se hai il tempo di invecchiare senza che nessuno abbia avuto voglia di farti fuori vuol dire che non conti poi molto. L’idea è: diventare potenti e temuti, ricchi, ricchissimi, vivere intensamente una vita da nababbo e morire giovane per coronare il tutto diventando una specie di mito. L’idea è: il merito, l’impegno, il lavoro sono roba da sfigati perché non permettono un’ascesa folgorante ma solo, eventualmente, di restare a galla.

L’autore descrive, dunque, l’immaginario di questi ragazzini alimentato dal cinema, dalle serie, ma anche da certi personaggi di cartapesta che costruiscono attraverso i social una notorietà smisurata ma fondata sul nulla.

Quando Saviano indica la luna…

Interrogato sul tema delicato dello spirito di emulazione che l’estetizzazione della violenza e la celebrazione di antieroi può risvegliare, Saviano è categorico. Ammette una possibile fascinazione esercitata dal male, ma insiste su una distinzione nettissima tra fascinazione ed emulazione. Secondo lui, insomma, non si diventa criminali per emulazione, per aver letto un libro o visto un film.

Così come non si è responsabili del male perché lo si denuncia. Sembra un concetto banale, e facile da cogliere anche per menti non particolarmente illuminate, ma basta fare un giro sui social per vedere che non è così. Saviano è volgarmente e meschinamente accusato di diffondere un’immagine negativa della sua terra, di parlarne sempre male, di mettere in evidenza una realtà che forse sì, magari esiste, ma Napoli è molto altro. Certo che Napoli è molto altro. E proprio se si ha davvero a cuore questo molto altro, si vorrà denunciare e combattere il lato oscuro.
Lui lo spiega con un’immagine che vale più di mille parole. Dice: immaginiamo che si sia commesso un omicidio, il cadavere è in una stanza buia, qualcuno arriva e accende la luce, e si dice che è colpa della luce. Un’altra versione, insomma, dello stolto che guarda il dito.

Anch’io ho strabuzzato gli occhi leggendoti. Anch’io ho strabuzzato gli occhi ascoltandoti. E scusa se ti do del tu. Io do del tu a tutti quelli che amo/Anche se non li ho visti che una sola volta. E di fronte a te e al tuo sorriso pulito, ho sentito sulla pelle cosa dev’essere il dolore di non poter fare due passi al sole e prendersi un caffè in piazza. Quanto vale un’ora di spensieratezza? Quanto?

Manuela Corigliano


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Manuela Corigliano nasce vicino a Milano il 26 luglio 1979. Si laurea, a Milano, in Lingue e Letterature Straniere con una tesi a cavallo fra linguistica francese e traduttologia. Circostanze professionali e personali la rendono perfettamente trilingue (francese e spagnolo, oltre all’italiano). Dal 2005 vive a Parigi, dove si occupa di traduzione e correzione di testi. La letteratura è il suo respiro, tra un’apnea e l’altra. Lettrice vorace nelle sue tre lingue di lavoro, scrive in versi e in prosa.

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