Poetesse italiane del Novecento: Patrizia Valduga

Condividi!

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami …

comprimimi discioglimi tormentami …

infiammami programmami rinnovami.

Accelera … rallenta … disorientami.

 

Cuocimi bollimi addentami … covami.

Poi fondimi e confondimi … spaventami …

nuocimi, perdimi e trovami, giovami.

Scovami … ardimi bruciami arroventami.

 

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami …

dissociami divorami … comprovami.

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra … riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.

Desiderio e linguaggio

Patrizia Valduga (1953) è una poetessa italiana nata a Castelfranco Veneto. Ha esordito nel 1982 con la raccolta di liriche Medicamenta, la cui pregnante carica erotica ha lasciato a bocca aperta non pochi critici e lettori. La Valduga apporta una straordinaria operazione stilistica che prevede il ripristino di alcune forme metriche tradizionali come la terzina dantesca, l’ottava e, come nel caso sopra riportato, il sonetto. Vieni, entra e coglimi, saggiami provami è composto da quattordici endecasillabi sdruccioli in rima baciata.

Il ritmo è incalzante, ai limiti di un ossessivo dettato amoroso in cui i verbi si rincorrono per distruggersi e rinnovarsi come il desiderio della poetessa amante. Un desiderio mai appagato, feroce ma remissivo. L’opposizione degli elementi in gioco è il baricentro che sorregge un desiderio ciclico. Nel susseguirsi degli imperativi il desiderio si traduce in un continuo incitamento nei confronti dell’amante con il quale però l’io lirico inscena un rapporto caratterizzato da una vis contrastante: se da un lato l’impulso erotico porta la donna a volersi legare febbrilmente al suo uomo; dall’altro, invece, sembra voler scappare dal suo sentimento per liberarsi. Il sonetto allude a un continuo rimbombo di pulsioni e passioni frenetiche della Valduga, un rimbombo che risuona nell’incontrastato utilizzo di soli verbi riflessivi ai quali sono affidate costanti suppliche. La ripresa del tradizionalismo metrico della poetessa veneta ha in sé qualcosa di dissacrante.

Sembra bel lontana dal neoplatonismo petrarchesco in cui l’amore è cantato nella sua idealità e non carnalità. Il sonetto diviene espediente tecnico per esprimere il connubio fra una parte spirituale e riflessiva e quella fisica propria delle pulsioni corporee. La parola racchiude entrambe le dimensioni in modo paradossalmente armonico.

La gabbia delle suppliche

L’amore è presentato come qualcosa di nevrotico e soprattutto di instabile. Nel susseguirsi del componimento il sentimento è saldato, sconfessato, messo in discussione e nuovamente rinsaldato quasi con prepotenza. La precarietà ma, al tempo stesso,  la  perennità dello stadio amoroso risponde a quella vis contrastante con la quale “l’io” si mette gioco. Un dualismo di fondo percorre l’intero quadro della lirica.

La Valduga affronta senza censure o remore quella che è la sfera erotica e psicofisica delle pulsioni amorose: si concentra oltre che su i sentori prettamente carnali anche su quelli psicologici. In più aggiunge, come fulmen in clausula, i connotati di una dimensione rituale-celebrativa: l’incoronamento. Infatti, non c’è via di fuga dallo spasmo del desiderio se non nel verso finale in cui una nuova supplica rivitalizza ulteriormente la situazione di stallo dell’amore, innalzandola a una condizione quasi metafisica che trascende la carnalità del rapporto. Da un lato, la dualità degli spiriti trova una sua pacificazione, dall’altro l’io lirico afferma vittoriosamente la propria individualità che esige di essere celebrata e il cui incoronamento deve sancirne la potenza.

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami può considerarsi una gabbia di verbi monoritmici e musicali, di pulsioni che animano la più viscerale e passionale psiche umana che altro non chiede di essere riconosciuta e, dunque, “incoronata”.

Valentina Grasso


Condividi!

Lascia un commento

Torna su