L’amore è un coltello. Muschi Alti di Daniela Capobianco

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Valter ha trentatre anni. Solitario, cerca cadaveri con i quali instaurare un contatto quasi erotico. Giovanni non può stare lontano dall’acme orgasmico che lo prende al tavolo verde, quando si tratta di giocare tutto sul numero “tre”. Flora è una quarantenne alla ricerca di sempre insoddisfacenti amori dal quali spremere denaro e passione, prima di ripetere il giro con un altro uomo, più ricco, più appassionato. Laide ha un uomo che vorrebbe un figlio proprio da lei ma, sentendo di non essere stata una bambina amata, di figli non ne vuole. A trentotto anni Biagio aspira a scrivere un best-seller, insegue sogni di donne ideali, ma insiste a vivere con mamma e papà. Per uscire dall’impasse, tutti si ritroveranno in Toscana, all’agriturismo Muschi Alti, chi per stare un po’ da solo, chi per inseguire il proprio fantasma. In realtà Muschi alti è il luogo dove si installa la pausa nella quale misurare l’orrore dell’Altro, non l’Altro delle proprie roboanti fantasie, ma l’Altro che scava “mancanza” in virtù del legame d’amore, cercato e temuto.

La vita è un sintomo

In realtà il sintomo – sia questo una psoriasi efflorescente (Biagio), la dipendenza dal gioco (Giovanni), un narcisismo da passerella (Flora), o la prigione di un fantasma di morte (Valter) – è il modo inconscio di rimanere in piedi malgrado si sia smarrito il senso di vivere. Giovanni parte in moto per raggiungere il suo avvocato e amico, ma presto si rende conto di procedere in direzione opposta, verso il Casinò di Saint Vincent; la scena in cui Biagio cerca di partire non visto dai genitori, è contraddetta dal corpo che in tempo reale gli invia insopportabili pruriti; un’unghia spezzata per Flora è la rottura della propria equilibristica immagine di donna “perfetta”. I personaggi si muovono spinti da un corpo pulsionale che li precede sempre, generando un ridicolo corto circuito con il linguaggio.

Ognuno è preso in un vortice onanistico che esclude dalla vita. Se il sintomo ha il pregio di proteggere i personaggi dall’aporia del desiderio, dall’esposizione all’Altro, è portatore altresì di un senso di soffocamento che rende profondamente infelici.

Il “coltello” dell’amore

Tutti cercano la medicina nell’amore, ma se questo è il “coltello” con cui si fruga dentro sé stessi (Biagio e Laide si incontrano proprio sull’idealizzazione del romanzo di David Grossman “Che tu sia per me il coltello”), allora non può che rivelarsi una verità scomoda, possibile da accostare allentando la corazza di un IO autoreferenziale. La verità sull’amore è scabra, come il sentiero di ciottoli su cui Flora è costretta a camminare a piedi nudi, senza l’ornamento delle Jimmy Choo a sostenere un’inebriante potenza di seduzione.

Come vagheggiato da Franz Kafka con Milena, l’amore è concedere allla persona amata il “coltello”. I protagonisti ne sono sedotti ma allo stesso tempo non cedono, presi in una faida tra i sessi estenuante. L’altro dev’essere ridotto a sponda immaginaria, possibile da delirare solo da “dietro”, senza un volto e una voce. Biagio si innamora di una donna osservata fugacemente di spalle in autogrill, depositando su di lei l’ideale di un amore immaginario. Quella stessa donna rimarrà fissata al furore erotico di un attimo, acceso da un meccanico somigliante al ragazzo della Coca Cola Light. Amedeo può dire a Flora “ti amo” solo sulla cima di un climax orgasmico.

Sfiorarsi e non incontrarsi

Capobianco costruisce il romanzo su un intrigante editing preso in prestito al montaggio alternato di Kubrick in Rapina a mano armata, o in Pulp Fiction di Tarantino. Le strade dei personaggi si incrociano inconsapevolmente senza mai toccarsi davvero, dando al lettore la sensazione di abitare un universo angusto e chiuso, in cui il destino è sfiorarsi senza incontrarsi mai. La scrittura rapida e grottesca “taglia” a fondo il cuore ferito dell’uomo, la sua lamentosa prigione immaginaria, la cui sola sostanza è una solitudine di cui nessuno può avere le chiavi.

In ultima analisi Muschi Alti è un grande romanzo sulla contemporaneità, sul modo in cui riduciamo l’altro a oggetto consumabile per il tempo di un insaziabile narcisismo, o di una nevrosi ossessiva candida come il capriccio di un bimbo. L’amaro finale ce ne dà tragica conferma, ma ci offre anche un’eccezione. Questa è nello sguardo candidamente smarrito di due dei protagonisti, capaci di gettare via tutti gli orpelli immaginari a cui siamo aggrappati, per la gratuità di una notte. D’amore? Di sesso? D’amore e di sesso? Al lettore l’estetica sensazione – tra il piacere e il dolore – di rispecchiarsi in un romanzo che non lascia alcuna consolatoria via d’uscita.

L’ombra ci appartiene

Nessuno potrà nascondersi dietro la ridicola sagoma dei personaggi. L’autrice ci coglie nei nostri ingenui esoterismi, nelle ricette autoinflitte di salutismo e rituali alimentari per un corpo attraente, nel pensiero magico di veder risolta la propria vita all’uscita del numero “tre”. Perchè non ci facciamo mai toccare dalla nostra stessa “ombra”? Cosa ci fa fuggire da un grande amore? Forse il terrore di vederlo soddisfatto? Muschi alti ci farà scoprire idioti, stupidi nel farci divorare dal tempo, nel rimanere attaccati ai sogni dell’infanzia. Noi siamo i personaggi di Capobianco; ogni lettore saprà scegliere il suo. Se accetteremo di somigliarvi anche solo un poco, capiremo che per andare al fondo di noi stessi, abbiamo bisogno di una “felice” ferita inferta da un coltello a cui prima o poi dovremo offrire tutto noi stessi.

Vincenzo Carboni


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Vincenzo Carboni nasce a Roma nel 1963. Dopo avere completato studi universitari in Servizio Sociale, approfondisce temi di psicanalisi, teatro e linguaggio video, campi da cui attinge per attuare progetti di educazione alla salute. Scrive di teatro, cinema e critica letteraria, proseguendo allo stesso tempo studi disordinati. Gli esami – si sa - non finiscono mai...

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