Tadahiko Wada, intervista al traduttore giapponese di Calvino

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Professore Emerito di Lingua e Letteratura italiana presso la Tokyo University of Foreign Studies, Tadahiko Wada è stato insignito nel 2012 del Premio Nazionale per la Traduzione della Repubblica Italiana. Originario di Nagano e laureato all’università di Kyoto, Wada ha il grande merito di aver portato in Giappone la migliore tradizione letteraria italiana, soprattutto quella contemporanea.

L’incontro con il Professor Wada

In occasione di un incontro tra il professor Wada e gli studenti del Master in Editoria, Giornalismo e Management culturale dell’Università La Sapienza – organizzato della Prof.ssa Laura Di Nicola, responsabile scientifico del “Fondo Calvino tradotto” – ho avuto modo di conoscere meglio il Professore. L’ora insieme agli studenti trascorre velocemente, tra le storie degli incontri che hanno cambiato la vita dell’ancor giovane Tadahiko: il primo, celebre, con Calvino a Kyoto nel 1976 (“Mi accompagna nella visita a Kyoto uno studente giapponese, appassionato di poesia e poeta egli stesso […]” cfr. Collezione di sabbia). Poi quelli in Italia: con Giovanni Giudici, Giorgio Soavi, Roberto Roversi. Conobbe Andrea Zanzotto, che a sua volta gli presentò Federico Fellini. La sua tesi di dottorato fu su Eugenio Montale, che conobbe dopo la consegna del Nobel. Le traduzioni di Wada spaziano tra tutti questi autori, tra la più bella tradizione letteraria italiana di quegli anni: dalla poesia di Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, Roberto Roversi, Andrea Zanzotto; alle complicate prose di Amelia Rosselli, Umberto Eco e, naturalmente, Italo Calvino.

Dopo l’incontro con gli studenti del Master, il professor Wada acconsente con gentilezza a rispondere a qualche domanda per Grado Zero. Ci incontriamo poco dopo nel Fondo Calvino e sotto gli occhi dei 1100 volumi tradotti in Europa e nel mondo dal 1955, iniziamo la nostra intervista sul complicato e affascinante mondo della traduzione.

L’intervista al Fondo Calvino

Il suo primo incontro con Italo Calvino è stato reso celebre da alcune pagine di Collezione di sabbia. Mi incuriosisce conoscere l’episodio dal suo punto di vista: che cosa ha pensato quando le hanno proposto di fargli da cicerone? Quanto già sapeva di Calvino e cosa, invece, è stato una scoperta?

Ah, dunque. Io Calvino, come autore di alcuni romanzi, lo conoscevo già da tempo: dall’inizio degli anni ’70 in poi, da quando sono entrato all’università. Non conoscevo l’italiano, ma comunque, ho letto in giapponese i romanzi di Calvino e mi erano piaciuti. E però non avevo nessuna intenzione – né interesse – di tradurre Calvino.

Chi traduceva Calvino prima di Lei?

Dunque, ce ne sono tanti. La generazione precedente alla mia che era più meno della classe fra il ’30 e il ’35-6. Ormai quasi tutti sono morti, ma comunque Calvino era tradotto già da prima. Il Barone Rampante nel ’64, fu tradotto da uno dei miei maestri, che era, appunto, del ’32, quindi della stessa generazione e coetaneo di Eco. È stata quella generazione che ha scoperto e tradotto inizialmente Calvino in Giappone.

Il vostro incontro ha preceduto il lavoro di traduzione, quanto è stato importante conoscere personalmente l’autore che stava traducendo?

Mah, non so se per fortuna o per sfortuna. Non ci siamo frequentati tanto, dopo esserci conosciuti a Kyoto. Ci siamo parlati per telefono quando abitavo a Bologna. Però, preferisco non incontrare di persona gli autori di cui mi occupo, soprattutto all’epoca.

Come mai?

Non so, non so perché. Avevo, all’epoca, l’opinione che conoscere di persona gli autori ostacoli. Ostacoli proprio la lettura, la traduzione.

Forse c’è un condizionamento troppo forte, anche emotivo?

Ecco. Sì, sì.

Giapponese e italiano sono lingue strutturalmente diverse, oltre che provenienti da culture molto distanti tra loro. Quali sono le principali difficoltà che ha incontrato nella traduzione della scrittura esatta di Calvino? Mi riferisco in particolare alla definizione che Calvino stesso fornisce di “esattezza” nelle Lezioni Americane, ovvero: “Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione”.

Tutt’ora Calvino è l’autore più difficile nella traduzione. Appunto, come dicevi tu, insomma: l’ “esattezza”, la cristallizzazione della scelta delle parole di Calvino… E quindi, secondo me, Calvino è il più poeta di tutti (sorride).

Il più “poeta” in che senso?

Come… Come si può capire da Palomar. L’ultimo suo “romanzo”, tra virgolette, con cui si è avvicinato di più alla poesia. Questo è il traguardo che aveva sempre in mente Calvino durante la sua vita, secondo me.

Che cosa è stato indispensabile “tradire” nel passaggio da un idioma all’altro?

Mah, non saprei dire quanto, insomma. Però, la traduzione ti regala questi vantaggi di inventare, cioè di arricchire il mondo originale di Calvino. Cioè, magari “tradendo” insomma delle parole originali però, contrariamente, (le parole tradotte ndr) ti danno anche la ricchezza inaspettata del testo. È così. Paradossale, insomma, no?

La speculazione edilizia, Palomar, La strada di San Giovanni, Lezioni americane, sono alcuni dei titoli di Calvino che Lei ha tradotto in giapponese. Su quali criteri si fonda la scelta di un’opera da tradurre? Perché in Giappone un certo titolo potrebbe piacere più di un altro?

Come ti avevo raccontato, i miei predecessori avevano già tradotto Calvino. Cioè le opere principali. Io… sono arrivato molto tardi, ecco. Sono diventato italianista negli anni ’70… cioè praticamente all’inizio degli anni ’80, ecco. Dopo aver quasi finito il corso di dottorato (Inizialmente, Wada si stava specializzando in francesistica e l’interesse per l’italiano sbocciò in un secondo momento, ndr). E quindi le opere di Calvino erano state già tradotte. Cioè, soprattutto quelle principali. Quindi una volta che mi è stato possibile tradurre Calvino, allora, ho fatto la mia scelta. Cioè, fra le opere di Calvino ho scelto, appunto, La speculazione edilizia considerando quell’opera una chiave, l’opera chiave per capire il mondo di Calvino, la svolta di Calvino negli anni ’50. Per fortuna ho degli editori disposti a pubblicare, ecco.

Traduttore di Calvino, sì, ma non solo. Il suo lavoro abbraccia una collezione vastissima che va – per citarne alcuni – dalla prosa di Umberto Eco e Amelia Rosselli, alla poesia di Montale e Zanzotto. Parliamo di grandi variazioni di stili, contesti, messaggi e di autori molto diversi tra loro. La traduzione meccanica da una lingua all’altra è già di per sé un lavoro complicato, ma esistono anche tutta una serie di elementi non puramente linguistici – contesto storico-culturale, giochi di parole e quelli che vengono più generalmente definiti realia – che richiedono una conoscenza approfondita di tutto il background culturale dell’autore e del suo Paese. In tal senso, quale degli autori da Lei tradotti le ha procurato maggiori difficoltà?

Mah… dal punto di vista più totale… Calvino, in assoluto. È stato il più difficile e lo è tuttora. Per questo, appunto, mi affascina di più! (Ci pensa e poi aggiunge). È più facile Eco, molto più facile Eco di Calvino.

Passiamo alle opere su cui sta lavorando adesso. Se ho ben capito c’è in progetto Montale, che, grazie a Lei, sarà tradotto per la prima volta in Giappone, giusto?

Dovrei, dunque, dedicarmi di più a Montale… Cioè ho delle (ride) promesse che avevo fatto di tradurre, di scrivere, ecc. quindi nel mezzo non mi dimentico mai di questo mio progetto…

Da quanto tempo ci sta lavorando?

Beh, dal… da quando studiavo Montale, quindi prima metà degli anni ’70 (stavolta rido io e lui si corregge). No, seconda metà degli anni ’70. Ormai più di quarant’anni (ride).

Ma sta lavorando anche a un altro progetto, ancora una volta su Calvino: Le città invisibili illustrato da Matt Kish. Ce ne vuole parlare?

Soprattutto volevo presentare questo illustratore americano anche agli italiani, ai lettori italiani, che amano Calvino (il libro a cui Wada sta lavorando è un’edizione in giapponese, quando dice “italiani” si riferisce ai lettori di Grado Zero e agli studenti del Master a cui ha mostrato alcune immagini del lavoro in corso, ndr).  Un abbinamento, così, di quel tipo (testo di Calvino e immagini di Kish, ndr) ti crea delle altre immaginazioni.

Ci sono anche dei testi italiani che, però, vengono tradotti da altre lingue, dall’inglese o dal francese. Pavese, ad esempio, fu portato in Giappone da un gruppo di francesisti del ’68, quindi i suoi testi furono tradotti dal francese. Ma, in altri casi, perché si fa questo tipo scelta?

Beh, dunque. Per quanto riguarda la letteratura italiana in Giappone, avvenne molto presto. Già sul finire dell’800, con la Divina Commedia, ecc. Però, soprattutto tramite le traduzioni tedesche e/o inglesi, francesi. Questo è, fra virgolette, il “paradosso” della modernizzazione giapponese, no? Ha causato questo tipo di ricezione un po’ così deviata, tramite la doppia traduzione. E però, man mano che gli italianisti crescono, la situazione, naturalmente, è cambiata (lascia intendere che ora si lavora sui testi in lingua originale, ndr).

Inizia gli studi all’Università di Kyoto come francesista. Che cosa l’ha spinta, in un secondo momento, ad avvicinarsi agli studi in italianistica?

Mah, semplicemente perché non conoscevo l’Italia. E poi non sapevo neanche che esistesse questo dipartimento di italianistica dove poi mi sono iscritto.

C’era qualcosa in particolare che La affascinava dell’Italia?

Più che l’Italia, mi affascinavano gli autori italiani. Pavese, soprattutto, all’epoca. Poi Calvino, ecc. Ma soprattutto Pavese.

Prima (durante l’incontro con il Master) ha detto che l’autore italiano più letto in Giappone è Tabucchi.

Tabucchi è diventato famoso dopo Notturno indiano, cioè grazie al film.

Perché è il più apprezzato in Giappone?

Beh, come gusto. C’è questa sensibilità… e poi è uno dei pochi autori europei che risiedono in Italia. (Fa una pausa) Non so se mi sono spiegato. Tabucchi è un autore italiano, però secondo me, secondo tanti lettori giapponesi, soprattutto è l’autore europeo, più che quello italiano, ecco. È per questo. Quindi viene letto, amato molto, anche in Francia.

Lei ha il grande merito di aver portato la letteratura italiana – un’ottima letteratura italiana – in Giappone. Quali autori giapponesi, invece, crede che un lettore italiano debba conoscere?

Preferirei presentare i poeti contemporanei giapponesi, dunque Tanikawa Shuntaro (tradotto anche in italiano, ndr) e Yotsumoto Yasuhiro (che non è – ancora – tradotto in italiano e di cui si trovano informazioni quindr).

La fotografia

Si conclude così, la mia intervista con Tadahiko Wada, mentre tiene il mio taccuino tra le mani per scrivermi i nomi di questi due autori di cui avrei di certo sbagliato la grafia. Prima di salutarci, posa per me in una foto davanti ad una delle librerie del Fondo Calvino. Le sue traduzioni sono troppo in alto perché vengano in foto, ma sono lì, pochi centimetri sopra la sua testa, nello stesso posto in cui – con un po’ di fantasia – possiamo immaginare che siano state create.

Anna Fusari


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Anna Fusari frequenta un Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale a Roma. Inizia gli studi universitari in Lettere Moderne a Napoli e continua con un Double Degree in Filologia Moderna tra Padova e Grenoble. Dopo una lunga tappa francese a Montpellier, torna in Italia per realizzare il sogno di trasformare in lavoro la sua più grande passione: i libri.

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