Il poeta che non scriveva poesia. Pedro Lemebel

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«Pedro Lemebel è il più grande poeta della mia generazione, anche se non scrive poesia».

(Roberto Bolaño)

Nel 2003 a Siviglia si tenne un convegno intitolato Palabra de América dedicato alla valutazione della nuova ondata di letteratura americana in lingua spagnola; per “nuova” si intese, allora, l’avviata contrapposizione degli scrittori ispanoamericani al realismo magico. In apertura del convegno era prevista una prolusione di Roberto Bolaño che all’ultimo momento lesse invece un suo testo già noto, I miti di Chtulhu, presente nell’antologia Il gaucho insostenibile. Bolaño aveva, però, preparato un intervento. Che comparve l’anno successivo negli atti dei convegni pubblicati da Seix Barral. In quello scritto, dal titolo Siviglia mi uccide, tra gli autori che sarebbero andati a formare il nuovo panorama letterario latinoamericano, lo scrittore cileno inserì Pedro Lemebel.

Gli esordi

Figlio di un fornaio, Pedro Secondo Mardones Lemebel è nato in un quartiere marginale di Santiago del Cile nel 1952. Il suo primo approccio alla letteratura risale agli anni ’80, quando in seguito alla partecipazione a un laboratorio di scrittura vinse il primo premio della fondazione Javiera Carrera con una storia dal titolo Porque el tiempo está cerca, pubblicata lo stesso anno sull’antologia della fondazione. In quell’occasione, per la nota biografica, Lemebel fece inserire una foto del padre e in didascalia mescolò fatti personali con quelli del genitore.

In Porque el tiempo está cerca sono già presenti i temi che segneranno a venire la scrittura di Lemebel: le difficoltà del mondo gay, in particolare nelle classi meno agiate della società cilena. Si racconta, appunto, di un giovane omosessuale abbandonato dai genitori che per sopravvivere lascia l’agiato quartiere di Providencia per prostituirsi in sudice bettole di Santiago.

La partecipazione a laboratori di scrittura fu per Lemebel anche occasione d’incontro con scrittrici femministe e di sinistra come Pía Barros, Raquel Olea, Diamel Eltit e Nelly Richard, che l’avvicinarono a organizzazioni culturali che operavano in opposizione alla dittatura e alla cultura imperante di stampo accademico. Tuttavia, la sua militanza nella sinistra politica fu fortemente ostacolata per i pregiudizi verso la sua omosessualità. Nel 1986 Lemebel, infatti, si presentò a una manifestazione di sinistra, tenutasi al Centro Cultural Estación Mapocho, indossando scarpe coi tacchi e con la parte sinistra del volto truccata col simbolo della falce e del martello. In quell’occasione lesse Hablo por mi diferencia, suo manifesto ideologico in cui mescola storia, cronaca e poesia. In quello stesso anno pubblicò sette dei suoi racconti in un’antologia dal titolo Incontables, per il laboratorio di Pía Barros.

Las Yeguas del Apocalipsis

Nel 1987, insieme a Francisco Casas (poeta, artista e critico letterario), fondò il duo Las Yeguas del Apocalipsis, ponendosi come nuovo e sovversivo fenomeno di controcultura. Caratteristica delle esibizioni dei due era esporsi in maniera provocatoria e sorprendente a presentazioni di libri, mostre d’arte – o comunque a qualsivoglia evento pubblico. In quest’occasione Pedro decise di abbandonare il cognome del padre, Mardones, mantenendo quello materno. Definì questa scelta «un gesto di alleanza con il femminile». Gli interventi del duo Las Yeguas del Apocalipsis tra il 1987 e il 1995 furono in tutto una quindicina, per lo più a Santiago del Cile, e contribuirono attraverso l’utilizzo delle arti plastiche ad accendere il dibattito nella nazione su temi come l’AIDS, l’emarginazione dei travestiti e le questioni LGBT. Successivamente Pedro Lemebel pubblicò tre libri in cui venivano raccolte sue cronache apparse precedentemente su giornali come Página abierta, Punto finale e La Nación: La esquina es mi corazón (1995); Loco afán: Crónicas de sidario (1996) e De perlas y cicatrices (1998).

Riconoscimento internazionale

A contribuire all’internazionalizzazione del lavoro di Perdro Lemebel fu Roberto Bolaño che in più occasioni ne elogiò il lavoro, e che nel 1999 contribuì alla pubblicazione in Spagna, presso l’editore Anagrama di Barcellona, la raccolta di cronache Loco afán: Crónicas de sidario. Seppur indirettamente, ancora a Bolaño si deve il successo in Messico di Lemebel che, sempre nel ’99, venne invitato, e fortemente elogiato, alla Feria del Libro de Guadalajara de México, proprio in sostituzione di Roberto Bolaño.

Nel 2001 Lemebel pubblica il suo primo e unico romanzo Tengo miedo torero (edito in Italia da Marcos y Marcos) in cui racconta una difficile storia d’amore ambientata nei giorni dell’attentato ad Augusto Pinochet del 1986. Il libro fin dalla pubblicazione ha avuto forti riconoscimenti. Alla prima presentazione, dove l’autore apparve vestito di rosso con un copricapo di piume, parteciparono centinaia di persone tra fan, politici, registi, giornalisti e qualche scrittore. Tengo miedo torero fu, per più di un anno tra i titoli più venduti in Cile e venne tradotto, oltre all’italiano già annunciato, in francese e inglese.

Fino al 2015, anno della sua morte dovuta a un cancro alla laringe di cui ha cominciato a soffrire dal 2011, Lemebel ha continuato a raccontare su importanti testate nazionali e internazionali la sua esperienza artistica e intellettuale.

Poeta dell’impegno civile

Te non puoi esse’ tanto frocio Gastón. Qui stiamo in un campo di concentramento, coglio’, mica sulle spiagge di Rio de Janeiro, lo rimbrottavano con asprezza i suoi compagni di partito.
E che altro potevo fare io, se loro passavano tutto il tempo una riunione dopo l’altra, e c’era un sole così bello in riva al mare… A volte, le minoranze elaborano forme alternative di contestazione, usando come arma l’apparente superficialità. Gastón, arrostendosi sul suo asciugamano da spiaggia, sfuggiva da quel cortile di tormento, come se la sua pazza irriverenza trasformasse l’asciugamano in un tappeto volante, in un trabiccolo magico che levitava sopra le inferriate, fluttuando oltre le armi delle guardie, elevandosi fantasticamente sopra il campo dell’orrore.

(da Baciami ancora, forestiero, Marcos y Marcos, 2008)

Di certo, quando Bolaño definisce Lemebel più grande poeta contemporaneo, in lui risuonano le parole di Harold Bloom che nel suo Canone occidentale afferma che la migliore poesia del Novecento sia stata scritta in prosa. Lemebel, infatti, non scrisse mai poesia ma i suoi scritti, principalmente legati al tema della marginalità e all’autobiografismo, risentono di una grossa componente poetica, nel lessico e nelle strutture sintattiche. Lemebel inserisce, nel registro poetico, autodenigrazione, elementi kitsch, barocchi e dissacranti utili a mescolare realtà e finzione (la «parte di silicone» del suo lavoro, diceva). I suoi testi si pongono in opposizione alla destra politica e alla borghesia cilena utilizzando l’omosessualità non come nuovo punto di vista ma come attitudine letteraria.

In Italia, nonostante il lavoro di Marcos y Marcos, l’opera di Pedro Lemebel è ancora perlopiù sconosciuta, eppure, come è stato detto altrove, per «il lettore italiano, abituato al crudo ed elegante realismo di Tondelli o al barocco compiacimento osceno di Aldo Busi», leggere Lemebel può essere l’occasione per ritrovare entrambe queste anime, «armoniosamente conviventi grazie al dono di un invincibile senso del gioco e in marcia nuziale verso l’altare dell’impegno politico».

Antonio Esposito


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Antonio Esposito nasce a Napoli nel 1989. È laureato in Lettere e specializzato in Filologia moderna. Attualmente scrive racconti, pianifica romanzi e insegue progetti editoriali di vario genere. Da editor collabora con la casa editrice Alessandro Polidoro, dove dirige anche la collana dei Classici.

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