Se una sera d’estate un sognatore: I romanzi e le estati della nostra vita

Condividi!

Spesso – soprattutto sull’orlo dell’ estate – capita di avere quella singolare sensazione che nonostante tutto ci sia ancora qualcosa che stiamo aspettando, qualcosa che deve sempre e ancora venire. Ci sentiamo, cioè, in una specie di preludio, in attesa di qualcosa che sta sempre e ancora dietro l’angolo. E non possiamo tornare indietro né andare avanti, perché quando proviamo ad attraversare l’istante, questi fugge via e si dissolve, lasciandoci nella consapevolezza di non avere davvero possesso del nostro presente. Soprattutto, ci rendiamo dolorosamente conto di non sapere cogliere l’attimo senza sacrificarlo al futuro o annientarlo nella nostra infinita progettualità. Quell’attimo che – in realtà – vorremmo si facesse dimora stabile e accogliente della nostra intera esistenza.

Persi davanti alle sconfinate possibilità di viaggio dell’estate, proviamo invece a chiudere gli occhi e a metterci finalmente a sognare. L’attimo e il luogo si fondono allora nel nostro immaginario oltre le colonne d’Ercole, nel giardino dell’Eden, lungo i Campi Elisi, all’ombra di Tannhäuser, nello Shangri-La, alle Esperidi, oltre i bastioni di Orione. Nessuna frontiera è invalicabile, ma è una sorta di membrana che si può attraversare in ogni istante, ritrovando dall’altra parte qualcosa di noi che ci appartiene, lo specchio della nostra coscienza, “strumento” come dice Claudio Magris, “per comprendere meglio ciò che abbiamo dentro, conoscerne i segreti, riconoscere la propria essenza”.

Dietro la frontiera – si sa – ci sono insieme l’ignoto e il noto. L’ignoto, perché è là che per l’appunto comincia l’inaccessibile. Ma anche il noto, perché fa parte di noi e della nostra esistenza.

Improvvisamente l’estate scorsa

L’estate e la sua sospensione temporale è una realtà insieme misteriosa e familiare. Davanti a noi, come racconta Magris ne “L’infinito viaggiare” esistono due possibilità di viaggio. Quello circolare, dove il ritorno è a casa, anche se l’esperienza del viaggio modificherà il significato che al ritorno attribuiremo alla casa stessa. E il viaggio rettilineo, che di questi tempi rischia di diventare sempre più spesso un vero e proprio fuggire, una disgregazione del proprio io, un cammino senza ritorno. Forse persino la scoperta che non può esserci un vero ritorno. Viaggiare, cioè, per perdersi e non arrivare mai.

Proviamo a immaginarci allora tutto lo splendore della letteratura estiva, quella – intendo – che pone l’accento sul momento evasivo dell’estate, di rottura, di incanto, di netta separazione tra un prima e un dopo, di bilico tra infanzia ed età adulta, di confine tra accadimento sospeso nel tempo e scorrere insignificante della vita di ogni giorno. Quella letteratura che mette a fuoco l’attimo – bellissimo ma anche crudele – che non ci permetterà più di tornare indietro e di adagiarci di nuovo (come se nulla fosse accaduto) nelle nostre esistenze abitudinarie, cittadine, un po’ grigie e autunnali. Perché l’estate letteraria – poetica, potremmo dire – è un non-tempo e un non-luogo. O meglio, è un tempo letterario, fuori dal tempo di tutti i giorni.

Oppure, in termini opposti ma non davvero contrari, potremmo dire che l’estate è il tempo e il luogo per definizione. Il tempo e il luogo giusto perché ogni cosa abbia principio e fine. Ed è per questo che l’aspettiamo ogni anno con ansia e aspettative. Che l’amiamo. Ma soprattutto, è per questo che quando finisce, la rimpiangiamo ogni volta e per sempre, come se non dovesse ritornare mai più.

L’atemporalità dell’estate letteraria

Ognuno ricorderà un racconto, una poesia o un romanzo che significa esattamente questo. Un testo che avrà messo nero su bianco un attimo estivo della propria personale esistenza. Pensiamo a Gita al faro di Virginia Woolf, oppure ad Acqua di mare di Charles Simmons. La bella estate di Cesare Pavese. La campana di vetro di Sylvia Plath. Morte a Venezia di Thomas Mann. Beate e suo figlio di Arthur Schnitzler. Un giovane americano di Edmund White. Le poesie di Emily Dickinson, Wordsworth o Yeats. Chiamami col tuo nome di André Aciman. Giorni di luglio di Herman Hesse. Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare. E così via elencando. Grazie a questi autori abbiamo dunque potuto perderci nell’illusione che il soffio esistenziale dell’estate potesse durare per sempre, come se non fosse soggetto alle leggi ordinarie del tempo quotidiano ma solamente a quelle della nostra speciale immaginazione.

Cosa significano d’altro, questi testi, se non il senso di una sospensione temporale, di una cristallizzazione del momento perfetto – splendido o tragico, a seconda dei casi – che segna per sempre nelle nostre esistenze un prima e un dopo? Una linea di demarcazione che produce in noi un seme di conoscenza da una precedente nebbia d’ignoranza? Un’amara riflessione capace di far bruciare per sempre un vecchio sogno? Un momento che ci tormenterà all’infinito nello struggimento della malinconia per qualcosa che non potrà più ritornare?

Perché l’estate è sempre stata anche questo – oltre alle zanzare, agli abbandoni, alle notti accaldate e ai tuffi in mare –: un rito di passaggio, una sorta di serie di iniziazioni verso l’età adulta, la consapevolezza, la morte. Per i poeti è qualcosa di misterioso ed estatico. Per noi, un tempo – per l’appunto sospeso – nel quale ci viene impartita la lezione più importante della nostra esistenza senza che ce ne rendiamo conto, persi come siamo nel turbinio giocoso dei giorni di festa.

Ricordo di un’estate

Ne La leggenda del pianista sull’oceano, Danny Boodman T.D. Lemon Novecento dice: “D’inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate, d’estate avete paura che torni l’inverno. Per questo non vi stancate mai di rincorrere il posto dove non siete: dove è sempre estate”. Ma vorremmo davvero che fosse sempre estate? Desideriamo davvero essere sempre in un non-tempo e in non-luogo? Oppure tutto questo acquisisce senso per noi soltanto se si manifesta come una scheggia di tempo ordinario ben separato da tutto il resto? Se si fa riconoscere come un attimo di straordinario. Come un ammonimento, un istante di gioia, un insegnamento, una rivelazione, un confine. Come un ricordo indimenticabile.

È possibile, allora, arrivare a un punto in cui si è stanchi dell’estate? Forse sì, ma solo se ci si lascia sfuggire la sua accezione di atemporalità. Di fantastico. Il premio Nobel Iosif Brodskij scrive: “Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.” Non sono ammattito, è costretto a precisare. Perché per tutti noi è cosa poco immaginabile averne abbastanza dell’estate. Del momento fuori dal tempo, dell’attimo delle scelte, della rottura delle abitudini, del cambio di direzione. Insomma, del nettare della nostra vita.

Apprestiamoci dunque a viaggiare – o ancora meglio, a scegliere il nostro viaggio – ricordandoci di portare con noi, come compagno indispensabile e insostituibile, il libro che meglio ci ha restituito questo pieno significato dell’estate.
E teniamo presente queste parole, prese in prestito da Le ore Michael Cunningham: “Mi ricordo che una mattina mi sono svegliata all’alba con dentro un grande senso di aspettativa (…). E mi ricordo di aver pensato: ecco, questo deve essere il preludio della felicità! Questo è solo l’inizio e ora in poi crescerà sempre di più. Non mi ha sfiorato l’idea che non fosse il preludio, ma che fosse quella la felicità. Era quello il momento. Era quello”.

E allora, buon viaggio.

Anna Pietroboni


Condividi!

Milanese, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Neurologia, lavora in un grande ospedale pubblico. Appassionata di musica e tennis, impegna il poco tempo libero a leggere e scrivere. Di recente ha pubblicato due romanzi, All'ombra dei giorni (O.G.E., 2014) e Le immagini ibride (A&B, 2017).

Lascia un commento

Torna su