Sentire in poesia. Intervista a Roberta Ignazzi

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Da qualche giorno è in libreria Il tuo sentire, esordio in versi di Roberta Ignazzi. Prima dell’uscita ho avuto modo di sentire l’autrice e porle qualche domanda sulla sua opera, sull’importanza delle parole e su quanto la propria esperienza personale possa influenzare la nascita di un libro. Qui l’intervista:

Devi sapere, Roberta, che io ho una certa passione per le soglie del testo, cioè per tutti quegli elementi paratestuali che anticipano l’opera e preparano il lettore. Sul titolo ho parecchie suggestioni da evocare – ma ne parliamo dopo – ora vorrei chiederti, da subito, delle pagine illustrate. Lì ogni figura è accompagnata da parole d’altri, e sono parole che sembrano precedere e incoraggiare la scrittura. Ci racconti qualcosa in più di quelle parole e di quelle illustrazioni, magari a chi appartengono e perché compaiono in determinati punti del testo?

Hai detto bene usando il verbo incoraggiare. Per riservatezza, difficile sarà raccontarti di chi sono quelle parole. Sai, come scrivo nella quarta di copertina – parafraso – non sono un amante del dire, specialmente quello esplicito. Sarà per questo che la poesia è un fatto naturale. Mi spiego meglio, quelle parole sono state semi che mi hanno portata a germogliare: ammettere e accettare chi sono. Il testo racconta della mia storia che ha inizio dieci anni fa – dico dieci, da che io ricordi dei sintomi – con l’anoressia che ha fatto coppia con la depressione e la voglia di non aver tanta voglia di vivere. Poi da lì, tanto il passo è breve e lo scambio pure, sono passata alla bulimia e poi daccapo, come un pendolo impazzito. Ti chiederai «e le persone accanto dove erano?». Qui salta fuori Giuseppe Cosimo Tricase, che oltre a essere il disegnatore del libro e architetto, è il mio migliore amico. Forse, ti viene da pensare che ho vissuto con lui tutto quel periodo ma così non è stato o meglio, c’era ma era uno spettatore silente perché io non avevo nessun problema e mascheravo tutto, orgogliosa come sono, che tutto fosse a posto e non permettevo a nessuno di dirmi che avessi un problema. Poi un giorno di due anni fa, tutto è cambiato. Quando una persona importante, mi costrinse letteralmente ad andare da una psicoterapeuta perché manifestavo chiari sintomi depressivi. Angela Renna, questo è il nome della terapeuta che lottando contro di me, ma con me, mi ha disseppellita. E in questo percorso di riappropriazione, avere un amico capace di stringerti la mano quando tu fai i pugni e di darti un “pugno morale” quando non ti vuoi assumere la responsabilità di chi sei veramente o farti ridere con le lacrime agli occhi, sdrammatizzando quelle che sono le nostre manie, rende più agile il tutto.
Penso che la famiglia di appartenenza è quella che scegli, senza nulla togliere a quella di origine per carità, ma credo profondamente nell’amicizia. Sono arrivata a pensare che nella lista dei valori, l’amicizia sia al primo posto. Di fatto, il testo si apre con un ringraziamento proprio ai miei migliori amici, che nomino per la prima volta: Giuseppe, Milena, Sabina, Babi, Giuliana e Lilli senza i quali non credo che sarei stata possibile. Per cui il tentativo estremo del testo, logica come sono, è quello di voler scandire il ritmo della storia nelle varie “sezioni” di cui la vita di ognuno è composta e di dargli un rigore razionale, per ricostruire un cammino a tappe e ricco di esperienze. Come spesso sottolineo, non ho la pretesa di essere una scrittrice ma di parlare di come la penna abbia creato dei solchi in quelle fratture; dai quali poi è letteralmente fuoriuscita la speranza di poter vivere finalmente.

Il titolo, dicevo, evoca un po’ di suggestioni, e tutte, devo dire, a posteriori. La tua silloge si rivolge all’altro, lo fa costantemente invitando alla riflessione e forse, addirittura, a un percorso di autoanalisi. La quarta parete è di continuo sfondata dai tuoi versi e pagina dopo pagina quel pronome possessivo, in calce sulla copertina, si carica di significato. Il tuo sentire parla agli altri, eppure parte da regioni remote della tua esperienza di vita, un viaggio da te verso gli altri. E se questo è vero, se l’obiettivo è l’altro, qual è il tuo sentire? Cosa comporta questo comunicare?

Sai, mi fa sorridere questa domanda! Altri hanno preso quel pronome come un alter-ego, leggendoci una forte connotazione egoica ma come dicevano i latini “tot capita, tot sententiae” ovvero “tante teste, tanti pareri”, che accolgo senza escludere. Ciò che so dirti io, e che rimane la mia esperienza, è che quel tu è un tu universale, che sicuramente per anni ho fatto fatica a conciliare con un io tanto frammentario. Perciò è vero che di base cercavo un dialogo con me, persa come ero nella costruzione, per dirla con Galimberti, di «un alfabeto emotivo» ma, alla stessa maniera, cercavo un dialogo con l’altro dal quale sono rifuggita per anni perché il mio linguaggio mal si sposa con la superficialità. La scrittura mi dà la possibilità di scoprirmi per abbracciare l’altro, senza escluderlo. Di fatto, il mio sentire era frastagliato e dissonante, un flusso che sempre si interrompeva. Essendo una estrema emotiva, i sentimenti li vivo in maniera amplificata e la poesia è, l’ho scoperto di recente, il mio modo di stare al mondo attraverso cui dargli un ritmo e una tonicità. Sicuramente comunicare con l’altro non è una cosa che mi risulta semplicissima. Spesso, non ho voglia di parlare perché, come dice Angela, «sento troppo». Ma è lì, che la scrittura mi viene in soccorso.

Partiamo da lontano, dal passato. In apertura ti definisci «un fantoccio di pezza» nelle sue mani. Perché? Quanto hai dovuto scavare nel passato per trovare le parole giuste?

Perché nel momento in cui non fai i conti con il passato, quello ti presenta il conto. Ed è un fatto inevitabile. E i segni, nel mio caso corporei, sono solo il visibile, la superficie. Infatti, Angela, da subito, disse che avrebbe guardato quello che stava sotto, all’invisibile. A lei, non fraintendermi, “non interessava molto” quello che si vedeva. Puoi immaginare quanto spaesata e perplessa fossi. Mi ci vollero settimane prima di iniziare a parlare o meglio, scrivere, perché le nostre sedute non erano un dialogo faccia a faccia ma uno scrivere faccia a faccia. Io compilavo un diario che in prima istanza rifiutai, ma poi ho cominciato a usare “la penna come pala”. Questo ti dà l’idea del tempo che ho impiegato? Quando ho dovuto iniziare a scavare è collegato a un momento preciso in cui, per l’ennesima volta, commisi un altro degli “attentati a Vita”.

Foto di Dario Dealto – assistente Iolanda Pompilio

L’amore invece – che comunque si vanta di essere uno dei temi centrali della poesia di tutti i tempi – qui sembra essere un sentimento tagliente, che frammenta l’anima, e che spezza l’individuo – per dirla alla Philip Roth. Cos’è, quindi, l’amore ne Il tuo sentire?

Più che nel tuo sentire, ti risponderò alla maniera della perenne studentessa di Filosofia, la cui tesi di laurea è stata su L’essere e il Nulla di Jean Paul Sartre sull’impossibilità delle relazioni umane (a proposito, colgo l’occasione per dire pubblicamente che il nome Instagram Roberte Pauiline non è un errore. Quel Pauline ha dentro il secondo nome del mio papà putativo, Sartre appunto). Ho una spiccata parte nichilista, per essere diretti, credo nella condanna alla solitudine. Anche se adesso dietro questa forte amarezza, vi è un sentimento di buon auspicio.

Uno dei passaggi più dolorosi della tua scrittura lo si trova a metà strada nella lettura e ha nome di suicidio. È un vero punto di rottura nel libro. Da quel momento, quasi come reazione contraria all’implosione, scrivi: «Ho il cuore ingombrante». È, appunto, un momento. Da lì racconti un’altra vita, sempre vicina a certi abissi dell’esistenza ma in cerca di altre profondità; in una profondità che possa togliere il fiato per la sua bellezza. È il racconto di una rinascita o un semplice cambio di prospettiva?

Prendendo un gran respiro, ti dico che si tratta della mia nascita, non della rinascita. Per dieci anni, ho avuto quella sensazione di sballottamento nel mondo. A fatica ho lasciato che le cose andassero, quelle brutte dove dovevano essere riposte e tentando di allenarmi giornalmente, in quel che viene definito il “qui e ora”. Angela, spesso, durante le sedute mi diceva: «questo riguarda il tuo passato ed è giusto che tu lo percepisca cosi ma adesso chi sei tu?».

Verso la fine del libro dedichi molto spazio alle parole, ci scavi dentro con attenzione, come per capirne il senso. E vorrei chiederti, a te che hai scelto questa forma ormai – si dice – senza pubblico: a cosa serve oggi la poesia?

Domanda molto impegnativa. Penso sia un’assunzione di responsabilità piena in termini personali di ammissione, di chi si è realmente e dell’essere generosi nel donarsi, come in generale l’arte fa. Aggiungo, è uno strumento per ingrandire e togliere quel tappo che oggi si è messo alle emozioni. Mi assumo la responsabilità di quello che scrivo nella speranza che l’effetto che provochi, sia di meraviglia da una parte, ma nella parte più importante per me, che faccia sorgere un pensiero che allarghi il proprio sentire, non giudicando ma accettandosi.

Un’ultima richiesta. A fine libro chiedi al tuo lettore «di promettersi», di trovare ciò che è vita intorno a sé e di approfittarne. A te, dopo aver scritto queste pagine, cosa prometti?

Mi prometto di continuare a essere questa Roberta che non cerca la felicità assoluta ma quella felicità che è propria dei bambini. Loro sanno una cosa che gli adulti hanno dimenticato da tempo: vivere, giocando seriamente.

Antonio Esposito


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Antonio Esposito nasce a Napoli nel 1989. È laureato in Lettere e specializzato in Filologia moderna. Attualmente scrive racconti, pianifica romanzi e insegue progetti editoriali di vario genere. Da editor collabora con la casa editrice Alessandro Polidoro, dove dirige anche la collana dei Classici.

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