Tonya, cosa si è disposti a fare per il successo

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La Tonya del titolo dell’articolo, e del film di cui parliamo, è Tonya Harding, ex pattinatrice americana diventata famosa per due eventi importanti nella sua vita: il primo, nel 1991, quando diventa la prima americana a eseguire in gara il difficilissimo triplo axel*, un salto che prevede tre rotazioni e mezzo e che si esegue partendo “in avanti sul filo esterno sinistro della lama del pattino”; il secondo nel 1994, quando viene accusata di aver incoraggiato il ferimento della rivale Nancy Kerrigan per avanzare nella classifica della nazione in vista delle Olimpiadi invernali. Colpevole o meno, la carriera della grande pattinatrice ne uscì distrutta.

triplo axel

Il trucco della sceneggiatura

Dei tanti film sportivi a cui il cinema ci ha abituato, probabilmente I, Tonya è uno dei più onesti. Lo sceneggiatore Steven Rogers, dopo aver studiato i documentari sulla pattinatrice, e in particolare colpito da quello di ESPN, The Price of Gold, ha iniziato le sue ricerche e ha scoperto che i diritti sulla biografia di Tonya erano ancora liberi. In un attimo vola a Portland per intervistare lei e il suo ex marito Jeff Gillooly.

Dall’incontro nasce la sceneggiatura del film, che confonde lo spettatore presentando i diversi punti di vista dei personaggi. Harding e Gillooly hanno fornito versioni incredibilmente differenti sui fatti, non c’era una cosa su cui fossero d’accordo: il risultato è un film con tanto di sguardi in macchina e ribaltamenti di prospettiva. È difficile stabilire dove finisca la realtà e dove inizi la finzione. Molti eventi del film sono raccontati in modo fedele, per altri invece è quasi impossibile crearsi un’opinione certa in quanto ne vengono offerte versioni totalmente distanti, per quanto il film sposi soprattutto il punto di vista della protagonista.

Affascinante è poi il modo in cui Craig Gillespie, il regista, e Steven Rogers giocano con le regole e le convenzioni dei generi cinematografici. Il film prende in prestito la struttura del documentario, o meglio, in questo caso, un documentario recitato (mokumentary) che alterna interviste fintamente documentarie a Tonya Harding, oggi disillusa donna di mezza età con la sigaretta perennemente accesa, a quelle con il suo ex marito Jeff Gillooly (Sebastian Stan nel film) e alle altre figure che hanno fatto parte della vita della pattinatrice, con la narrazione cronologica dei fatti.

Chi è la grande Tonya Harding

Il film ricostruisce la vita della pattinatrice a partire dai primi passi sul ghiaccio, con la sua esibizione, a soli quattro anni, al cospetto della futura allenatrice Diane Rawlinson (interpretata da un’impeccabile Julianne Nicholson), sul brano Devil Woman di Cliff Richard, fino al tonfo della sua carriera.

I, Tonya
LaVona Golden

Cresciuta da una madre oppressiva, violenta, eccentrica e spregiudicata, LaVona Golden (Allison Janney, che per il ruolo ha ottenuto il premio Oscar, il Golden Globe e il BAFTA Award), con la battuta affilata e lo sguardo di ghiaccio, che non si fa scrupoli nel privare la figlia di qualunque gesto d’affetto. Tonya cerca di allontanarsi dalla madre sposando un uomo altrettanto oppressivo e violento. Così, molto presto sviluppa un carattere focoso e indomabile che spesso le viene contestato dai giudici. Ottiene pochi riconoscimenti ufficiali in quanto viene costantemente criticata per le sue reazioni, i vestiti economici, i modi poco raffinati di rivolgersi anche ai membri delle giurie, tipici modi, insomma, di chi proviene da una famiglia della working class.

Tonya ha dovuto lottare contro lo snobismo della disciplina e quel suo carattere irruente si trasforma in rabbia violenta (nel film sono citate alcune delle sue uscite teatrali contro i giudici di gara), che ha portato, probabilmente, al suo coinvolgimento nell’attacco alla concorrente Nancy Kerrigan, colpita con una spranga di ferro al ginocchio durante gli allenamenti, poco prima di una gara.

Qual è la verità?

Sicuramente Tonya è una rappresentazione a tratti tragica del sogno americano. Non è la classica favola della principessa che da una famiglia umile raggiunge grandi vette. I risultati Tonya li ottiene, ma sono frutto di sangue e fatica, sotto lo sguardo e le urla della madre, di una violenza che diventa il suo pane quotidiano. Una fanciullezza che se n’è andata con gli allenamenti selvaggi e l’impossibilità di ricevere una carezza che ha segnato per sempre la sua vita. Più che per meriti sportivi, lei viene ricordata per l’aggressione all’avversaria Nancy Kerrigan.

Il film punta il dito contro una società di maschere e finzioni. La Federazione deve promuovere un’atleta che sia un esempio sano per il Paese, non avrebbe mai potuto sostenere una ribelle che insulta i giudici durante la gara e che assomiglia a uno scaricatore di porto nei modi e nel linguaggio. L’immagine è essenziale, il talento passa in secondo piano.

Di chi ci si può davvero fidare?

Questo è l’interrogativo che ha tormentato chi si è occupato del caso, in quanto tutte le persone coinvolte hanno sempre fornito versioni molto discordanti, e questa domanda è quella che aleggia in tutto il film. Ognuno ha la sua storia da raccontare, e la sensazione è che non sapremo mai dove la cronaca si trasforma in inganno, e se tutte le  confessioni di Tonya non siano un raggiro che la sportiva di turno deve mettere in piedi per sentirsi innocente.

Vittima o carnefice? Tonya Harding resta ancora oggi assolta dal pubblico, condannata per l’eternità. L’incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie sconfitte è ciò che davvero ha logorato la carriera di Tonya. Il film, dopo aver portato la sua protagonista a incarnare il modello dell’american dream, ne delinea poi un finale inesorabilmente amaro. Tonya si trasforma così nell’ennesimo personaggio di una “pastorale americana” che fagocita e celebra i propri orrori: un’America in cui il clamore mediatico della vicenda delle due pattinatrici sta per essere messo in ombra dall’altro grande caso di O.J. Simpson, ennesimo idolo caduto e pronto a tramutarsi in mostro sotto gli occhi di un’intera nazione.

«Sapete, è l’America: vogliono qualcuno da amare, vogliono qualcuno da odiare

Un’America preoccupata unicamente di proiettare sul mondo un’immagine accettabile e rassicurante di sé. E che invece sa essere spietata. A tutti i livelli.

 

*Solo 6 donne al mondo sono state in grado di portare a termine un triplo axel, tra cui Tonya Harding. Nessuna delle atlete però si è resa disponibile per il film, tutte le scene con un triplo axel sono state riprodotte con un montaggio artificiale.

Anna Chiara Stellato


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Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

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