La ragazza della fontana: la profondità delle piccole cose

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È l’estate del 1994. È l’estate dei Mondiali di calcio in USA. In un paesino chiuso e arretrato dell’entroterra campano cinque ragazzini quindicenni trascorrono le vacanze tra partite di pallone in pineta, tuffi al mare da raggiungere con un pulmino sgangherato e passeggiate senza meta nell’unico centro commerciale dei paraggi, sognando una delle nuove console per i videogiochi ed entusiasmandosi semplicemente nell’ammirare, ogni volta come la prima volta,  quella concentrazione di vetrine.

È tutto qui il divertimento del protagonista de La ragazza della fontana (Scrittura & Scritture, 2017) e dei suoi quattro amici. Le ragazze, per il momento, sono soltanto una fantasia, le emozioni forti vengono da una rovesciata sotto il sette,  da evoluzioni incredibili sull’erba della pineta o da tuffi in scivolata per recuperare palla.

 «Quello era il nostro svago. Eravamo troppo piccoli per le cose dei grandi, troppo grandi per le cose dei piccoli. Quindici anni, alle volte, possono essere un’età orribile. Ci restava solo il calcetto, perché ragazze non ne avevamo, anzi non le vedevamo neanche con il binocolo, e quindi quell’estate da poco iniziata volevamo passarla così: a giocare a pallone tutte le sere…»

Il giovane protagonista è figlio di un onesto lavoratore, un bravo operaio, e di una classica madre partenopea, che trova nelle partite di calcio «piccoli e grandi entusiasmi, potendo, per novanta minuti, stare insieme ai maschi di casa, coccolarli, prendersi cura di loro e rimpinzarli di manicaretti». Vive in un clima familiare tranquillo; è un adolescente ingenuo e innocente, che si sente invincibile, inarrestabile e con il cuore che gli scoppia di gioia soltanto perché l’estate è appena iniziata, è stato promosso senza problemi e ha quasi finito l’album Panini.

Elemento di curiosità e timore per il ragazzo e i suoi quattro amici è il matto del paese che scende in piazza sobbalzando in modo buffo sulla sua vecchia Ritmo scassata color antracite, che muove veloce gli occhi guardandosi intorno in cerca di qualcosa di non ben identificato e che, spesso e volentieri, si mette a sbraitare rabbioso verso un bersaglio qualsiasi, colpevole soltanto di essere lì a intralciargli il campo visivo.

Benché sia tenuto ben alla larga perché considerato in paese un elemento estraneo alla comunità, additato come il “diverso”, bersaglio di scherno e di maldicenza, emarginato da tutti, guardato con sospetto e con un’ignorante e timorosa diffidenza, il ragazzo, senza saperne bene il motivo, lo ha in simpatia. Non ha proprio paura di lui, o quantomeno ne ha meno dei suoi compagni; in un certo senso, ha la sensazione di doverci entrare in contatto. È chiamato il Capitano per via del suo cappello.

«Aveva un buffo cappello da marinaio da cui non si separava mai, con la pioggia o sotto il sole era sempre lì, saldo sulla sua testa. Gli occhi vispi, piccoli, curiosi, e le sopracciglia belle grosse, legate in mezzo da una piccola ruga sempre in evidenza, come se stesse lì a ricordargli di non dimenticare, e lo condannasse a tenere per sé sempre un cruccio, una recriminazione, un pensiero sbagliato. Molto spesso il suo sguardo era velato da un’interminabile tristezza, testimonianza di un furto, quasi gli avessero tolto la cosa più importante della sua vita. Qualche rotella non del tutto al posto giusto, devo dire, che l’aveva, ma in realtà – come avrei scoperto solo qualche tempo dopo – era più normale di molti altri, della maggior parte delle persone incontrate negli ultimi trent’anni.»

È un’estate speciale e maledetta: la beata adolescenza del narratore e dei suoi compagni viene sconvolta dal primo incontro con la morte, con una morte violenta. Una sera d’agosto, vicino a una fontana, trovano il cadavere di una coetanea, Rebecca, nuda e sporca di fango. I legami si allentano e le amicizie, fino ad allora certezze, sono subito messe a dura prova da sottili ipocrisie e ataviche paure. Da quel momento il gruppo di amici cambia, i ragazzi si frequentano molto meno e diventano quasi degli sconosciuti.

Esordio di Antonio Benforte, giornalista e scrittore campano nato negli anni Ottanta, esperto di comunicazione, oggi Social Media Manager del Parco Archeologico di Pompei, da anni impegnato nel recupero e nella valorizzazione del territorio campano attraverso eventi e il magazine green econet.it, La ragazza della fontana è un romanzo di formazione dalle tinte nere. Romanzo in cui si respira la vita vera di un gruppetto di adolescenti e del loro complicato mondo fatto di insicurezze e timori, che possono portare a scelte sbagliate o a seconde possibilità inaspettate. Romanzo di amicizia, emarginazione e solidarietà.

La narrazione è caratterizzata da freschezza, spontaneità, fluidità e da un’apprezzabile capacità di descrivere un territorio poco raccontato, quello dell’entroterra collinare campano, quello di un paesino che il protagonista definisce un paese da cui scappare.

«Il nostro paese era più che altro un paesino: ottomila e qualche anima nell’entroterra campano, dove il vento caldo d’estate ti prende alla gola e non ti fa respirare, e d’inverno invece le nevicate ricoprono le strade e le colline tutt’intorno […] Tutte le arterie principali si sviluppano dalla piazza, con la grossa chiesa e il campanile marrone, un gigante a guardia di tutti. Un paesino di persone fredde e povere nell’animo, di quelli in cui ci si conosce tutti, in cui la gente mormora e da cui i ragazzini con un briciolo di cervello scappano appena compita la maggiore età.»

Leggendo queste parole rivedo immagini che da piccola apparivano come diapositive nella mia testa quelle rarissime volte che mia madre mi raccontava della sua infanzia. Anche lei nata proprio in un paesino dell’entroterra campano dove, benché gli anni fossero diversi, le dinamiche erano sempre le stesse. La piazza con la chiesa e la fontana il centro del paese, i vicoletti tutti uguali, le vecchie signore che si parlavano dai balconi mentre stendevano i panni, il falso perbenismo piccolo borghese della gente che ti salutava e subito dopo parlava alle tue spalle, la contraddizione di un’educazione rigida ed esasperata  pretesa nell’ignoranza più becera. Quei paesini dai quali si scappa senza voltarsi indietro non per il coraggio ma per lo spirito di sopravvivenza, che sembrano essere atemporali, sempre uguali, che si stiano vivendo gli anni ’60 o i ’90.

È il romanzo di un’estate ragazzina, di quelle che ognuno di noi ha vissuto nel paese di origine dei nonni o nel paese dove si prendeva ogni anno casa in affitto, resa perfettamente nelle descrizioni delle partite di calcetto giocate coi pali fatti con gli zainetti e le traverse immaginarie, o delle giornate in spiaggia passate a cercare di avvicinare goffi e impacciati quella ragazza così carina, con quegli occhi da orientale, oppure nella rappresentazione delle distanze tra genitori e figli.

Il rapporto tra il narratore e il matto del villaggio, il Capitano, è ben descritto. L’incontro tra un adolescente curioso e un adulto “diverso”, dissociato e scombinato, il progressivo svelamento delle ragioni della sofferenza e dell’inquietudine di questo singolare personaggio è romantico e tenero.

Azzeccata la scelta di raccontare una storia di adolescenza e formazione dove il cadavere di una ragazza fa da sfondo e legame alle vicende, assumendo la narrazione a tratti toni noir, affini, se vogliamo, alle atmosfere di The Body di Stephen King (da cui il film Stand by me – ricordo di un’estate).

Chiusa l’ultima pagina e riposto nella libreria, permane nel mio animo lo stupore, dipeso probabilmente dai condizionamenti e pregiudizi di un’élite letteraria a mio avviso meno profonda di quello che sembri, di come un piccolo libro di sole 155 pagine, scritto in modo semplice, scorrevole, leggero, senza troppe pretese, sia stato in grado di evocare ricordi, generare riflessioni e suscitare profonde emozioni. In realtà ciò che dovrebbe stupirmi e farmi interrogare è il fatto che mi stupisca…

Désirée Pallotta Nardi


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

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