Un rapporto come scoperta: Io sono qui, di Michelle Grillo

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Seppi che mia madre era morta un pomeriggio di marzo.
Io sono qui [Michelle Grillo, Alessandro Polidoro Editore, 2018, p. 9]

Con queste parole comincia il libro di Michelle Grillo, un libro che necessariamente verterà sul rapporto madre-figlia. Eppure, quando riceve questa notizia, Céline non si scompone, non soffre – o non dà a vederlo – e continua con la sua vita. Scegliere se andare o meno al funerale della madre sembra essere una scelta come un’altra, sembra una questione di scarsa importanza.

Eppure, nonostante tutto, decide di andare. Mette in pausa la sua vita e parte per Parigi. Ma cosa lascia davvero? È questo uno dei primi punti che ci viene messo davanti nel romanzo di Grillo. Un vicino di casa da cui si tiene a distanza, forse. La figlioletta di lui a cui dà ripetizioni. Un capoufficio poco simpatico. Forse il padre, che nemmeno l’accompagna al funerale di Simone, sua madre.

È una vita priva di legami veri, quella che conduce in Italia. Alcuni legami è lei stessa a evitarli, in altri è il contrario. Anche dirimpettaia burbera, la signora al primo piano, tutti sembrano limitarsi con lei a frasi pratiche di circostanza.

Céline, in un certo senso, interrompe una vita già interrotta.

Dal momento che la madre è morta, la ricostruzione del loro rapporto, la ricostruzione della vita stessa di quella Simone che ora giace senza vita sembra impossibile. Un nodulo di domande irrisolte, accantonate per continuare a vivere aleggiano sul suo cadavere. Una donna che Céline fa fatica a riconoscere.

Sfiorai il tessuto ruvido del lenzuolo. La osservai. Quella donna non era mia mamma, avevano sbagliato. Mi guardai intorno, incrociai ancora una volta lo sguardo di Arnault e scossi il capo. No, non era lei, non le somigliava, i capelli rossi non c’erano più e poi era ancora più magra, una piccola larva col viso gonfio e giallognolo. La pelle di mamma, invece, era bellissima, se ne prendeva cura ogni giorno.
Io sono qui [p. 26]

Ecco che il rapporto di una figlia con la madre è prima di tutto il rapporto di una scoperta dell’altro in seguito a un mancato riconoscimento. Céline si accorge di non conoscere affatto sua madre, di non averla mai conosciuta, e di non possedere altro che pochi frammenti, incapaci di dare un’idea dell’immagine finale del puzzle.

È a Parigi, quindi, che si svolge la vicenda, è lì che Céline attraverserà il suo calvario alla ricerca di una risposta.

Con uno stile affilato, diretto, Grillo conduce il lettore attraverso l’intreccio di più vite, alla doppia scoperta di una madre perduta e di una figlia che ancora non si conosce. Io sono qui è un libro che – nella sua semplicità e brevità – crea un impatto nel lettore, lo avvolge in una rappresentazione umana che va al di là di Parigi, di Céline e Simone, ma riguarda lo statuto ontologico dei rapporti umani, di come ognuno di noi, con la propria presenza o assenza, condizioni irrimediabilmente la vita di coloro con cui entriamo in contatto.

 

Maurizio Vicedomini


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Laureato in filologia moderna, Maurizio Vicedomini lavora come editor, collaborando con diverse case editrici, agenzie letterarie e privati. È direttore della rivista culturale online Grado Zero, ed è redattore per MGMT magazine.Nel 2013 vince la sezione fantasy del premio Mondadori Chrysalide. Ha pubblicato diversi libri, racconti in antologie e in e-book dedicati. Nel 2017 è uscita la sua raccolta di racconti Ogni orizzonte della notte per i tipi di Augh! Edizioni.

2 Responses

  1. La ricerca del genitore sconosciuto è sin dagli albori della letteratura occidentale un tema legato alla maturazione dell’individuo. Ma non so sia effettivamente il riuscire nell’intento di trovare delle risposte a segnare il raggiungimento del traguardo della consapevolezza (che rappresenta per certi versi la sintesi dei connotati della persona matura). Anche nella vicenda odissiaca di Telemaco, non è soltanto il contatto ritrovato col padre ad avere valore educativo, ma il percorso stesso che culminerà col ricongiungimento.

    Non credo che il genitore sia il depositario della nostra verità. Solo che andare alla sua ricerca si trasforma, spesso, nella ricerca di sé.

    Ma, dopo aver illuminato molto lievemente il punto di partenza del solco letterario in cui si è depositata questa uguaglianza “conoscenza della propria personalità = conoscenza delle proprie origini”, mi chiedo: perché pretendere di (ri)conoscere il genitore e non concedergli la possibilità di essere “altro”?

    1. Dipende, immagino, sempre dal tipo di approccio. Il genitore rappresenta inevitabilmente una nostra porzione di vita passata, soprattutto dopo un distacco. È un’ancora. Proprio per questo, a mio avviso, il topos del ritorno al genitore motiva una scoperta di sé: è il ritorno alle origini della propria educazione, prima di una serie di scelte e situazioni che ci hanno modificato, reso – nel bene o nel male – quello che siamo adesso.
      Questo, naturalmente, al di là di ciò che dici alla fine, che è giusto – certamente – per ogni individuo essere chi vuole essere. Anche altro da ciò che è stato, anche altro da ciò che ci si aspetta che sia.

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