L’autobiografia linguistica di Tullio De Mauro: le parole per scoprire il mondo

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“È un fatto: anche nella sfera personale ogni volta che si propongono questioni su inciampi e incomprensioni linguistiche, su come davvero siamo riusciti a conoscere una certa parola, a entrare in una lingua e farla nostra, emergono e si impongono altri problemi che investono strati profondi della nostra individualità, i rapporti con gli altri, le nostre memorie e speranze, la percezione della nostra identità.”
(T. DE MAURO, Parole di giorni lontani, Bologna, Il Mulino, 2006, p. 145)

Parole di giorni lontani di Tullio De Mauro è un’autobiografia linguistica, una “prova di ricordi linguistici o, meglio, lessicali”*, che ripercorre i primi anni di vita dell’autore e a cui seguì nel 2012 un secondo volume intitolato Parole di giorni un po’ meno lontani.

Il libro era nato come un “piccolo libretto a circolazione privata”* da condividere con pochi amici, ma, passando di mano in mano, giunse presso la casa editrice il Mulino che ne propose all’autore la pubblicazione (2005).

Si tratta di un progetto meditato a lungo dall’autore, sulla cui realizzazione aveva gravato il peso reverenziale della celebre autobiografia di Giovanni Nencioni, presidente dell’Accademia della Crusca (1972-2000): Autodiacronia linguistica: un caso personale (1982) [si indica qui di seguito il link presso cui è possibile leggerne il testo http://nencioni.sns.it/index.php?id=779 ].

Tullio De Mauro in Parole di giorni lontani ripercorre le tappe della propria infanzia intrecciando eventi della vita privata, vicende personali e aneddoti famigliari all’apprendimento di lessemi ed espressioni idiomatiche: un esempio di come la conoscenza delle parole proceda di pari passi, in vera e propria simbiosi con la conoscenza del mondo.

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Si tratta della scoperta del mondo lessicale e reale avvenuta da parte di un bambino che, nella Napoli degli anni 1930-1940, si scontra con la vita di tutti i giorni; vi è tuttavia, al fianco di questa puerile ingenuità, la maturità del linguista che non tralascia di intervenire su temi che furono molto a cuore a De Mauro, uno tra tutti il ruolo della scuola nella formazione dell’individuo.

Il libro è suddiviso in tanti esili capitoli che hanno come titolo una parola o frase significativa su cui il racconto si concentra.
Ci sono pagine di storia, che rievocano gli anni dell’avvento del fascismo e della presa del potere di Mussolini, le prime ricognizioni della Royal Air Force (RAF) su Napoli e il razionamento dei viveri, ma sono presenti anche racconti legati alla tradizione e ai costumi locali dell’epoca, come l’usanza che vigeva tra alcuni giovani di dare ‘a maniata alle ragazze (una pacca sul sedere) o l’uso, ormai abbandonato, di spedire le ricette, per cui i farmacisti erano i diretti responsabili dei dosaggi delle sostanze chimiche, non essendo all’epoca i farmaci dei prodotti industriali.

Espressioni e stilemi dialettali, ma non solo, raccontati magistralmente in un libro che si legge con molta piacevolezza, per una comprensione che va oltre la parola, come già il piccolo De Mauro ben intuiva, e che si protende verso quello che sembra essere il desiderio di uno smanioso possesso di tutto quel retroterra che una parola o una espressione possiede: il bisogno di capire e di conoscere il mondo che ogni bambino – e uomo – sente come proprio e che passa, ancora una volta, tramite la lingua (langue) per divenire parola (parole).

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*(T. DE MAURO, Parole di giorni un po’ meno lontani, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 7)

Claudia Corbetta


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Claudia Corbetta nasce a Bergamo nel 1995. Frequenta il liceo scientifico su consiglio dei genitori nonostante l’animo e il cuore siano sempre votati al settore umanistico. Un infortunio arresta la sua carriera atletica da quattrocentista ma le permette di avere più tempo per leggere, scrivere e perdersi in pensieri cavillosi. La sua dichiarata passione per la letteratura la porta a iscriversi alla facoltà di Lettere Moderne di Milano. Legge romanzi e ama la poesia. Ha sempre ritenuto la scrittura una parte fondamentale della sua vita. Giustifica il suo piacere di notomizzare attraverso il linguaggio con una citazione rivisitata di Thomas Mann, per cui se l’autore dei Buddenbrook sostiene che “l’impulso a denominare” equivarrebbe a un “modo di vendicarsi della vita”, la sua giovane età la porta ingenuamente a sostenere che per lei esso sia in realtà un “modo di conoscere la vita”.

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