Il vuoto

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Quante parole possono stare dentro tre puntini di sospensione, in un punto fermo o in un a capo? Quanti significati possono nascondersi negli spazi bianchi, nei silenzi, nei non-detti? I vuoti possono essere paradossalmente davvero molto pieni, a volte.
In letteratura, questo fenomeno ha un nome specifico e si chiama aposiopesi (dal greco aposiōpáō: mi interrompo, taccio), figura retorica della reticenza. Per parlarne, abbiamo scelto tre passi piuttosto paradigmatici di tre autori che di reticenza sono veri e propri maestri: Dante, Goethe e Montale.

Iniziamo da Goethe. E semplifichiamo. Ne I dolori del giovane Werther, il protagonista, Werther appunto, è innamorato pazzo – ed è curioso come l’espressione acquisti davvero significato leggendo Goethe – di una donna che non lo ama. Di una donna che, peggio, ama un altro. L’altro è Alberto. Alle pagine del suo diario, Werther affida le sue pene d’amore, ma affida anche numerose volte i suoi silenzi. Vediamone un esempio:

Vedi, e quello che mi fa male è che Alberto non è così beato com’egli… sperava…come io…crederei d’essere…se…Non mi piacciono i puntini sospensivi, ma qui non mi posso esprimere altrimenti…e mi par chiaro abbastanza.

Non scrivendo tutto, Werther scrive qui molto più di quel che sembra. E ha ragione, io credo, nel dire che non sia necessario spiegare alcunché. Non lo è, perché in qualche modo è già stato spiegato: con il silenzio.

Passiamo a Dante e alla celeberrima chiusa del canto XXXIII dell’Inferno. L’ umano-troppo-umano conte Ugolino è rimasto rinchiuso per mesi in una

torre senza cibo né acqua, con solo i suoi poveri e teneri (…) figli. Basta un unico verso, un punto fermo, per freddare il lettore alla fine del canto.

Poscia, più che il dolor, poté il digiuno.

È innegabile che questo stesso canto non sarebbe ugualmente rumoroso, stordente, raggelante, se l’autore avesse deciso di andare oltre quel punto. Se ci avesse descritto il pasto o, in alternativa, la morte. Se avesse, cioè, riempito quel vuoto. Quanta grandezza, in un verso non scritto!

Finiamo con Montale e con gli ultimi versi di una poesia tratta dalla raccolta Le occasioni, dal titolo L’Estate.

[…]
e qualcosa che va e tropp’altro che
non passerà la cruna…

Occorrono troppe vite per farne una.

Per tutti i versi precedenti a quelli qui riportati, l’autore sembra, perloppiù, descrivere “cose d’estate”. E poi, d’un tratto… C’è qualcosa che passerà la cruna dell’ago e qualcos’altro  che invece non lo farà. E soprattutto c’è qualcosa che si nasconde in quello spazio vuoto tra la sospensione e la scabra ed essenziale conclusione di questa poesia. E’ erroneo pensare che l’ermetismo di Montale stia nella difficoltà delle parole dette: le parole dette non sono quasi mai difficili; qui, poi, sono tutt’altro. La difficoltà sta nell’interpretazione dei silenzi. In quegli spazi vuoti germogliano domande: che cosa c’entrano le vite, con l’estate? Stiamo ancora parlando d’estate? Abbiamo mai, davvero, parlato d’estate?

Gli esempi di cui sopra sono particolarmente chiari, ma la reticenza è nella letteratura quanto la notte nel giorno: per ogni parola scritta in un libro ce n’è almeno un’altra che è stata taciuta. Che non si vede, eppure si sente. Che a volte, come negli esempi qui sopra, si sente addirittura più delle parole scritte. Potremmo dire che, in qualche modo, dura più a lungo. Perché la sentiamo durare più a lungo.

E non vale solo per la letteratura. L’esitazione che precede la scelta ne è un esempio eclatante: il momento di fermo davanti al bivio, prima di prendere una decisione ed imboccare la strada, dura  molto più a lungo dell’ingranare la marcia e partire. O almeno, sembra a noi durare più a lungo. E anche l’esitazione “morale” dura un’eternità e pesa di più: negli attimi passati a dilaniarsi tra l’aprire il pacchetto e il buttarlo, il fumatore che ha fumato ieri la sua ultima sigaretta si sente come Ulisse davanti alle sirene. Eppure sono solo pochi secondi, e solo un’altra sigaretta.

Ancora: nei paesaggi fermi, vuoti, inessenziali di Monet sembra esserci, a volte, più vita e movimento che nel Guernica di Picasso. Più rumore in una ninfea, che in un una madre che urla al cielo col figlio morto in braccio. Eppure c’è silenzio, nei giardini di ninfee. Un silenzio assordante però.

Oppure: si provi a prendere un’immagine del Dio e Adamo di Michelangelo e ad ingrandirla quanto basta (o avvicinarvi quanto basta) da vedere solo il dettaglio delle due mani. Ebbene, quel minuscolo spazio tra le due dita sembrerà ora più grande di tutto l’affresco. Perché, per qualche motivo, sembra esserci più forza, più vita, nello streben, nella tensione verso un punto, piuttosto che nel contatto. Fissando quel piccolo spazio vuoto, non si riuscirà più a vedere il resto.

Ultimo esperimento: si provi ora a posizionare un vinile sul giradischi, a farlo partire e a poggiare la puntina sul solco. Si scoprirà che il breve silenzio soffiato che precede l’inizio della canzone, quel breve silenzio lì è pieno di suoni. E sembrerà di non respirare, per quel brevissimo istante. O forse davvero non si respira, per quel brevissimo istante, impegnati come si è a tendere l’orecchio verso i rumori ovattati nascosti nel silenzio.

Ecco. La domanda è: perché il vuoto sembra valere così tanto? Io direi, per almeno due motivi.
Il primo, è che il vuoto genera domande. Il pieno è certo, lo scritto è facile da leggere, il detto è solo da ascoltare. Non è necessario null’altro: possiamo permetterci il lusso di restare passivi. Il vuoto, invece, il silenzio, il non-detto, ci obbligano allo sforzo. Ci strappano domande cui ci sentiamo costretti a tentare di rispondere.

Il secondo, è che siamo tendenzialmente attratti da questo genere di risposte: perché sono nostre, perché sono dentro di noi e anche perchè là possono restare. I silenzi di Werther io non solo posso riempirli con quello che credo (con qualcosa, cioè, che non dev’essere per forza condivisibile), ma posso anche riempirli con altri silenzi (con qualcosa, cioè, che non dev’essere per forza condivisa). Posso riempire i silenzi di Werther con silenzi tutti miei. La proprietà privata è sempre molto attraente; questo genere di proprietà privata, poi, lo è ancora di più.

È curioso come in un’epoca in cui ci si affanna a recintare ogni cosa, non si parli di più di questi recinti. Vorremmo muri in ogni dove, e poi non pensiamo mai a recintare le parole, a dire di meno, a tagliare di più. Perché esistono muri che servono a fermare gli altri nella loro avanzata verso di noi, ed esistono muri che servono a fermare noi nella nostra avanzata verso gli altri. I primi si chiamano errori, i secondi si chiamano segreti. Probabilmente hanno un prezzo entrambi, ma quello dei secondi è un bel prezzo da pagare.

La parola «segreto» significa «messo da parte», non condiviso; qualcuno ne ha ipotizzato una discendenza etimologica comune con quella di «sacro». Chiunque abbia almeno un segreto non fatica a capire perché. In latino, sacer significa «intoccabile», nel senso proprio di qualcosa che non si può toccare. I segreti sono così: intoccabili. Intoccabili come il non-detto, il non-scritto, il vuoto. Intoccabili come i tesori. Intoccabili perché privati.
Ecco, forse, perché il vuoto sembra valere così tanto: perché possiamo metterci dentro i nostri segreti. E perché finiscono sempre per piacerci parecchio i segreti.

Bianca Bellucci


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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

One Response

  1. Grazie, ho letto con vero interesse, purtroppo solo la prima parte dedicata a Goethe, causa il tampo limitato di cui dispongo ora. Tuttavia confesso che mi sono venuti subito a mente, a proposito del vuoto, i silenzi in musica…sono un innamorato wagneriano…ricordo il risveglio di Brunilde da parte di Sigfrido, un pieno orchestrale fino all’acme, poi all’istante silenzio! se ricordo bene punteggiato da accordi d’arpa! Stupendo, difronte all’incanto di ina donna….

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