Quando la serie tv equivale a un film

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Un tempo il cinema era l’unico posto dove poter vedere i sogni e le fantasie prendere corpo e volti, assumere voci e caratteristiche. Questo piccolo/grande mondo del cinema ha dominato incontrastato per circa 30 anni, poi con la comparsa della televisione, questa ha iniziato il suo percorso di crescita e piano piano si è sviluppata affiancando il cinema, arrivando, ormai, ad avere una sua affidabilissima schiera di spettatori. C’era una sorta di confine tra questi due mondi, uno non invadeva il campo dell’altro e gli scambi tra i due sembravano rarissimi, e spesso accadeva che volti televisivi che avevano ottenuto grandi successi decidessero poi di abbandonare la televisione per il cinema. Usata semplicemente come trampolino di lancio, la televisione decise di rivalutarsi e da qualche anno ha iniziato a chiamare al suo cospetto importanti nomi del cinema: dai registi, agli attori, arrivando perfino agli sceneggiatori, per fare così il grande passo. Ad oggi non si ha più paura di sperimentare e incrementare il proprio curriculum affrontando il mondo televisivo.
Se a fare il primo passo ci pensò Martin Scorsese nel 2010 che produsse e diresse il pilot di Boardwalk Empire, serie che tra i protagonisti annovera nomi del calibro di Steve Buscemi, Michael Pitt e Michael Shannon, a seguire si può citare David Fincher, che l’anno scorso diresse le prime due puntate di House of Cards, serie-cult portata al successo da attori come Kevin Spacey e Robin Wright. Questa moda dilagante di portare grandi attori sul piccolo schermo, ha reso le commedie seriali. Ultima, in ordine di apparizione sul piccolo schermo, è The Knick, serie diretta da Steven Soderbergh e con protagonista Clive Owen. La serie, già divenuta un cult in USA e Inghilterra, vede sviluppare le sue trame narrative attorno alla storia del chirurgo John Thackery (Clive Owen), personaggio ispirato dal chirurgo William Stewart Halsted, al quale si deve la nascita della chirurgia moderna.
the-knick-season-one-finale-clive-owen.jpgUn medical drama ambientato nella New York di inizio ‘900 che si conferma una delle cose migliori mai viste sul piccolo schermo. Thackery è un dottore serioso, ambizioso, poco incline all’umorismo, cinico e completamente dipendente da sostanze stupefacenti come la cocaina; la serie è un vortice di emozioni, suspense, fascinazione, ma soprattutto tanto orrore per le realistiche e impressionanti scene delle operazioni chirurgiche. Del tutto convincente è stata, poi, la prova attoriale di Clive Owen, mai sopra le righe.

Tutta la serie è giocata sul pathos costante e sotterraneo. Nella seconda stagione, ormai conclusasi da tempo, la sceneggiatura si è concentrata sulla riflessione morale e sociale, sulle aberrazioni dell’eugenetica, sul ruolo delle transazioni finanziarie, su importanti e affascinanti casi come le gemelle siamesi, la scoperta dell’adrenalina, la cura della sifilide e la nascita dei profilattici. Se questa serie rappresenta senza se e senza ma la migliore opera televisiva del 2015 è sicuramente anche per i legami tra i personaggi e le pulsioni che hanno caratterizzato il Novecento che gli autori hanno cercato, magistralmente, di presentare; ma forse è soprattutto per quegli ultimi quindici minuti della seconda stagione, che racchiudono il vero spessore di tutta la storia dall’inizio della serie.

Portando il dott. Thack al centro del suo teatro/circo, ovvero la sua sala operatoria, gli autori mettono in scena esasperando quella sua ossessione, ostinazione, voglia di essere sempre migliore, una performance operatoria che trascende la sua natura scientifica per diventare molto di più, quasi una seduta di autoanalisi. Il dott. Thack ha finalmente capito che la verità, quella con la V maiuscola, risiede dentro se stesso, inizia così un’auto-operazione: la scoperta di sé passa inevitabilmente per l’apertura fisica. Lo spettacolo del corpo, delle viscere osservate attraverso lo specchio si fa espiazione, ma al contempo anche metafora di una televisione o un cinema, che non c’è ancora: lo sguardo focalizzato nello schermo/specchio, sta a significare l’esistenza di un futuro possibile, la strada per una nuova dimensione, una nuova televisione.
Si conclude così la seconda stagione di The Knick, con tutta la potenza che questo finale di stagione porta con se: una spinta innovativa per la televisione americana e non solo, con al seguito una riflessione teorica sulle immagini e sul loro rapporto con la Storia.

This is it, this is all we areThe-Knick-finale-2

Anna Chiara Stellato

 

 

 

 

 

 

 


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Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

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