La memoria e la cultura del passato: breve riflessione su Enzo Striano

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Enzo Striano

«La storia è, in definitiva, soltanto un po’ di conoscenza presunta […] ma ciò non è sufficiente per ricreare un modo, un tempo, una vita»[1]

Nell’insieme dei testi editi di Enzo Striano e tra l’insieme degli studi critici su di lui condotti,[2] si evince, un ritratto in cui confluiscono a delinearne il pensiero, elementi dell’uomo e dell’autore: attento conoscitore della Storia, delle vicende umane intessute nel suo corso, e indagatore delle motivazioni delle volontà perpetrate alle terre e ai popoli del meridione d’Italia le quali vedono forse risposta in un’attenta lettura dei crudeli “giochi” dell’uomo. Le sue opere sono opere storiche, intese come storiche da un punto di vista antropologico, non di una Storia intesa come susseguirsi di eventi, fatti, date, quasi astratte dalla psicologia umana ma una Storia che si fa viva, un tributo alla Memoria del Passato, si potrebbe definire. La visione antropologica, e la storia letta secondo tale chiave interpretativa, pare ben legarsi all’idea della narrativa di formazione: se qui è il protagonista, di solito, a formarsi come specchio, sia conforme che difforme, in base, o in risposta, alla società che lo circonda, nella produzione di Striano, pare che sia la società in toto, o in una sua larga parte, a vivere le modifiche che si ritrovano in un romanzo storico, e si evince, dunque, una visione entro cui «La vita individuale passa attraverso il tempo che le è toccato in sorte e ne contiene tutti i segni […] in tutti i modi […] è anche un viaggio dentro la cronaca di una società e nei luoghi di una città».[3]

Nelle opere di Striano si profila anche il piglio asciutto, veloce, netto, senza orpelli o formalità, dedito a salienti descrizioni cronachistiche che contraddistingue il lessico giornalistico. Per questi versi il suo stile pare ritrovare caratteristiche comuni al testo Malacqua di Nicola Pugliese; in Malacqua il protagonista, è un giornalista che proprio con una sintassi tipica del  linguaggio giornalistico espone i fatti, apparentemente non correlati tra loro, occorsi durante quattro giorni di pioggia ininterrotta.

Nel Giornale di adolescenza il protagonista, in un’età in cui si impara la vita d’uomo senza esserlo appieno, finisce per rivoltare le gioie dell’esistenza matura in delusione, fallimento, rassegnazione, noia. Per il protagonista l’unica gioia è l’attesa della maturità ma giunta essa gli si rivela vuoto simulacro di aspirazioni e fantasticherie adolescenziali; un “sabato del villaggio” vissuto da Mario Morrone.[4]

Se l’uomo del domani, che è l’adolescente di oggi, sembra, per quest’autore, essere “vissuto” dalla Storia, la donna per sua natura sembra trarne le redini, si pensi, ad esempio, alla centralità della figura di Eleonora de Fonseca Pimentel ne Il resto di niente; la donna[5] è tutta dentro la storia, per sua natura, si diceva, ancor prima che per sua volontà, ella è «depositaria solida e sicura, soprattutto come madre, chiamata a far germogliare dentro di sé il seme della vita e a proteggerlo con accanito eroismo».[6] È nell’analisi di ciò che c’era ieri che si comprende l’oggi, albero generato dalle sue radici o fiore dal suo seme; lo studio della storia, per Striano, può “servire” all’uomo, per questo, per comprendere cosa l’uomo è oggi, frutto del divenire storico; quasi un approccio alla storia in maniera psicoanalitica: se in tale scienza dell’uomo, e dell’umanità, l’uomo stesso analizza sé prendendo in considerazione ciò che è stato, così l’Uomo, intendendo l’umanità, deve analizzare sé nei corsi e ricorsi storici. Una storia, si diceva prima, che va a confondersi nell’incrocio tra antropologia, sociologia e forse anche psicologia: «Striano sembra seguire la lezione di Francesco De Sanctis e Benedetto Croce che invitano a raccordare alla grande Storia il racconto delle vite di avventura, di fede e di passione»[7]. E anche ne Il resto di niente si presenta quel romanzo in divenire che interessa tanto la protagonista quanto lo sfondo sociale, un divenire di personaggio e contesto storico, l’uomo come specchio della società e la società come specchio dell’uomo, conforme o difforme, ma in entrambi i casi specchio; la Storia non è, per l’autore, elemento entro cui accadono le vicende e si sviluppano ma è essa stessa a “muoversi”, essa stessa personaggio tra i personaggi, in un processo in divenire, in se stessa. Ma pare un processo di inconsapevolezza; Eleonora ad un certo punto afferma: «Perché nessuno decide della propria vita. Non sa scegliere. O non può».[8]

Si parlava di un certo legame che sembra condurre per analogia il pensiero di questo scrittore ed il testo Malacqua: tra questo ed Il resto di niente si ritrova una certa somiglianza, nello svolgersi di fatti che paiono forieri di segnali misteriosi;[9] in Malacqua semplici suggestioni, forse, ne Il resto di niente, drammatico epilogo delle vicende dell’uomo e della storia.

In questo romanzo il processo di formazione è statico e non dinamico: c’è un punto di inizio, un punto di conclusione delle vicende, nel mezzo è successo di tutto, ma inizio e fine sono uguali a loro stessi, drammaticamente inconsapevoli, incoscienti, di ciò che è avvenuto e di ciò che sarebbe potuto avvenire. Il mondo degli uomini non ha permesso, e spesso accade come la storia, maestra di vita, ci insegna, di far prendere alla storia stessa il giusto corso. Indolenza? No: inconsapevolezza. All’inconsapevolezza si risponde per Striano con la conoscenza storica, non pare esserci altro che la conoscenza e la coscienza di chi siamo stati, del nostro percorso di formazione come Uomini all’interno della Storia, e la storia della civiltà è per lui un armonioso intrecciarsi di arti:[10] arte letteraria, arte figurativa, arte “della vita”, e senza questa conoscenza pare che quegli dica che sia impossibile essere Uomo, ossia fare la propria giusta parte nel Mondo.

Il resto di niente narra di una storia che tocca la storia degli uomini, dei popoli, della Storia stessa. Nella nota dell’Autore, questi afferma a tal proposito: «Questo è un romanzo “storico” […] non una biografia, né una vita romanzata. L’autore s’è quindi preso, nei confronti della Storia, quelle libertà postulate da Aristotele («Lo storico espone ciò che è accaduto, il poeta ciò che può accadere […] dal Tasso […] dal Manzoni […] da altri grandi».[11]

La lettura che ho intrapreso, intrisa di sentire femminile, mi ha fatto pensare a Il resto di niente come portatore di un certo “femminismo”: la prepotenza di Pasquale Tria perpetrata ad Eleonora, non si riflette nella prepotenza degli uomini a sottomettere la Storia? La libertà che Eleonora vuole custodire sul potere di quegli stessi uomini vili, che vorrebbero la donna eterna seconda all’uomo e sprofondata nell’ignoranza piuttosto che in un’istruzione alla vita che permetterebbe loro di essere alla pari con gli uomini, non è forse la libertà di scelta di una donna sul giogo maschile? “Partorire col cervello” oltre che “con il ventre”, questo vuole Eleonora nella propria vita, ed è a questo che non vuol rinunciare; nel rapporto infelice con quel marito impostole pare proprio avere forza questo pensiero, oltre che in altri punti del romanzo in cui la figura della donna è imprescindibile dalle vicende verso cui è portata la storia. In questo vedo le idee più pure di quel femminismo “sano”, di quello scotimento di coscienze maschili nel riconoscere la donna propria pari non solo nel diritto, quanto più nel dovere: nel rispettare la donna per le differenze, le differenze che ogni esistenza umana ha rispetto ad un altro individuo umano. La concezione che la società maschile ha di una donna, ne fa a mio avviso una società completamente libera o perduta, così come l’ignoranza, l’ignoranza alla vita, fa di una società una società manipolata da altri. Questo, ne Il resto di niente: sull’ignoranza fa leva il potere corrotto. Ma cosa si intende per ignoranza alla vita? La dimenticanza della Memoria, della memoria storica; dinnanzi a questa inconsapevolezza, si possono leggere alcuni luoghi in cui Striano ci dà atteggiamenti diversi, «[…] il Colosseo. Grande, ferito, indifferente, questo sì un Romano antico. E però lei ebbe pena. Le parve che di lì a poco, nonostante tutto, quel gigante non ce l’avrebbe più fatta. Troppo era sfregiato, divorato da protervi, selvatici cespugli […]»;[12] non pare, forse, questa grande bellezza italica, una già rassegnata e triste visione negli occhi di uno spirito patriottico? Ed ancora lo scrittore ci da indizi sulla formazione di Eleonora, dei suoi spiriti patriottici verso quella che per lei era «una città sconosciuta, nella strana Italia diventata patria»,[13] al riguardo del sepolcro degli Orazi e dei Curiazi si dice: «Lì avvenne lo scontro dei guerrieri. Si battevano per la patria, è così bello che un uomo abbia una patria da amare su ogni cosa […] Mandò un bacio mentale a quel sepolcro».[14] Ecco facendo tabula rasa della Memoria cosa resta all’uomo: il resto di niente; oltraggio ai nostri Padri, ed oltraggio a noi, ai nostri figli, se il pensiero non cambia: questo pare l’insegnamento che Enzo Striano vuol darci nel suo romanzo.

Questi pensieri pare che oltre a sottendere alla sua produzione letteraria “creativa”, siano pure visibili e direttamente nella sua produzione di tipo scolastico che mira a far comprendere come sia negativo e diseducativo un atteggiamento di chiusura nei confronti del passato, intesa come memoria.[15]

Chi siamo, è il titolo di uno di questi testi scolastici, chi siamo, non una domanda bensì un’affermazione, quasi come dire: questo siamo noi, la conoscenza dell’uomo passa attraverso i suoi scritti, non a caso, la conoscenza di questo tipo è sapere umano ed umanistico. Ecco chi siamo davvero, chi siamo stati, chi potremo essere e chi potremmo essere; a noi la scelta. «[…] voi cercate delle risposte […] È per ciò che abbiamo realizzato un’antologia come questa: nel tentativo di aiutarvi davvero a trovare alcune, almeno, delle risposte da voi cercate […] Chi siamo? Dove andiamo? Donde veniamo? Che cosa è la vita? Che senso ha, cosa significa? Noi, come al solito, non pretendiamo di darvi risposte categoriche né obbliganti: abbiamo sempre cercato di far sì che ragionaste da soli, talvolta guidandovi, talaltra stimolandovi, sempre offrendovi testimonianze ed opinioni di varia provenienza, proprio perché imparaste a scegliere, in quanto saper scegliere è la prima espressione di maturità».[16] E l’importanza della memoria nella cultura del presente pare così imprescindibile ed un grave errore non per l’individuo in sé quanto più per l’Uomo nella sua istanza umana, gettare nel mare dell’oblio ciò che fu e che forse potrà essere.

Anche l’interesse per le arti figurative, si diceva, è forte per Striano ed anche esse si caricano di forti simboli storici e sociologici. Testimonianza di ciò si può ritrovare nell’articolo di questi pubblicato nel 1977 dal titolo Chi è il Masaniello di Petti? Ecco la Storia: due autori a cui rivolge interesse culturale particolare, Antonio Petti ed Armando De Stefano, autori, il primo, di un ciclo di disegni su Masaniello e su Pulcinella, ed il secondo, di un ciclo sullo stesso Pulcinella e sulla Rivoluzione napoletana del 1799. Le figure definite “emblematiche”, dall’autore del saggio, restituiscono pare quella idea che questi ha del concetto storia: interpretazione e studio di fenomeni sociali che investono l’individuo lo chiamano a farne inevitabilmente parte. Si tratta, in molti casi, di immagini semplici tutt’altro che “strutturate” ma che divengono per Striano appunto per permettere alla penna di esprimere le impressioni che dalla figura giungono. «La misura della validità dell’opera di un artista sta non solo nel fascino con il quale ti avviluppa e seduce, ma anche nello sforzo mentale […] e nella quantità e qualità di problemi che ti pone quando cerchi di individuarne i sostrati, le implicazioni, le istigazioni, le provocazioni».[17] L’opera d’arte figurativa di questo tipo, dunque, pare essere letta non come esemplare di arte “canonica”, alla maniera tradizionale e “piena” della sua valenza significativa, ma come punto di partenza, come “istigazione” e “provocazione”, riprendendo due delle parole di Enzo Striano precedentemente citate, che si offrono per aprire un concetto, un pensiero che dia forma e struttura ad un contenuto “informe”; l’immagine si pone, così, «come una sorta di rebus visivo».[18] Anche in questo studio Striano da alla considerazione storica come voce dell’Uomo, un ruolo centrale, pare che benché si tratti di disegni poco importa il concetto di arte figurativa quanto più quello sociologico. È una sorta di interpretazione antropologica, politica e sociale, quella che si evince dalle parole che usa e dai concetti, che paiono spesso per analogia tra storia, arte e lettere, espressi o sottintesi, ma nel contesto evincibili, all’interno di questo suo saggio introduttivo alle opere su Masaniello di Antonio Petti.[19]

Ciò che si palesa nel pensiero di tale scrittore e pensatore è il carattere “antipolitico” dell’arte tutta, figurativa e letteraria, col quale termine si intende libertà di parola e di espressione da un’ideologia imposta e fautrice, tale concezione d’arte, di un nuovo fare politico, un fare politico sano e salubre. L’intellettuale, e ancora una volta non solo l’uomo di lettere ma l’artista nella sua totalità di significati e di espressioni, deve essere così un uomo super partes, un pensatore sopra le parti, in ogni campo della conoscenza umana.

«Che tu sei qui – che la vita esiste e l’individuo, / che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un verso».[20] Forse è questa la risposta che anche Striano vuol offrirci per combattere quel “resto di niente” che costringe la voce dei popoli.

Roberta Attanasio

[1] La citazione, presente nel saggio introduttivo scritto da Striano alla produzione figurativa di Antonio Petti è ripresa da Vincenzo Caputo, Note sugli interessi artistici di Enzo Striano, in Enzo Striano. Il lavoro di uno scrittore tra editi e inediti a cura di Pasquale Sabbatino e Apollonia Striano, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012, p. 155.

[2] Per una cospicua bibliografia cfr. Apollonia Striano, Bibliografia, in Enzo Striano. Il lavoro di uno scrittore tra editi e inediti, cit., pp. 189-219.

[3] Matteo Palumbo, Striano narratore e il Giornale di adolescenza, in Enzo Striano. Il lavoro di uno scrittore tra editi e inediti, cit., p. 18.

[4] Mi sto riferendo alla canzone di Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio; «[…] Or la squilla dà segno / Della festa che viene; / Ed a quel suon diresti / Che il cor si riconforta. […] Questo di sette è il più gradito giorno, / Pien di speme e di gioia: / Diman tristezza e noia / Recheran l’ore, ed al travaglio usato / Ciascuno in suo pensier farà ritorno […]»; nei versi citati, infatti, si esprime l’idea per la quale l’unica gioia sta nell’attesa di una gioia ma essa raggiunta poi si carica di delusione e si genera nell’animo umano il triste sentimento del disinganno. Questa idea pare del tutto sottesa alle vicende che Striano narra ne Il Giornale dell’adolescenza.

[5] Ho percepito, nelle parole dedicate alla figura della donna, la “musa del Tago”, come Pietro Metastasio definì la letterata Eleonora de Fonseca Pimentel, che le entità fisiche e spirituali, di uomo e di donna, sembrano non essere nettamente distinte ma fondersi l’una nell’altra in un’armoniosa mescolanza di sensibilità e forza.

[6] Francesco D’Episcopo, Le “indecenze” di uno scrittore, in Enzo Striano. Il lavoro di uno scrittore tra editi e inediti, cit., p. 32.

[7] Gennaro Picone, Il resto di niente e la città del tempo bloccato, in Enzo Striano. Il lavoro di uno scrittore tra editi e inediti, cit., p. 40.

[8] Enzo Striano, Il resto di niente, Arnoldo Mondadori Editore, 2013, Milano, p. 213.

[9] Si pensi, al riguardo di questo pensiero a questa frase: «Cosa la teneva a Napoli? Napoli era diventata davvero la città del suo destino, come aveva intuito fin dall’arrivo, a seguito di misteriosi segnali»; Ivi, p. 225.

[10] Si veda ad esempio l’importanza che la conoscenza delle lettere assume nella formazione della protagonista de Il resto di niente.

[11] Enzo Striano, Nota d’Autore, ne Il resto di niente, cit.

[12] Ivi, p. 6.

[13] Ivi, p. 13.

[14] Ibidem.

[15] Al riguardo cito un pensiero che condivido: «Affinché l’eredità letteraria conservi una sua vitalità […] possa raggiungere un effetto proficuo e duraturo nel tempo: il gusto autentico di coltivare la memoria del passato e quello di aprirsi, con fertile e fervida curiosità, alla contemporanea realtà della letteratura»; cfr. Giuseppina Scognamiglio, Chi siamo di Enzo Striano, in Enzo Striano. Il lavoro di uno scrittore tra editi e inediti, cit., pp. 129-130. Quanti conoscono solo contemporaneità e non memoria nel dirsi scrittori? Ma questa, forse, è un’altra storia.

[16] Ivi, p. 133.

[17] La citazione, presente nel saggio introduttivo scritto da Striano alla produzione figurativa di Antonio Petti è ripresa da Vincenzo Caputo, Note sugli interessi artistici di Enzo Striano, cit., p. 151. In questa citazione mi piace sottolineare l’importanza che scorgo dietro il nesso “ma anche”: l’arte è anche bellezza e armonia di proporzioni, ad esempio, a differenza di chi pensa che l’arte vera sia solo elucubrazione a scapito dell’estetica, spazzando via secoli d’arte; ancora distrazione dal Passato? Mi ripeto, questa, forse, è un’altra storia.

[18] Ivi, p. 152.

[19] Similmente questo rapporto tra immagine scritta ed immagine figurativa si presenta nel testo di Enzo Striano, I “santi” laici del ’99 visti da De Stefano in dimensione onirica; ciclo di immagini sulla Rivoluzione Partenopea del 1799.

[20] Walt Withman, Oh me! Oh vita, in Lungo la strada, nella raccolta Foglie d’erba.


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