TUM(U)ORI. 2.

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Prima puntata: Tum(u)ori. 1.

Fiducia

 E ti viene da pensare, caro gelatinoso in blu, col cazzo che resto qui tra i tuoi aculei neri ricavati da occhi d’angelo, io fuggio, eccome se fuggio, non mi fido più di nessuno, biologico o metallico che sia dai tempi di quello lì. Quante me ne ha fatto passare quello lì! Eppure sapevo, sapevo bene in cuor mio che era uno stronzo ipocrita, ma all’epoca la mia testa era presa da nobili ideali e non riuscivo a valutare le nefaste conseguenze di una friendship con quel vile, ingrato e fedifrago, traditore. In sei anni di amicizia, viscida e supplichevole, ha scroccato quantità industriali di sigarette edulcorate, iperbevute alcoliche e stock interi di pazienza; ogni gentilezza, ogni attenzione nei suoi confronti, mi si è sempre ritorta contro con violenza distruttiva. Un’esperienza pedagogica e istruttiva, che dire.

La pedagogia, che puttana! Poi finalmente arriva il momento in cui rabbia, risentimento e decisione prendono il posto dell’affetto e dell’amicizia. Ero pronto a mandare a cagare il corrosivo amico, aspettavo solo un’occasione.

Toc toc. Chi è? L’occasione! Oh, finalmente, entra pure…

Ed eccolo lì, debitore insolvente e cronico, che comincia a elencare scuse in fantasia:

nel nome dell’amicizia che ci lega, devi credermi, ero lì che correvo verso casa tua, con le ali ai piedi per restituirti i soldi, quando nei pressi della tua abitazione mi sono imbattuto in due mostruose ombre Righeliane ferme a complottare e ad architettare un piano per rapirti, e dio solo sa cos’altro… a te! il mio migliore amico! allora mi sono buttato contro quegli aborti della natura lottando con la furia e la forza che mi dona il pensiero della tua amicizia, ma i bruti armati fino ai denti, dopo una lotta durata tre giorni (pensa che il sangue schizzava in cielo oscurando il sole e il rumore delle ossa spezzate copriva ogni suono) hanno avuto la meglio su di me. sono stato derubato, picchiato e violentato per difendere la tua persona! quindi compare alla fine se ne sono scappati con i crediti che ti dovevo (e anche altri miei, infatti sono rimasto a secco, se avessi qualcosa da prestarmi…) mi dispiace, però puoi stare sicuro che ‘sti Righeliani non proveranno mai più a farti del male.

Lo guardavo gesticolare, sudato e ansante, nel tentativo di donare alla sua storiella almeno una parvenza di verità, ma a ogni parola che si insinuava velenosa nel labirinto delle mie orecchie sentivo ondate di rancore investire il mio cervello. I miei occhi si colmavano liquidi di rabbia e la mia bocca si preparava a eruttare maledizioni, ero pronto per la mia piccola rivincita. Urlai: sei una merda!

La a di merda ancora vibrava nelle mie fauci quando lo vidi rannicchiarsi a terra come in preda a un attacco epilettico. A ogni convulsione, istante per istante, la sua pelle si scuriva, la carne diventava fibrosa, morbida. La bocca contrita sembrò voler lanciare un urlo, ma già non si poteva più distinguere la testa dal corpo; si stava lentamente trasformando in un attorcigliato e fumante stronzo. A metamorfosi avvenuta non era rimasto che un pezzo di cacca sul pavimento. Rimasi a fissare per ore la merda che una volta mi aveva provocato tante sofferenze senza riuscire a decidermi sul da farsi.

Ero deluso e incazzato. Per giorni lasciai sul pavimento i resti di quel traditore, fino a quando un giorno distrattamente pestai, con le mie scarpe nuove, il suo corpo trasformato da chissà quale dio.

Gli stronzi non finiscono mai di romperti i coglioni.

 

Abitudine

 Ci si abitua a tutto, anche agli stronzi, e anche ai sadici che ti perquisiscono, arrapati, con tubi non meno sadici.

– Potrei avere almeno una sigaretta?

– Ma sei pazzo? scherzi spero, non sai che ti fa male? non sai che il fumo incatrama i tuoi rubicondi polmoni fino a trasformarli in avvizzite e carbonizzate prugne secche?

– Sì, giusto, giusto… senta ma il tubo, che mi sta infilando giù per la gola, da dove lo vuol fare uscire? sa, ci tengo molto alla mia verginità, poi ieri ho mangiato piccante e non vorrei che scoppiasse tutto in un atto violento e creatore.

Il trucco è rimanere bambini, o farsi fino a perdere coscienza, la seconda opzione è più complessa a causa di problemi filosofici-dottrinali. Già ai tempi del Concilio di Nicea era risaputo che bisogna adattarsi, abituarsi, non lamentarsi; cantavano i poeti del tempo, ci devi stare è inutile sperare.

Taluni sospettosi però sospettavano che il tempo fosse una gran fregatura, che il Concilio non è stato solo nel 325 d.c. ma si ripete all’infinito, e non valgono moti, non valgono rivoluzioni, il Concilio si farà sempre, sempre risuoneranno le stesse parole di potere, sempre diverse ma sempre uguali, e una volta si chiamerà Concilio, un’altra volta Conferenza di Yalta, o G8, o Assise, o Patto, e miliardi di nomi, tutti per dire la stessa cosa. Ci devi stare inutile sperare.

Il tempo è una fregatura, i sospettosi lo sanno, allora rimangono bambini (o si fanno), dicono al tempo: caro mio, ho capito il tuo gioco sai? non mi freghi, io rimango bambino.

Quello, poi, ti frega lo stesso. Ma è diverso.

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Una giornata in astronave

 Il tempo, il tempo, il tempo, il tempo, il tempo, il tempo è una ossessione. Che fa? Passa? I secondi, i minuti, le ore, i giorni, le parole.

Al mio fianco un’altra vittima, alieno, ma uguale a me, a lui hanno aperto la gola, hanno giocato con i suoi tubi e poi l’hanno ricucito. Non può alzare il mento dal petto altrimenti si riapre il giochetto e l’anima, la sua anima aliena, potrebbe uscire senza fare ritorno; non può parlare, ci scambiamo fluidi telepatici, ma solo raramente, più spesso lo osservo fissare il tempo, il tempo, il tempo, il tempo spiaccicato sul muro come una zanzara, senza forma, una goccia di sangue esplosa e cristallizzata. Per una manciata di tempo al giorno possiamo passeggiare lungo i corridoi dell’astronave.

Tutti portiamo a spasso il nostro sangue e le nostre budella in una comoda valigetta, siamo assicurati a essa da simpatici tubi ancorati alle nostre carni, non si scappa. Guardiamo il vuoto dietro le finestre, non una stella, non un pianeta, guardiamo il vuoto dietro i nostri occhi e passeggiamo.

A volte scordiamo chi siamo, confondiamo le nostre storie, i nostri nomi; per un po’ viviamo la vita di un altro, nessuno si accorge della differenza.

I nomi non hanno importanza. Io, prima di arrivare in questo posto ero stato Guardiano del Baratro. Un lavoro duro davvero, non per tutti, solo stomaci forti. Sull’orlo del baratro, stare attento alle centinaia di turisti che ogni giorno si affollano e scattano selfie con il baratro sullo sfondo, controllare e registrare perimetro e profondità del baratro, segnalare mutamenti, infrazioni, e osservare, non perdere mai di vista il baratro. Gli occhi sempre fissi su scarpine per cani, su sclacsonanti sorpassi a destra, su cattedre di stupidità, su schermi decerebranti, su informatissime ignoranze, su esibizioni di ego, su violenze gratuite, su lotte contro inestetismi, sugli io sono io chi cazzo sei tu, su conformi anticonformismi, su suonerie, conversazioni e musiche inferte senza remora e … gli occhi sempre fissi, sbarrati su esseri senza storia, afoni, sul baratro, pozzo senza tempo, senza fine. Fino a non riuscire più a capire, fino a rendersi conto che il baratro sei tu, e la gente ti viene a guardare, centinaia e centinaia di turisti, e tu a farti i selfie con loro.

Da quanto tempo? Da quanto tempo sono qui a fissare questi vuoti? Ricordo di essere arrivato di mia spontanea volontà, non ricordo da quanto, so solo che lavoravo come procacciatore di sosia, avevo un dono e una fortuna sfacciata. Presidenti, attori, re, imprenditori e il meglio della società si rivolgevano a me per procurarsi sosia da utilizzare nelle più svariate maniere, per incombenze indesiderate, per situazioni potenzialmente pericolose. Nel giro di una settimana riuscivo a trovare un sosia a chiunque, ritrovavo identità nascoste da baffi, capelli, barbe, strati di grasso; smantellavo e ricostruivo volti e persone. Questo per molto tempo, poi stanco di cercare e abbandonato dalla fortuna, cominciai a rapire, a sequestrare emarginati, disperati e a praticare su di loro plastiche facciali e lavaggi del cervello, ero uno scultore, un artista. Qualcosa andò storto, un clone ribelle o chessò. Mi ritrovai a fuggire e a cercare un sosia di me stesso da lasciare in pasto alla mia sorte, ma allo specchio non mi riconobbi, non sapevo più distinguere i miei tratti, il mio volto; per strada ogni volto era uno specchio, ogni sopracciglio era il mio sopracciglio, ogni naso il mio naso, ogni faccia la mia faccia. Provai a cancellarmi utilizzando un vecchio muro come gomma, poi mi consegnai agli alieni.

(continua…)

 

 



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Grado Zero è una rivista culturale online, nata dall’incontro di menti giovani. Si occupa di cultura e contemporaneità, con particolare attenzione al mondo della letteratura e del cinema.

3 Responses

  1. ottimo. davvero un complottare architettato, questa scrittura. non so se riuscirà nell’intento, ovvero se alla fine riuscirà a rovesciare il sistema di volere (è potere) o se la malattia la condurrà ad una diversa identità di vedute (capita, talvolta, di non riuscire a riconoscere i tratti della propria scrittura allo specchio). in fondo, rimuginavo, tra dittatura e dettatura la differenza è minima, tra rivoluzione (ribellione) e rivoluzione (girare su se stessi) la differenza è nulla, e ad ogni modo sia sperare che sparare finiscono in “are” (ovvero entrambi baciano la rima a “stare”, con buona pace dei crucci filosofici-dottrinali).
    eniuei, l’inquietudine, tra tubi endoscopici (per sondare baratri) e ospadali-astronave, aumenta: attendo impaziente la prossima tappa del viaggiosalto nel vuoto.

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