Chi ha bisogno del principe azzurro?

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Proviamo a fare un esperimento. Cercate di pensare al Principe Azzurro, non il tipo di uomo ideale che le ragazzine sognano di incontrare nella propria vita, ma il personaggio fittizio delle fiabe, quello che corre in sella al suo cavallo a sposare la bella principessa. Sforzate di ricordarvi, se avete letto una di queste fiabe, com’è fatto: di che colore sono i suoi occhi, quanto è alto, insomma come viene descritto. Se fate parte di quelli che hanno visto soltanto i classici d’animazione da bambini, allora cercate di ricordare una battuta, qualunque cosa possa dirci di più sul suo carattere. Adesso, andate su Google e scrivete “principe azzurro”, e vedete un po’ cosa ne esce. Non siamo stati un po’ cattivi con il povero principe? Scacciato dalla memoria, e persino maltrattato e rifiutato manco avesse la peste.

In verità non è colpa nostra se ricordiamo assai poco di questa figura, anzi, figurino di nobile nascita. Già nelle fiabe a cui dobbiamo la sua esistenza, di come sia fatto questo principe non viene detto praticamente nulla. L’unica qualifica che gli è stata costantemente attribuita nel corso dei secoli è quella di essere affascinante, stando alla locuzione inglese Prince Charming in sostituzione di quella italiana, che si limita ad appiccicargli addosso soltanto un colore. L’origine dell’espressione, però, parrebbe derivare da un passo de La bella addormentata di Perrault, nel momento esatto in cui la principessa, al risveglio, pronuncia le sue prime parole al futuro sposo che ne rimane affascinato. Si tratta in realtà di un’azione che egli subisce passivamente, in quanto è la principessa quella che affascina, mentre lui non deve far altro che starsene lì e ammirarla. Solo che bisognava pur affibbiargli almeno un soprannome per poterlo chiamare in qualche modo, e l’effetto di quel fascino regale è diventato perciò participio presente buono per un titolo.

E così questo damerino senza nome all’anagrafe se ne sta da anni tra le pagine dei libri aspettando che qualcuno si ricordi anche di lui, ridotto ai livelli di uno stereotipo e forse anche meno, perché gli stereotipi dovranno pur avere delle caratteristiche che li definiscano. Si potrebbe obiettare che l’indeterminatezza propria dei racconti di tale fattura non investe soltanto il personaggio maschile, ma parte già dalla famosa formula iniziale che colloca la vicenda in un tempo e un luogo non meglio precisati, e se vogliamo dirla tutta, arriva pure alle nostre eroine. Sta di fatto, però, che di Biancaneve sappiamo che aveva i capelli neri e la carnagione pallida, e della Bella Addormentata che sapeva cantare e ballare, oltre ad essere incredibilmente attraente, come la fiaba stessa suggerisce già dal titolo.

Negli ultimi anni, lo sventurato principe si è trovato ad essere il bersaglio di una campagna diffamatoria condotta da femministe incallite che, più che prendersela col soggetto letterario in sé, ce l’avevano con l’ideale che sottende la sua sola presenza: quello della damigella in pericolo che attende con devozione l’uomo che le salverà la vita. Un ideale che è stato insieme confermato e ribaltato dalle campagne pubblicitarie contro la violenza sulle donne che recentemente hanno preso come testimonial proprio le ragazze Disney. Un esempio su tutti: nel 2014 l’artista Saint Hoax ha curato un’operazione di propaganda servendosi delle famigerate principessine, appositamente sfregiate e malmenate per l’occasione, al grido di: «Quand’è che lui ha smesso di trattarti come una principessa?». Nulla di più appropriato per delle celeberrime figure femminili che oggi più che mai si vogliono fragili e remissive, simbolo di una società che ha sempre messo la donna al servizio dell’uomo, marito, patriarca e re in una volta sola.

Non molti anni fa, il governo spagnolo s’imbarcò in una crociata contro le fiabe tradizionali, sostenendo che suggerissero valori maschilisti, né più, né meno. All’incirca la stessa frenesia che ha colto i dirigenti di casa Disney, preoccupati negli ultimi tempi a dar vita a personaggi femminili più, per così dire, intraprendenti. Basta fare ancora una volta un giro su internet per avere una vaga idea di quanto siano snobbate oggigiorno Aurora, Belle, Biancaneve e compagnia bella. Hanno cominciato con Merida, la protagonista di The Brave, pellicola d’animazione del 2012 edita in Italia con il titolo di Ribelle, a rimarcare ancora di più che siamo lontani dalle fanciulle dedite all’amore coniugale e alle faccende domestiche. Merida, le cui antenate più prossime sono nei cartoni prodotti a partire dagli anni ’90, rifiuta di sposarsi, e soprattutto è determinata a scegliersi il marito da sé, quando sarà giunto il momento. I suoi pretendenti sono sciocchi bamboccioni, mentre nella rivisitazione di due anni dopo di un classico dell’animazione, Maleficent, il pretendente alla mano della principessa dormiente è addirittura inutile.

Nessuno, però, sembra essersi accorto della palpabile inversione di rotta che si è avuta neanche molti mesi fa, quando nelle sale di tutto il mondo è approdata l’ultima versione di un classico senza tempo, la Cenerentola in live action targata ancora una volta Disney. Accolta da un enorme successo di pubblico, specialmente quello femminile, quest’ennesima trasposizione della fiaba popolare di antichissima origine è stata condita da un paio di sciocchezzuole in grado di ingannare le femministe d’ogni dove; altrimenti, non si spiegherebbe perché questa scialba Cenerella sia stata eletta a esemplare di donna moderna, quando è invece ancora più inerte del suo alter ego del 1950, che almeno si dava da fare per uscire dalla torre in cui era rinchiusa e calzare la fatidica scarpetta invece di starsene seduta a canticchiare.

I bambini possono apprendere molto dalle favole, anche a livello inconscio, come ha già dimostrato Bruno Bettelheim ne Il mondo incantato: ma siamo sicuri che imparino anche dell’altro, oltre che, appunto, ad affrontare le sfide ed affrancarsi dai genitori? Che magari ci sia davvero una sorta di discriminazione di tipo sessista capace di influenzarli fin dalla tenera età? E se una discriminazione esiste, cosa pensare allora del bel damerino con la sola funzione di ricompensa per le fanciulle? Chissà se la strada verso l’uguaglianza è ancora lunga e tortuosa, ma non è detto che dobbiamo fare a meno di qualche fiaba per camminare più agilmente. Forse, il primo passo potrebbe essere quello di ammettere la scomoda verità, e cioè che anche le donne più agguerrite hanno sognato, da piccole, di vestire i panni di Aurora o Biancaneve, e si sciolgono di fronte a una commedia romantica con lieto fine, come la nuova Cenerentola conferma. Nulla di male in tutto questo, basta capire che l’emancipazione non ha nulla a che vedere con una storia d’amore che si suppone avvenuta secoli fa. Facciamo così, per il prossimo film Disney la trama la suggeriamo noi: il principe vive imprigionato in una torre custodita da un drago malvagio, e dopo che l’avvenente principessa è arrivata a salvarlo, i due si sposano e vivono per sempre felici e contenti. Così ogni ragazza potrà mettersi l’animo in pace, e almeno una volta saranno i maschietti ad avere la parte da protagonista. E magari gli troviamo anche un bel nome.

Andrea Vitale


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Andrea Vitale nasce a Napoli nel 1990. Frequenta il liceo classico A. Genovesi, e nel 2016 si laurea in Filologia moderna alla Federico II. Ama la musica e la nobile arte dei telefilm, ma il cinema è la sua vera passione. Qualunque cosa verrà in futuro, spera ci sia un film di mezzo. Magari, in giro per il mondo. Attualmente frequenta un Master in Cinema e Televisione.

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