Ricordo di Italo Calvino

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Di solito gli articoli chiamati Ricordo di… portano testimonianze di qualcuno che ha davvero conosciuto la persona di cui si parla. Naturalmente, data la mia giovane età, non ho avuto il piacere di conoscere Italo Calvino, scomparso un 19 settembre come questo, un giorno di ventinove anni fa.

Perché, allora, questo titolo?
Ho letto molto – anche se non abbastanza – di Calvino, e mi ha accompagnato nel mio percorsoper diversi anni.
Il suo modo di scrivere cambia da libro a libro, si evolve, sperimenta sempre strade nuove. Al di là di tutti i punti comuni – d’altronde è pur sempre la stessa persona – sembrano opere scritte da innumerevoli mani, innumerevoli menti. Sembra, quasi, che ogni opera possa testimoniare un periodo della sua vita o una parte del suo carattere. Le sue opere risuonano come confessioni.
Scriveva in Se una notte d’inverno un viaggiatore:

 

Tutto è sempre cominciato già prima. La prima riga della prima pagina di ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori del libro.

Ed è questa l’impressione più grande che danno i suoi scritti. Per questo è un Ricordo di Italo Calvino, perché – in un certo senso – l’ho conosciuto. E come si fa in queste occasioni, sceglierò una fra tante esperienze per ricordarlo. Difficile scegliere fra i cavalieri, i baroni, i visconti, fra gli alieni dai nomi impronunciabili e i commensali privati della favella, fra Marco Polo e i lettori tutti.  E da buon truffaldino, sceglierò un’esperienza biforcata in più sentieri.

Il Calvino che ricordo oggi è l’analitico osservatore. È l’occhio del signor Palomar che afferra un dettaglio, un qualcosa spesso dato per scontato, e costruisce su di esso un castello di idee e sensazioni. È l’occhio dell’osservatore esterno, l’occhio del bambino pronto a suscitare ragionamenti da adulti. È l’orecchio del sovrano in Un re in ascolto, immobilizzato sul trono da mille paure, dalla necessità ma anche dall’abitudine, che crea un filtro tutto suo per vedere il vasto mondo che lo circonda. È lo psicologo che racconta, intenerito, l’avventura di due sposi, costretti a sfiorarsi appena lungo le difficili giornate.

In tutti i casi si parla di un diverso tipo di solitudine. Alienazione, direbbe qualcuno. Una solitudine generata dalla società che ingloba il singolo, che lo costringe, in alcuni casi, ad allontanarsi da chi ama. In altri, è il singolo che si isola di sua spontanea volontà, poiché la società non gli permette di comprendere ciò che cerca.

Il signor Palomar guarda la spada di luce che il sole proietta sull’acqua tramite i suoi occhi. Non importa di altri natanti, di cosa facciano, dice:

Ognuno ha un suo riflesso, che solo per lui ha quella direzione e si sposta con lui.

È una solitudine nella folla, quella di Palomar. Ognuno ha il suo, e questo dovrebbe accomunarli. Ma al contempo li allontana, li divide, poiché ogni riflesso è diverso, ogni spada è del singolo.

La percezione dell’isolato nella folla è forte anche in Un re in ascolto. Il nostro sovrano sa bene che il suo regno lo circonda. Seduto sul trono del castello, più prigioniero di un carcerato, è ben conscio di quanti siano intorno a lui. Ma tutti sono una minaccia. Non ci sono amici per il re, solo possibili usurpatori. E non potendo scorgere il suo regno se non attraverso gli echi e i rumori, di fatto è un re del nulla, un falso sovrano, un uomo solo e nulla più.

E gli amanti? I due sposi si avvicendano nel lavoro, si incontrano appena per qualche ora nel tardo pomeriggio, ma già i pensieri volano all’impiego, al ritardo, a come sarà il tempo una volta usciti di fabbrica. E l’unico vero punto di incontro, di dialogo, è il letto. Ma senza che i due riescano mai a dormire insieme. Il calore, come un lascito amorevole, resta a confortare l’una dell’assenza dell’altro.

Ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

Quella di Calvino è una solitudine combattuta strenuamente. Con la ricerca dei segreti, con i propri sensi, con l’affetto, Calvino ci spinge a uscire da questa fantomatica solitudine del moderno, ad abbattere il muro che generazione dopo generazione abbiamo costruito, come se la società stessa ci dividesse in cubicoli stretti da mura invisibili, che tuttavia non riusciamo ad abbattere. E lui lo fa in modi diversi, con toni diversi, con aspetti diversi della sua personalità. Così troviamo un filo conduttore, uno fra i tanti, dagli anni cinquanta de L’avventura di due sposi agli ultimi anni di PalomarUn re in ascolto. È questo il ricordo di Calvino che ho scelto. Un mostrare sempre una via di uscita possibile, uno spiraglio.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

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Maurizio Vicedomini


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Laureato in filologia moderna, Maurizio Vicedomini lavora come editor, collaborando con diverse case editrici, agenzie letterarie e privati. È direttore della rivista culturale online Grado Zero, ed è redattore per MGMT magazine. Nel 2013 vince la sezione fantasy del premio Mondadori Chrysalide. Ha pubblicato diversi libri, racconti in antologie e in e-book dedicati. Nel 2017 è uscita la sua raccolta di racconti Ogni orizzonte della notte per i tipi di Augh! Edizioni.

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