Il remake all’italiana: Call My Agent

È tendenza ormai consolidata, possiamo dire, quella italiana di riproporre remake, che noi ancora chiamiamo rifacimenti, sebbene sembri sia diventato troppo provinciale; ma quanto ci fa bene tutto questo?

L’ultimo grande successo del genere è arrivato su Sky: Call My Agent- Italia, remake della famosissima serie tv francese Dix Pour Cent, riproposta da Netflix con il titolo Chiami il mio agente. Confesso che quando ho scoperto che in Italia si stava lavorando a questo progetto ho sudato freddo, perché capita spesso che questi adattamenti nel nostro Paese ricadano in un preciso schema: la copia carbone dell’originale; si pensi a Noi, adattamento/copia del bellissimo This Is Us, oppure, per citare dei film, Il nome del figlio, dalla commedia francese Cena tra amici, o ancora il recente Corro da te, anche questa una pedissequa copia della commedia franco-belga Tutti in piedi, o ancor peggio la trasposizione italica di Your Honor, letteralmente tradotto come Vostro onore. Altre volte, invece, il cinema italiano si affaccia ai remake a favore di contesto come nel caso di Tutto può succedere, riadattamento di Parenthood nel quale finalmente la storia cambia.

Gli agenti della CMA

Ma perché poi, in un’epoca di totale accessibilità ai prodotti culturali provenienti da ogni parte del mondo, grazie alle tante piattaforme, e con la possibilità di vedere film e serie tv in lingua originale e sottotitolati, abbiamo questa forte esigenza di rifugiarci in un passato nemmeno tanto passato e riadattare il tutto?
A dominare il panorama dei remake ormai è il consumo immediato, cioè il rifacimento di prodotti appena usciti. Il remake è prendere qualcosa che già esiste e che ha funzionato nel Paese d’origine e adattarlo, modificarlo, se possibile migliorarlo. Il grande abuso che si sta facendo dei remake in Italia non deriva da una questione economica, perché i costi tra diritti sull’originale e costi di adattamento di sceneggiatura possono anche arrivare al doppio di una sceneggiatura originale. Tutto nasce da un’economia di idee: la struttura c’è già e le situazioni possono essere simili, sebbene i dialoghi quasi sempre devano essere riadattati – anche se in Italia si sta risparmiando anche su questo, vedi alla voce Noi, in cui i dialoghi originali sono quasi fedelmente tradotti. Di solito nell’idea originale c’è qualcosa di molto forte, che si pensa funzioni non soltanto nel Paese d’origine, ma se parliamo di commedia occorre ricordare che non si ride per le stesse cose in tutto il mondo, e allora bisogna lavorare su altri riferimenti e altri stereotipi.

Generalmente, al di là della colpevole incapacità di essere credibili, le trasposizioni vengono affrontate come copia e incolla. Se la storia funziona anche da noi, bene. Per cui lo scetticismo davanti alla trasposizione della serie tv francese Dix Pour Cent è stato inevitabile. La trama è presa di peso ma riesce, nonostante la tendenza del set a cielo aperto-cartolina romana, a essere plausibile. Ovviamente chi ha già visto l’originale soffrirà quel senso di già raccontato e i paragoni, come la ricerca del corrispettivo attore francese, saranno inevitabili.

Trama

La storia ruota intorno alle vicende della Claudio Maiorana Agency (CMA) , una potente agenzia di spettacolo. Lea, Gabriele, Vittorio ed Elvira sono l’anima della CMA. Manager, amici, confidenti e psicologi dei propri attori, registi, sceneggiatori del cinema italiano. Ognuno con il proprio stile, non fanno sconti a nessuno perché l’obiettivo principale è fare in modo che i propri assistiti-artisti ottengano gli ingaggi migliori, perché più sarà alto il compenso pattuito dal contratto e più sarà grande la fetta che gli agenti si porteranno a casa – ossia il 10% del loro cachet (da qui il titolo originale Dix Pour Cent, 10% appunto). Tra giornate frenetiche e nottate mondane hanno tutti una vita privata piuttosto precaria, ma questo è il cinema bellezza, e loro ne sono innamorati. Gli equilibri si spezzano quando il fondatore Claudio Maiorana decide di partire per Bali per godersi la pensione e allo stesso tempo si fa viva una ragazza di nome Camilla, figlia illegittima di Vittorio, intenzionata a fare la sua parte e ad entrare alla CMA in incognito proponendosi come nuova assistente di Lea. 

Ogni agente ha il suo gruppo di artisti da coccolare e promuovere: c’è Vittorio (Michele Di Mauro), freddo e calcolatore, il tipico esemplare che cura più i suoi interessi che quelli del gruppo al quale appartiene; Lea (Sara Drago), donna in carriera che fa fuori le sue assistenti perché sembra che nessuna stia al suo passo; Elvira (Marzia Ubaldi) che, con il suo cagnolino Marcello (che sta per Mastroianni, nella versione originale si chiamava Jean Gabin), rappresenta l’anello di congiunzione tra il vecchio impresario e il nuovo modello di agente; Gabriele (Maurizio Lastrico) l’agente più umano e di buon cuore tra i colleghi.

Pierfrancesco Favino nei panni del comandante Che Guevara 

Ogni puntata è incentrata su un attore così come nella versione francese. Si inizia con Paola Cortellesi destinata ad essere il corrispettivo della brava e bella attrice francese Cécile de France: l’attrice, allora appena quarantenne, doveva fare i conti con la richiesta imperiosa che veniva da una major hollywoodiana: o si sarebbe sottoposta a qualche iniezione di botulino per eliminare le rughe o avrebbe potuto dire addio alla nuova trilogia western di Quentin Tarantino, per la quale da mesi si stava impegnando con lezioni di Inglese e di equitazione. In Call My Agent – Italia, Paola Cortellesi dà corpo, più o meno, alla stessa situazione. È un’attrice di successo alle prese con una costosa serie internazionale sugli antichi etruschi, per la quale chiede aiuto anche ad Alberto Angela, nei panni di sé stesso, per studiare al meglio la cultura etrusca e imparare addirittura alcune parole, dovendo incarnare la valorosa regina Tuskia. Ma ecco che gli americani cambiano idea perché troppo vecchia per incarnare la moglie di Brad Pitt, pur avendo dieci in meno di lui, a meno che non faccia ricorso a qualche siringhina e un po’ di botox. Laddove i francesi ironizzano, ma tengono il punto, costruendo con il personaggio una narrazione anche su un tema serio, come la chirurgia plastica che ha devastato molte star, gli italiani la buttano in caciara, con una punta di cinismo da commedia all’italiana, sempre pronti a tutto pur di restare sul pezzo.

Gli agenti della CMA con Sorrentino

Si passa poi a Pierfrancesco Favino (corrispettivo del bravissimo Jean Dujardin) che, alla vigilia della cerimonia dei David di Donatello, non riesce a uscire dal ruolo del comandante Che Guevara nel quale è rimasto immerso per un progetto durato mesi; Stefano Accorsi autoironico come non mai, attore multitasking che non dice di no a nessuna proposta e si ritrova a girare due film in contemporanea, uno di notte e l’altro di giorno, e persino degli audio promozionali (corrispettivo anche lui di un originale francese interpretato da Isabelle Huppert che gira un film di giorno e uno la sera, schiacciando pisolini sul set).
Tutti gli attori interpretano sé stessi, ma alcuni lo fanno meglio di altri. Gli inimitabili che rendono il prodotto nostrano sono Corrado Guzzanti e Paolo Sorrentino, trattati come miti indiscussi. Sorrentino si diverte a fare Sorrentino al quadrato, entra in scena uscendo da un ascensore dove, ovviamente, ha appena spintonato una suora, scapigliato, assonnato, con un sigaro in mano, parla alla sua maniera, forbita e allusiva, orchestrando uno scherzo talmente assurdo che alla fine potrebbe perfino funzionare – e per questo, oltre che per l’ilarità della scena, non spoileriamo.

Pregi e difetti

L’intera serie, attraverso tutte le storie di questi attori particolarissimi presi da paure e manie, non è che una lunga narrazione della nostra industria del cinema e, volente o nolente, se ne evidenzia la fatica, la sofferenza e la percezione che lei stessa ha di essere un impero in crisi. Continuamente vengono citati o mostrate locandine di grandi film italiani (reali), c’è un’eccitazione quando si parla di quei film che nemmeno gli attori riescono a rendere reale, al punto che si tocca con mano quell’esaltazione forzata, e forse proprio questa scollatura è quanto di più veritiero si possa rappresentare del cinema italiano. La versione italiana di questa serie è molto più concentrata sugli attori, anche quelli che si prendono in giro non arrivano all’ironia francese, come se tutti dovessero comunque fare bella figura. Solo Matilda De Angelis accetta di interpretarsi come un personaggio scomodo. Il terrore di mantenere una propria immagine sui social, sempre attiva e immacolata, tocca tutti gli attori, ed è un altro tema che ben racconta il rapporto che abbiamo con il successo e l’esposizione, e quell’idea che bisogna dimostrare di meritarlo grazie a standard morali elevati.
Probabilmente l’unico personaggio che appare più vero, pur non rappresentando sé stessa, è l’aggiunta originale che è stata fatta nella versione italiana: Emanuela Fanelli. Non interpreta sé stessa ma un’attrice che nessuno vuole, autrice di spettacoli teatrali fallimentari. È presente in quasi tutti gli episodi ossessionando la sua agente perché non lavora, fino a che non avrà, nell’ultima puntata, il suo momento di gloria e una bellissima scena insieme a Corrado Guzzanti. I due attori comici creano uno dei momenti migliori, perché attraverso questa ironia dissacrante si toccano diversi livelli di profondità della crisi del cinema e degli attori italiani; dalla più semplice dinamica tra i due, in cui Guzzanti non vuole lavorare con lei, fino alla più complessa ossessione italiana per il modello Fleabag, per gli attori che sono anche autori, la sudditanza dai talent americani e via dicendo.

Che dire, ci abbiamo provato anche questa volta, e forse ci siamo anche riusciti. Perché la serie è scorrevole, divertente, con i suoi accenni che dicono e non dicono… insomma, famo a capisse, no? Potrebbe essere lo slogan di sottofondo di ogni puntata. Non c’è molto altro da aggiungere, se non quel messaggio che suona un po’ da autorecensione da parte di Claudio Maiorana, il potente titolare dell’agenzia che, una volta a Bali, lascia un messaggio vocale ai suoi soci dicendo: “Mi sono rotto le palle. Non ne posso più delle riunioni via zoom, dei videoprovini, dei contratti americani, degli influencer, dei follower, dei remake francesi”.

E così anche questo remake è andato, forse in maniera anche troppo veloce e al momento difficile da inquadrare in una categoria del bene o del male. Aspetteremo le nuove stagioni, e se piaceranno, bene, altrimenti si potrà sempre dire che è “da un’idea di Stefano Accorsi”

Anna Chiara Stellato

Giovane napoletana laureata in lettere, da sempre innamorata della sua città, del dialetto e della storia di Napoli. Lettrice compulsiva, appassionata di cinema d’autore e di serie tv. Sorrido spesso, parlo poco e non amo chi urla.

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